Ascesa continua delle destre o vuoto continuo del progressismo?

Le ultime elezioni presidenziali in Polonia, nel luglio di quest’anno, hanno visto nuovamente una vittoria, seppur di misura, dell’ultraconservatore Andrzej Duda su Rafal Trzaskowski, su cui riposavano le speranze progressiste.

A dir la verità, il candidato centrista era riuscito in una incredibile rimonta e per alcuni giorni si è genuinamente previsto un possibile cambio di rotta. Qui nel Regno Unito, dove la comunità polacca è più consistente che altrove, molti giovani elettori disillusi, che per anni non hanno votato, sono corsi a dare la propria preferenza via voto postale. Ma non è bastato. Lo “charme” delle destre, condito da retorica xenofoba e omofobica, è ancora vivo e vegeto, in Polonia come altrove. Per molti, come si evince anche dalle statistiche, è una questione generazionale .

Eppure, se solo i “liberali” si fermassero un attimo a riflettere (e ad ascoltare) probabilmente potrebbero aprofittare di questo gap che si sta chiudendo ed operare per una svolta vera. E se non imparano dalle batoste precedenti, il rischio per loro è che nemmeno la svolta generazionale arriverà in loro soccorso. Ma come mai succede questo? Perché, nell’ultimo decennio, la cosiddetta destra, in tutte le sue sfumature – dal trumpismo in USA fino alle destre esplicitamente nazionaliste austriache, tedesche, passando per gli ultraconservatori di Johnson in Gran Bretagna, è riuscita a captare il consenso del pubblico?  In questo intervento cercheremo di capire se il polso del pubblico stia pulsando genuinamente verso destra o se non sia il caso di chiedersi piuttosto dove stiano sbagliando tutti gli altri. Si tratta di una vera ascesa delle destre o di un vuoto politico lasciato dalla galassia di forze autodefinitesi progressiste che abitano il cosiddetto centro-sinistra dei diversi paesi?

In politica, si sa, non appena si crea un vuoto esso viene al più presto colmato da coloro che riescono a cavalcare più velocemente le frustrazioni ed il malessere popolare. La tesi è la seguente: le elites iperliberali, dopo aver fatto fuori tutte le forze di sinistra, anti-interventiste e social-progressiste bollandole come “radicali” o “estremiste”, si sorprende poi del successo delle destre, che in taluni casi “estremiste” o “estreme” lo sono veramente. Detta in maniera ancora più succinta: gli iper-liberali sterminano la sinistra e poi si soprendono che vada su la destra.

Il paradigma continuo e gli iperliberali

Più che di vuoto, soprattutto nella sfera anglo-americana, si potrebbe parlare di un conglomerato indistinto, che vede al suo interno pezzi del centro-sinistra liberale ma anche del conservatorismo di destra, che in più frangenti strumentalizzano istanze storicamente progressiste (femminismo, lotta alla discriminazione razziale o degli LGBT) per portare avanti le proprie agende. In Gran Bretagna, è stato definito dall’analista Justin Schlosberg il “paradigma continuo” (the paradigm continuum), in USA il giornalista Max Blumenthal li chiama “iperliberali” (hyperliberals). In ambito britannico il paradigma continuo è incarnato in questo frangente nel nuovo leader laburista Keir Starmer, che è immediatamente entrato nelle grazie dei media mainstream. Eliminato il leader socialista Jeremy Corbyn, considerato “estremista”, la componente centrista del partito laburista britannico è tornata sotto le redini di un direttivo caro a diversi ambiti dell’establishment. Il partito, che sotto Corbyn era diventato il più grande d’Europa, vede per questo motivo un esodo dei tesserati, soprattutto giovani e/o di matrice socialista. Eppure, chi meglio di Starmer potrebbe portare avanti il paradigma?

Parte del Gruppo europeo della Commissione Trilaterale, istituzione che vede la presenza di John Negroponte (un nome che dovrebbe far tremare i polsi a molti progressisti), parte in causa nel caso Assange come Pubblico Ministero, frequentatore dei salotti dell’intelligence dell’MI5 e della stampa conservatrice del The Times, nonché, last but not least, sostenitore della comunità conservatrice filo-israeliana, rappresentata dal Board of Deputies e dai Labour Friends of Israel (il primo organismo, lo ricordiamo, è dichiaratamente schierato con la destra conservatrice di Johnson, il secondo, assieme al Conservative Friends of Israel, èuno dei due rami della lobby transpartitica che sostiene le politiche interventiste di Israele). Sulle ombre relative a questi punti, come ha ribadito il giornalista britannico Matt Kennard, Starmer si èsempre guardato bene dal dare delle risposte.

Ma tornando alla tesi principale, la questione è proprio la seguente: ciòche preme alle forze centriste e conservatrici che risiedono in entrambi i partiti è puramente il paradigma continuo. L’importante è che le frange socialiste siano epurate, che la privatizzazione dei servizi continui, che le sacrosante guerre umanitarie esportatrici di democrazia vadano avanti e che i privilegi delle elites siano preservati. Pur di mantenere il paradigma continuo, sono disposti a creare il vuoto politico continuo e persino al suicidio politico. Esattamente come succede in America.

Gli iperliberali democratici, eliminato per la prima volta Sanders, son rimasti scioccati dalla vittoria di Trump. Non contenti, hanno eliminato per la seconda volta Sanders.

Rappresentati in questo momento da Joe Biden, hanno davvero poco di diverso dalla loro controparte repubblicana, soprattutto la componente neocon. La posizione sul Venezuela è l’esempio migliore. In un articolo illuminante, il giornalista Leonardo Flores illustra egregiamente come Democratici e Repubblicani siano le due facce della stessa medaglia.

Se ci spostiamo nella mappa e guardiamo al centro-America, va ricordato che il disastro socio-ambientale di paesi come l’Honduras, consegnato in mano ai cartelli del narco traffico, è da attribuirsi in primis alle aggressive politiche dell’allora Segretaria di Stato Hillary Clinton, sotto la democraticissima amministrazione Obama. Le iper-femministe clintoniane che strizzano l’occhio all’ambientalismo non hanno mai speso una parola per l’attivista indigena Berta Caceres, ambientalista femminista assassinata dai banditi hondureni proprio in quel contesto. Sull’Afghanistan, all’inizio di luglio, forze democratiche e repubblicane – da Nancy Pelosi a Liz Cheney , figlia dell’ex  vice presidente – si sono unite compatte per rigettare l’emendamento proposto in Senato che avrebbe consentito – come per qualche ragione voleva il Presidente Trump – il ritiro delle truppe dopo 19 anni di guerra. Nessuno di loro vuole terminare la “guerra infinita”.

La strumentalizzazione delle istanze LGBT

Così come, se ci spostiamo verso le istanze LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender), i liberali che ne hanno cavalcato la causa – incluse le celebrità di Hollywood – non hanno mai speso una parola o un tweet sulle condizioni in carcere di Chelsea Manning (ex Bradley Manning).

L’ex analista dell’esercito americano, che tramite la piattaforma Wikileaks di Assange ha svelato il mondo i crimini di guerra compiuti dagli USA in paesi come Iraq e Afghanistan, non rientra nella loro agenda politica.  Puoi parlare finché vuoi di diritti LGBT, fin tanto che non tocchi il complesso militare-industriale.

Manning, che ha rischiato in carcere di non ricevere le cure ormonali adeguate e sottoposta a torture psicologiche, non meritava e non merita per le elites iperliberali alcuna attenzione mediatica. In Israele il trucchetto ha funzionato a lungo: per anni il governo di destra di Tel Aviv, mentre nascondeva i morti di Gaza sotto il tappeto e violava il diritto internazionale, si è vantato di quanto progressista fosse in termini di diritti LGBT. Finché la stessa comunità LGBT israeliana ha cominciato finalmente a mostrare segni di frustrazione verso questa deliberata strumentalizzazione della propria causa, e cartelli come “Stop pinkwashing the apartheid” (“basta ricoprire di rosa l’apartheid”, il neologismo “pinkwash” ricalca il termine “whitewash”) hanno cominciato a  fioccare nei Gay pride. Quanto le elites iperliberali pensano di poterla fare franca con questi trucchetti? Al momento stanno cavalcando un’altra onda. Vediamo quale.

Razzismo o classismo?

In questo periodo, dopo l’omicidio di George Floyd, il dibattito pubblico del mondo occidentale è animato da tutte le questioni che ruotano attorno al razzismo, dall’omicidio suddetto alla rimozione di monumenti dedicati a esponenti storici del colonialismo. Prominenti leader di tutto lo spettro politico, compresi coloro che non hanno mai degnato di attenzione queste questioni, hanno subito dato l’endorsement alle proteste. Ma se grattiamo un po’ la superficie, riscontreremo un fatto inconfutabile: le elites presenti nella classe dirigente sono in effetti fortemente egualitari. Fra di loro. Il loro “razzismo”, è in realtà un profondo, mal celato odio di classe. Se non fosse così, oggi in Gran Bretagna non avremmo Priti Patel – mezza ugandese e mezza indiana – come attuale Ministra degli Interni. Non avremmo avuto Sajid Javid, di origine pakistana, come ex tesoriere. Eppure, quando si tratta di applicare i tagli brutali dell’austerity, che minano alla base la vita quotidiana di milioni di cittadini della working class e middle class –bianchi britannici, caraibici, europei o asiatici – son tutti d’accordo. Quando si tratta di promuovere nuovi interventi militari all’estero, che uccidono milioni di persone nei paesi cosiddetti “in via di sviluppo” e provocano milioni di rifugiati, sono tutti d’accordo. Il sindaco laburista di orgine pakistana Sadiq Khan, che ha pur approvato una revisione delle statue della città in seguito alle proteste contro il razzismo, non ha però nulla da ridire sulle politiche di apartheid e di segregazione della popolazione palestinese in corso in Israele.

Non vi è nessuna differenza con l’ex Primo Ministro conservatore Theresa May, che nei media si straccia le vesti per la comunità nera discriminata dalla polizia nelle perquisizioni, ma è stata la prima responsabile dello scandalo della Windrush Generation, che ha visto deportare numerosi britannici di origine caraibica, compresi veterani dell’esercito che avevano servito nelle missioni umanitarie di sua maestà all’estero.  Che cos’hanno in comune Priti Patel in GB, il senatore repubblicano Marco Rubio e la speaker democratica Nancy Pelosi in Usa, Juan Guaidòin Venezuela etc etc?

Un totale, malcelato disprezzo per i ceti medio-bassi, qualsiasi colore della pelle essi abbiano. Il meticcio Juan Guaidò, espressione dell’elite finanziaria di Caracas Est, non rappresenta di certo la gran parte della popolazione venezuelana. Le elites iper-liberali pensavano ingenuamente che bastasse oleare con i dollari  del National Endowment for Democracy un rampollo venezuelano simile nelle sembianze a Obama, spedirlo in Serbia a fare training con gli attivisti di Otpor, pagare a lui e ai suoi soci lauti compensi ed aggiudicarsi così l’autoproclamata presidenza con l’acclamazione del pubblico. Ma le politiche chaviste hanno assicurato a milioni di persone dei barrios – soprattutto indigeni – una vita dignitosa. Tutto questo gli iperliberali non lo vogliono. Preferiscono seminare povertà e divisione sociale al fine di perpetrare al massimo i propri privilegi. Su un piano simile, di recente alcune testate americane hanno titolato cose come “Gli elettori neri americani che hanno votato Trump sono stati manipolati dai russi.” Titoli che ricalcano dichiarazioni ufficiali di esponenti politici e che, di nuovo, come osserva Blumenthal, rivelano il totale disprezzo e paternalismo verso la comunità afroamericana, considerata stupida e manovrabile, reiterando inoltre il lait motiv trito e ritrito dei bot russi, tirato fuori dal cappello ogni volta che non hanno argomenti. Biden inoltre, in una intervista del 23 maggio ad un giornalista afroamericano, si è lasciato sfuggire il “non detto”, quello che potremmo definire “l’inconscio dell’Occidente politico iperliberale”. Con una battuta a dir poco infelice, il candidato Democratico alla Casa Bianca ha dichiarato, “Se non sei in grado di scegliere fra me e Trump, allora vuol dire che non sei veramente nero.”

Forse una delle dichiarazioni più razziste e paternaliste mai pronunciate da un leader politico. Ma si tratta davvero solo di una “battuta infelice”? Non la si puo’ considerare invece un’emersione alla superficie dell’inconscio di cui sopra?

La risposta delle destre

Gli iperliberali seminano o appoggiano guerre e divisione, contemporaneamente macellano scuole e sanità a colpi di austerity, ignorano completamente una regolamentazione equa del mercato del lavoro, creando divisione fra migranti ed autoctoni, poi lasciano le cose a se stesse.  A quel punto subentrano le destre, che raccolgono i cocci e gli umori degli autoctoni, offrendo una risposta piena di retorica, sconclusionata, piena di contraddizioni…ma pur sempre una risposta, che è qualcosa di diverso dal vuoto politico. Ma gli iperliberali non connettono i puntini, rimangono a bocca aperta, aspettandosi che il pubblico li segua sull’onda del politicamente corretto. La botte piena e la moglie ubriaca, si dice. Quello che non capiscono, per cecità politica e per totale distacco dalla realtà, è che questo è il risultato diretto di un loro disegno politico.

Le destre soddisfano nella retorica la frustrazione del pubblico verso i nodi irrisolti dell’immigrazione ed altri temi di divisione sociale, affrontandone però sempre la parte finale, mai la radice. Se grattiamo un po’ la superficie della retorica xenofoba ed omofobica, infatti, ci si accorge che le destre attuali, diversamente dal passato, sono uno strano ibrido di neoliberismo e neoimperialismo. Con le dovute differenze di paese in paese, appoggiano però l’austerity in casa e l’interventismo “umanitario” all’estero tanto e come i liberali o iperliberali che dicono di contrastare, se non di più. La Gran Bretagna conservatrice non ha bisogno dei dettami dell’Ue sul bilancio per tagliare la sanità: ha già fatto questo da sola egregiamente, da 10 anni a questa parte. Nella maggior parte dei casi le destre europee attuali sono in linea con le politiche aggressive ed interventiste di Israele e degli USA (vedi Salvini in Italia, le destre austriache, tedesche, ungheresi). Ora, per chiudere il cerchio, ritornando a Duda: si è visto che il gap si sta chiudendo, e probabilmente lo charme delle destre non durerà ancora a lungo. La domanda che ci poniamo è: ci sono forze politiche in grado di prendere saldamente in mano questo “momentum” e di operare una transizione verso un dibattito politico aperto, che abbiano il coraggio di andare oltre al politicamente corretto e siano in grado di offrire risposte solide agli elettori? In poche parole, forze genuinamente progressiste con una leadership?

O il centro sinistra iperliberale è davvero votato al suicidio politico, preferendo spingere il dibattito pubblico e gli elettori verso una guerra infinita di trincea, dove la divisione sociale viene esasperata all’ennesima potenza?

 

Leni Remedios

 

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