Uno spettro si aggira per l’Occidente?

“Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo”, si legge nel Manifesto del Partito Comunista pubblicato a Londra nel 1848. Quasi due secoli più tardi, alla vigilia delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti e con l’economia globale in piena recessione, Washington rispolvera un copione già visto: quello della Guerra Fredda.

Ma non facciamoci ingannare dalle apparenze: i tempi e le circostanze, infatti, sono cambiati.

Navigando su Internet, nelle settimane scorse, mi sono imbattuta nell’ennesima notizia di morti erroneamente attribuite al COVID-19, stavolta in Florida, Stati Uniti. Riguardavano un sessantenne deceduto a causa di una ferita da arma da fuoco alla testa, un novantenne morto per complicazioni in seguito a caduta e frattura dell’anca e un giovane perito in un incidente stradale.

In un articolo dello scorso aprile, il quotidiano statunitense USA Today ha valutato come “vera” l’affermazione secondo cui i finanziamenti agli ospedali aumentano in caso di pazienti ritenuti positivi al COVID-19.

“Ospedali e medici vengono effettivamente pagati di più per i pazienti Medicare con diagnosi di COVID-19 o presumibilmente positivi al COVID-19 anche in assenza di un test confermato in laboratorio, e tre volte di più se i pazienti sono sottoposti a ventilazione meccanica, al fine di coprire il costo delle cure e la perdita di affari dovuta al riorientamento verso il trattamento dei casi di COVID-19”, si legge su USA Today.
Che diano origine o meno a schemi fraudolenti, quelli economici sopracitati non sono gli unici bonus derivanti dalla pandemia. Ce ne sono anche – soprattutto – di politici: ogni volta che il presidente americano, Donald Trump, usa le espressioni “virus cinese” o “Kung Flu” per riferirsi al COVID-19, come il 24 agosto quando ha accettato la nomination repubblicana per la presidenza degli Stati Uniti, è perfettamente consapevole che questo tipo di approccio alla Cina attira le simpatie di una certa fetta dell’elettorato statunitense.

Alle presidenziali mancano meno di due mesi, ed entrambi i maggiori schieramenti del panorama politico a stelle e strisce, Partito Democratico e Partito Repubblicano, sfruttano, ognuno a modo suo, il “fattore Cina”. Come osserva la rivista di notizie online The Diplomat, “nell’ultimo anno, la posizione di Biden sulla Cina ha subito uno spostamento tettonico, dato che sta assumendo un atteggiamento più duro sulla violazione dei diritti umani in Cina e sulla competizione strategica con gli Stati Uniti”.

Nel dibattito dei Democratici dello scorso 25 febbraio in South Carolina, il candidato Joe Biden ha definito il presidente cinese, Xi Jinping, “un criminale che detiene un milione di uiguri in campi di concentramento”.

Martedì 25 agosto, il portavoce della campagna di Biden, Andrew Bates, ha risollevato il tema della repressione degli uiguri usando il termine “genocidio“.

Il presidente Trump, da parte sua, sta ventilando la possibilità di riconoscerla ufficialmente come tale.
Il mondo intero è venuto a conoscenza della tragedia degli uiguri nei mesi scorsi. Da allora i mass media ci aggiornano con assiduità su quanto accade nel Nord-Ovest della Cina, persuadendoci che i problemi degli uiguri e i nostri abbiano una causa comune, ovvero il Partito Comunista Cinese. Quanto c’è di vero in tutta questa storia?

Probabilmente, proprio niente: uno sguardo attento alle cifre e al modo in cui sono state ottenute rivela, infatti, una grave carenza di dati. Come fa sapere il portale di giornalismo investigativo indipendente “The Grayzone“, l’affermazione secondo cui Pechino avrebbe fatto arrestare milioni di uiguri nella regione cinese dello Xinjiang si basa su due “studi” altamente discutibili.
Il primo è stato realizzato dalla rete di organizzazioni sostenuta dal governo degli Stati Uniti “Network of Chinese Human Rights Defenders” (CHRD), con sede a Washington. In un rapporto del 2018 presentato al Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale (rapporto che i media occidentali fanno spesso passare per un documento delle Nazioni Unite), il CHRD “stima che circa un milione di esponenti dell’etnia uigura siano stati trasferiti in campi di detenzione per la “rieducazione” e che circa due milioni siano stati costretti a frequentare programmi di “rieducazione” nello Xinjiang”.

Come afferma lo stesso CHRD, questa cifra “si basa su interviste e dati limitati”. Proprio questo network ha dato il via alla diffusione della narrativa sui “milioni di detenuti” uiguri. Una stima che ha formulato dopo aver intervistato un totale di…otto persone.
Nella loro incalzante campagna di pressione contro la Cina, gli Stati Uniti non solo si affidano al CHRD per i dati: stanno anche finanziando direttamente le sue operazioni. Infatti il CHRD riceve un sostegno finanziario significativo dal National Endowment for Democracy (NED), il braccio di Washington per i cambi di regime.
Il secondo studio si basa, invece, su resoconti ambigui e speculazioni dei media. È stato scritto da Adrian Zenz, un fondamentalista cristiano di estrema destra convinto che Dio lo stia guidando in una missione contro la Cina.

Adrian Zenz è Senior Fellow in studi sulla Cina presso l’organizzazione di estrema destra “Victims of Communism Memorial Foundation” (Fondazione alla memoria delle vittime del Comunismo), istituita dal governo degli Stati Uniti nel 1983.
La Victims of Communism Memorial Foundation è una propaggine del “National Captive Nations Committee”, un gruppo che fu fondato dal nazionalista ucraino Lev Dobriansky per fare pressioni contro qualsiasi tentativo di distensione con l’Unione Sovietica. Il suo co-presidente, Yaroslav Stetsko, era uno dei massimi leader della milizia fascista OUN-B (l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini sostenitori di Stepan Bandera), che combatté al fianco della Germania nazista durante la sua occupazione dell’Ucraina nella Seconda guerra mondiale.

Insieme, i due aiutarono a fondare la “World Anti-Communist League” (Lega anticomunista mondiale), descritta dal giornalista Joe Conason come “rifugio organizzativo per i neonazisti, i fascisti e gli estremisti antisemiti provenienti da due dozzine di Paesi”.
Al pari del CHRD, anche Zenz arrivò a stimare “oltre 1 milione” di prigionieri uiguri in maniera discutibile. La sua stima si basa infatti su un singolo reportage di Istiqlal TV, un’organizzazione mediatica uigura con sede in Turchia, poi rilanciato da Newsweek Japan. Lungi dall’essere un’organizzazione giornalistica imparziale, Istiqlal TV promuove la causa separatista mentre dà voce a un assortimento di figure estremiste.
Se possiamo forse assolvere lo spettatore per l’eccesso di fiducia nei media, lo stesso discorso non vale per i giornalisti, la cui etica professionale imporrebbe un’indagine delle fonti per quanto possibile approfondita e imparziale prima di pubblicare una notizia. Se invece l’obiettivo è proprio quello di diffondere una narrativa preconfezionata, allora l’uso della parola “giornalismo” è fuori luogo.    
Le fonti sono altrettanto discutibili quando si parla di Holodomor, il “genocidio ucraino ordinato da Stalin” che prima del 1985 genocidio non era, ma una grave carestia abbattutasi su alcune regioni dell’URSS negli anni 1932-1933.

Un filo rosso collega questo tema a quello delle morti erroneamente attribuite al COVID-19.

Vediamo perché.

Nel 1985, l’amministrazione del presidente americano, Ronald Reagan, autore dell’espressione “Impero del Male”, istituì una commissione incaricata di “fornire alla società americana una migliore comprensione del sistema sovietico esponendo il ruolo dei Soviet nella carestia ucraina”.

Un anno dopo, esce il libro dello pseudo-storico britannico Robert Conquest, “The Harvest of Sorrow: Soviet Collectivization and the Terror-famine”.
Secondo Catherine Juščenko, moglie dell’ex presidente dell’Ucraina, Viktor Juščenko (salito al potere in seguito alla Rivoluzione arancione del 2004), “milioni di ucraini furono annientati dalla carestia – l’Holodomor – appositamente organizzata dal regime comunista stalinista”, che tolse alle persone “il cibo e qualsiasi mezzo di sussistenza e salvezza“. Fu proprio Viktor Juščenko a ordinare la pubblicazione in Ucraina di registri in memoria delle vittime dell’Holodomor.
All’aumentare degli interessi politici sottostanti diminuisce l’interesse per la verità storica: le fonti ci sono, ma in pochi le consultano.

Peccato, perché riservano sorprese inaspettate.

Apriamo i registri ucraini  e scorriamo le cause del decesso delle vittime dell’Holodomor: c’è di tutto, dall’avvelenamento da alcol agli incidenti sul lavoro, dalla morte per vecchiaia ai traumi cerebrali, e persino “cause sconosciute”. Secondo la definizione adottata dall’Onu, il termine “genocidio” presuppone che un atto sia commesso “con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale”. Tutta una serie di Stati, tra cui la Città del Vaticano, riconoscono l’Holodomor come il genocidio della popolazione ucraina dell’Unione Sovietica per mano di Stalin. Ma anche dove manca il riconoscimento ufficiale, la coscienza collettiva sembra accettare questa versione dei fatti. Consultando i registri ci si aspetterebbe, dunque, di imbattersi esclusivamente in vittime di nazionalità ucraina. Ma la realtà è un’altra. A Berdjans’k, per esempio, tra le cosiddette “vittime dell’Holodomor”, figurano 842 russi (com’è normale che sia in una città dell’Ucraina sud-orientale), 155 ucraini e 66 ebrei, nonché bulgari, tedeschi, polacchi, bielorussi e armeni.

E per qualche tempo i vivi hanno fatto compagnia ai morti, almeno finché gli elettori del villaggio di Andriyashivka dell’Oblast’ ucraina di Sumy non si sono accorti che i loro nomi erano stati inseriti in blocco tra quelli delle vittime. Queste ultime, a conti fatti, sono 882.510 , una cifra diversa dai “milioni” citati dalla signora Juščenko e che include, come abbiamo visto, persone decedute per le cause più disparate.

Eduardo Bolsonaro, figlio del presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, presentando un disegno di legge contro la simbologia comunista nei giorni scorsi, ha fatto passare un’immagine della carestia del Bengala del 1943  per una testimonianza dell’Holodomor ( se n’è accorto anche il quotidiano online Sicurezza Internazionale.

In passato, in Ucraina, nelle mostre dedicate all’Holodomor sono state usate fotografie risalenti alla Grande depressione degli Stati Uniti, quando, nonostante la fame, si distruggevano i raccolti nel tentativo di aumentare i prezzi della merce.
Sia le accuse rivolte alla Cina sia quelle un tempo rivolte all’URSS sono accompagnate da un’aperta condanna dell’ideologia dei due Paesi.

Nel suo famoso discorso sull’Impero del Male dell’8 marzo 1983, Reagan citò le parole pronunciate dal cantante Pat Boone davanti a un pubblico di sedicimila persone: “Preferirei vedere le mie bambine morire oggi, continuando a credere in Dio, piuttosto che farle crescere sotto il comunismo così che un giorno muoiano senza più credere in Dio”. Quindi Reagan aggiunse: “C’erano centinaia di giovani fra quel pubblico che balzarono in piedi urlando di gioia. Avevano riconosciuto istantaneamente la verità profonda di ciò che quel giovane aveva detto”.
Altrettanto improntato all’ideologia è il discorso pronunciato lo scorso 23 luglio dal Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, a Yorba Linda, nella Richard Nixon Presidential Library and Museum: “Sappiamo che se le nostre società investono in Cina, potrebbero supportare consapevolmente o inconsapevolmente le gravi violazioni dei diritti umani del Partito Comunista”.

Poi, riferendosi al presidente cinese, Xi Jinping: “È questa ideologia, è questa ideologia che ispira il suo desiderio decennale di egemonia globale del comunismo cinese. L’America non può più ignorare le differenze politiche e ideologiche fondamentali tra i nostri Paesi, proprio come il PCC non le ha mai ignorate”.
Eppure, il marxismo-leninismo non sembrerebbe più rappresentare una minaccia ai privilegi delle élites occidentali, a differenza di quanto avveniva nella seconda metà del secolo scorso in Europa, quando il movimento socialista era ancora forte e compatto e godeva dell’appoggio e dell’esempio dell’URSS. “La lunga notte di paura, incertezza e solitudine è finita”, affermava George W. Bush in un discorso a Vilnius nel 2002.

Lo stesso Pompeo fa notare che “il Segretario generale Xi Jinping è un vero sostenitore diun’ideologia totalitaria fallita“.

Fallita. Poco dopo, però, aggiunge: “Dobbiamo indurre la Cina a cambiare in modi più creativi e assertivi, perché le azioni di Pechino minacciano il nostro popolo e la nostra prosperità. Dobbiamo iniziare cambiando il modo in cui il nostro popolo e i nostri partner percepiscono il Partito Comunista Cinese”.
Eccolo lì, lo spettro, riavvistato in Europa e negli altri Paesi partner degli Usa.

Che dire…se davvero c’è, sa nascondersi bene. Piuttosto ci sarebbe da chiedersi come fa una “ideologia totalitaria fallita” a “minacciare la prosperità” degli Stati Uniti. A questa domanda, Pompeo non risponde. Potrebbe dire, come pensano in molti, che in Cina in realtà c’è il capitalismo, ma allora i crimini di cui accusa Pechino diventerebbero automaticamente “crimini del capitalismo”.
Incoerenze a parte, indipendentemente dal tipo di sistema economico adottato dalla Cina, una volta grattata la superficie, lo scontro attualmente in corso tra i due Paesi ha ben poco da spartire con la Guerra Fredda, di cui una delle componenti principali era proprio la lotta ideologica. Nel nostro caso, invece, possiamo notare come Pechino, pur rispondendo a tono agli attacchi economici sferrati dagli Stati Uniti, a livello politico continua a esortare i suoi partner al rispetto reciproco e alla cooperazione “win-win”, evitando il più possibile di attirare l’attenzione sulla questione ideologica. Tale linea è stata mantenuta durante il tour di visite in Europa del capo della diplomazia cinese, Wang Yi, iniziato a Roma il 25 agosto e conclusosi il primo settembre in Germania dopo aver toccato anche Paesi Bassi, Norvegia e Francia. Proprio da Parigi, il ministro degli Esteri di Pechino ha osservato che “le divergenze tra Cina e Stati Uniti non riguardano il potere, lo status o il sistema sociale, ma la scelta tra multilateralismo e unilateralismo, tra una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e un gioco a somma zero”.
Gli Stati Uniti, però, non demordono. Come mai?
In Russia esiste un modo di dire che recita così: “Hanno cominciato a fare leva sul patriottismo. Si vede che li hanno beccati a rubare”.

Viene usato con una certa frequenza dall’opposizione liberale russa, contraria all’intervento dello Stato nell’economia e convinta che la causa di tutti i problemi economici vada ricercata nella corruzione. Diversamente e in maniera più esplicativa si espresse Lenin tra il 1913 e il 1914: “Il nazionalismo borghese e democratico-borghese, pur riconoscendo a parole l’uguaglianza delle nazioni, in realtà difende (spesso segretamente, dietro le spalle del popolo) alcuni privilegi di una delle nazioni e si sforza sempre di ottenere maggiori benefici per la “sua” nazione (cioè per la borghesia della sua nazione), di dividere e demarcare le nazioni, di sviluppare l’eccezionalismo nazionale, ecc. Parlando soprattutto di “cultura nazionale”, sottolineando ciò che distingue una nazione da un’altra, il nazionalismo borghese separa gli operai delle varie nazioni e li inganna con “motti nazionali”.

Stando agli ultimi dati disponibili mentre scriviamo, l’economia americana nel secondo trimestre del 2020 si è contratta del 31,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un crollo senza precedenti. Quasi 30 milioni di americani ricevono una qualche forma di sussidio di disoccupazione. Dati alla mano, è importante capire che quella cui stiamo assistendo – anzi, che stiamo vivendo – è una crisi economica che affonda le sue radici nella Grande recessione del 2008. Le misure adottate per frenare l’epidemia di COVID-19 nel mondo non hanno fatto che esasperarla, e l’idea secondo cui la disponibilità di un vaccino implichi automaticamente una ripartenza dell’economia rischia di rivelarsi a dir poco ottimistica.

Come si svilupperà la situazione oltreoceano?
Presumibilmente, al crescere del malcontento della popolazione a causa di tutti quei fenomeni che inevitabilmente accompagnano le recessioni, come aumento della disoccupazione e delle imposte, diminuzione degli stipendi, indebolimento o chiusura di imprese principalmente medie e piccole, e via dicendo, si rafforzerà la retorica nazionalista dell’establishment statunitense, a prescindere da chi sarà il vincitore delle presidenziali del prossimo novembre (e no, l’opzione di ibernarsi per qualche milione di anni come gli abitanti di Magrathea non è disponibile). Difficile prevedere in che cosa sfocerà tutto questo, se in una guerra aperta tra le due superpotenze – il cui scoppio Pechino cercherà di evitare in tutti modi poiché danneggerebbe i suoi interessi – oppure in un’altra Grande depressione negli Stati Uniti, mentre l’economia cinese si terrà a galla anche grazie alle caratteristiche del suo mercato interno.
Secondo il Wall Street Journal, quest’anno quella cinese sarà l’unica grande economia in crescita. Ne consegue che il gap con l’economia Usa andrà colmandosi a ritmo accelerato. “Quest’estate la Cina ha sottratto ad altre nazioni manifatturiere una quota molto maggiore dei mercati globali, consolidando un dominio nel commercio che potrebbe protrarsi ben oltre l’inizio della ripresa del mondo dalla pandemia”, osserva il New York Times.
Lo scoppio di una rivoluzione negli Usa resta, tuttavia, altamente improbabile nel futuro prossimo, considerato l’alto livello di frammentazione delle classi disagiate, cui sta contribuendo la strumentalizzazione della protesta in corso. In piena campagna elettorale, Donald Trump si sta servendo comunque dello spauracchio della rivoluzione per mettere in guardia gli elettori contro l’eventuale vittoria di Biden alle presidenziali. Intervistato da Fox News il 31 agosto, il presidente Usa ha affermato che “Black Lives Matter è un’organizzazione marxista” e che “se Biden passa”, allora la rivoluzione vincerà.
In ogni caso, dal momento che le condizioni del “paziente europeo” sono altrettanto gravi, è lecito aspettarsi anche da noi un revival di sentimenti nazionalistici, le cui possibili conseguenze sono tristemente note. “Il fatto che tu non ti occupi di politica non implica che la politica non si occupi di te”, recita una celebre frase attribuita al politico ateniese Pericle.
Teniamolo a mente.
Giulia Zanette

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