La solitudine il “male” del XXI secolo, si conferma un problema diffuso anche in Italia

La solitudine il “male” del XXI secolo, che si conferma un problema diffuso in Italia, in aumento durante i mesi di lockdown e che colpisce particolarmente le persone anziane (60% degli intervistati).

A tracciare il quadro la ricerca Ipsos, Comieco e Symbola presentata al Seminario estivo 2020 della fondazione presieduta da Ermete Realacci, dal titolo “Gli italiani e il senso civico. Focus solitudine” Secondo i dati della ricerca affidata all’istituto di Nando Pagnoncelli, è salita di 5 punti percentuali (dal 78 all’83%) la quota di coloro che ritengono la solitudine un problema molto o abbastanza grave, e di 4 (dal 44 al 48%) quella di chi dichiara di sentirsi solo almeno sporadicamente.

Sono soprattutto gli abitanti delle cittadine di piccola-media dimensione ad avvertire il problema, in generale e in prima persona. È invece evidente un gap generazionale nella sua percezione: se gli over-50 tendono a prendere atto più frequentemente del problema a livello sociale sono invece gli under-50 a riconoscere più spesso di soffrirne in prima persona. E se gli anziani restano la categoria percepita più a rischio solitudine, nonché quella su cui gli effetti dell’isolamento nei mesi di lockdown sono stati i più pesanti, la sensazione di solitudine non è la più ricorrente, in relazione al lockdown: preoccupazione e ansia, nervosismo, tristezza e depressione erano in forte aumento a marzo e lo sono in parte tutt’ora, mentre il senso di solitudine è di fatto rientrato su livelli pre-crisi.

La ricerca, effettuata su un campione di popolazione rappresentativo di tutte le fasce di età e in tutte le aree geografiche, con 502 interviste complete dal 20 al 28 maggio scorso, evidenzia come preoccupazione e ansia per il futuro siano in aumento anche dopo la fase di lock down, con il 33 per cento che sostiene che gli capiti più spesso di prima di sentirsi ansioso, e la metà del campione (49%) che sostiene di sentirsi solo quanto prima della crisi Covid-19. Paradossalmente, l’isolamento ci ha connesso di più agli affetti più stretti: per quasi 4 italiani su 10 il contatto con amici e parenti si è intensificato durante la Fase 1 dell’emergenza grazie ai canali digitali, mentre meno di un intervistato su 4 dichiara di aver visto una riduzione. Le tecnologie digitali sono infatti considerate utili a rimanere “connessi” da un’amplissima maggioranza di italiani.

La sera e le festività si confermano i momenti a maggior rischio solitudine, anche se una quota non trascurabile afferma che la solitudine non si concentri in momenti particolari e sia una condizione più o meno costante. L’età incide anche nella percezione dei “momenti” di solitudine: se i giovani tendono a indicare soprattutto la sera (e, in misura minore, anche le vacanze estive) gli anziani accusano di più la solitudine durante le festività. Si rafforza poi la convinzione che la solitudine sia una sensazione soggettiva, che prescinde dal numero e dall’intensità di relazioni che un individuo effettivamente ha con gli altri. Ci si può sentire soli anche in mezzo a tanta gente, e a qualsiasi età. L’accezione “soggettiva” della solitudine è condivisa soprattutto nelle grandi città e tra le persone più istruite, mentre nei piccoli centri ha un peso relativamente maggiore la tesi che la solitudine sia una condizione oggettiva, data dalla scarsità delle relazioni e dal trascorrere molto tempo da soli. I più istruiti, i membri della classe dirigente, come anche i più giovani e chi vive al Sud e nelle Isole insiste sul fatto che la solitudine non conosca età e riguardi tutti trasversalmente.

Tra i giovani, le cause della solitudine si confermano diverse: insicurezza e mancanza di autostima, l’avanzata dei social e delle relazioni virtuali, l’impoverimento della famiglia, il crescere di fenomeni come il bullismo, che testimoniano l’incattivimento delle giovani generazioni. Rispetto a febbraio sono soprattutto però lo stress e la competitività della società di oggi a spingere i giovani verso l’isolamento. La solitudine tra i giovani può portare a rifugiarsi ancor di più nei social o ad aggravare il problema della depressione e a sviluppare dipendenze, o a cercare sfogo nel bullismo e nel cyberbullismo. Trovarsi in una condizione di inoccupazione lavorativa (disoccupati o pensionati) è opinione diffusa che aumenti il rischio di solitudine.

Lo pensano soprattutto i più istruiti e gli over-50. Per queste categorie il rischio principale è quello della depressione e di altri problemi psicologici. Le soluzioni auspicate riguardano soprattutto la promozione di attività sociali nei territori e l’incentivazione del volontariato. L’idea di un istituire un ministero per la solitudine, come nel Regno Unito, continua a ricevere un consenso maggioritario benché in calo (dal 64 al 57%), più forte nelle grandi città e tra i meno istruiti.

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