Conte interviene alla conferenza “A 45 anni dagli Accordi di Helsinki”

Il Presidente del Consiglio Conte è intervenuto a Roma, presso Palazzo Borromeo, alla conferenza “A 45 anni dagli Accordi di Helsinki, il Cardinale Silvestrini e la Ostpolitik vaticana”.

 

Il video:

Il testo dell’intevento:

“Eminenze reverendissime, Signor Ambasciatore, Illustri rappresentanti dei corpi diplomatici, Illustri relatori, Autorità tutte , Gentili ospiti,

sono particolarmente lieto di questo invito che per me costituisce anche il modo per omaggiare la figura del cardinale Achille Silvestrini nella quale sono venute a confluire e ad armonizzarsi rare doti, di grande diplomatico, di appassionato educatore, di uomo di Chiesa, di fede cristallina, di studioso dalle spiccate doti intellettuali che hanno contribuito a renderlo un fine interprete del suo tempo, anzi, lo dico tra virgolette, dei “tempi nuovi”.

Sono stati davvero molti i suoi “talenti”, che combinati insieme lo hanno posto al centro di molteplici vicende della vita della Chiesa, della geopolitica internazionale, delle vicende politiche, sociali e culturali del nostro Paese.

Nelle varie vicende politiche e sociali da lui incrociate nel corso del suo arco di vita, in particolare nella seconda metà del Novecento, egli ha lasciato l’impronta riconoscibile di una personalità di statura internazionale, dopo aver conosciuto anche, da studente e da seminarista, pensoso e sensibile, la tragedia della guerra e la speranza della Liberazione.

Nel solco della illustre tradizione della diplomazia apostolica, con incarichi e investiture via via sempre più prestigiose, il cardinale Silvestrini ha profuso mirabili energie morali e intellettuali nella elaborazione di progetti e proposte che muovevano da una profonda conoscenza delle ragioni delle crisi politiche internazionali del secolo scorso in modo da proporre poi un loro superamento pacifico ma non con formule astratte ma sulla base di soluzioni mirate e articolate, facendo ampio ricorso alla virtù del discernimento.

Sotto questo aspetto mi spingerei ad attribuire al Cardinale Silvestrini il merito di avere contribuito a offrire, nella nostra età contemporanea, una salda base di legittimazione al servizio diplomatico, altrimenti percepito come residua eredità del magistero temporale della Chiesa. In realtà, strumento essenziale al servizio della pace,  dei diritti univesali, del perseguimento del bene comune.

Guida illuminata delle delegazioni diplomatiche della Santa Sede, egli, di volta in volta, ha partecipato a congressi, convegni, consultazioni promossi dalle maggiori potenze mondiali per la disamina e il confronto in ordine ai problemi più scottanti del nostro tempo, come il controllo della proliferazione delle armi nucleari.

Sicuramente le trattative che condussero alla sottoscrizione, a Helsinki, dell’Atto finale della Conferenza sulla Sicurezza e la cooperazione in Europa, che sono state puntualmente ricostruite da Sua Eminenza Parolin, rappresentarono un momento particolarmente fecondo, nel quale il ruolo del cardinale Silvestrini fu certamente significativo, con particolare riferimento ai temi della pace e dei diritti umani, e richiamo anche io il principio 7 dell’Atto finale di Helsinki, assolutamente di rilievo centrale: Gli Stati partecipanti riconoscono il significato universale dei diriti dell’uomo e delle libertà fondamentali, il cui rispetto è un fattore essenziale della pace, della giustizia e del benessere necessari ad assicurare lo sviluppo di relazioni amichevoli e della cooperazione fra loro, come fra tutti gli Stati.

Tutto questo, bisogna contestualizzarlo, in tempi di rigide contrapposizioni figlie della guerra fredda, e non era affatto scontato, Silvestrini, per il suo intenso impegno a favore del dialogo con i governi comunisti e a tutela della presenza cattolica nei Paesi dell’Est, fu anche, ed è stato anche ricordato questo,  criticato e anche mal compreso, a volte anche da esponenti delle medesime gerarchie ecclesiastiche dell’Europa orientale. Non escludo che riguardo a queste posizioni diffidenti abbiamo pesato antichi retaggi dottrinali, considerato anche il lungo, tormentato sviluppo dottrinale che ha avuto il principio di libertà religiosa. Ricordo qui la sofferta elaborazione della dichiarazione Dignitatis Humanae, che fu approvata dopo lunga gestazione proprio a ridosso della chiusura del Concilio Vaticano II, il giorno prima della chiusura.

Questo documento, che si giovò dell’apporto teorico, qui dobbiamo ricordarlo, di  John Courtney Murray, il gesuita che insegnava al Woodstock College nel Maryland, a contribuito a riformulare il rapporto Stato Chiesa all’affermazione di un nuovo concetto di laicità aperto al principio di libertà religiosa, fondato sul primato della dignità della persona umana.

Nell’azione del diplomatico Silvestrini questo insegnamento viene sviluppato coerentemente abbandonando la pretesa di affermare il primato della verità ultima, per affidarsi alla umile ma fondamentale virtù del dialogo.

Con lo sguardo prospettico che solo la storia può offrire, possiamo riconoscere oggi che questa intensa e convinta attività diplomatica non solo si è rivelata utile a proteggere le forme di dissenso nei Paesi del “blocco sovietico”, ma ha posto anche le basi per quella dirompente azione che poi si realizzerà con il pontificato di Wojtyla.

Nell’orizzonte umano e direi anche metafisico, per così dire, del cardinale Silvestrini è sempre brillata, fissa, la stella polare della pace universale.

Era uomo di pace, per il quale il valore inestimabile della Pax Christi non poteva restare nell’empìreo delle aspirazioni teoretiche, ma poteva – anzi, doveva – tradursi e attualizzarsi in regole di condotta e linee-guida per tutti gli uomini, nella consapevolezza del profondo legame, storico, politico, antropologico, esistente tra pace e giustizia.

Una pace che non sia effimera, fragile, ma possa spiegarsi nella sua dimensione più autentica e duratura, deve trovare il suo fondamento nella giustizia. In questa prospettiva, molto influì sulla sua personalità di pastore e di diplomatico attento ai segni dei tempi il magistero di Giovanni XXIII e di Paolo VI, racchiuso in straordinari e molto attuali documenti. Penso in particolare, a due grandi encicliche, la Pacem in terris e la Populorum progressio, nelle quali si rinviene una declinazione compiuta dei principi che devono regolare le relazioni internazionali.

In un punto dell’enciclica Pacem in terris si legge: “Le comunità politiche hanno diritto all’esistenza, al proprio sviluppo, ai mezzi idonei per attuarlo: ad essere le prime artefici nell’attuazione del medesimo, di conseguenza e simultaneamente le stesse comunità politiche hanno pure il dovere di rispettare ognuno di quei diritti; e di evitare quindi le azioni che ne costituiscono una violazione”.

Nell’enciclica Populorum progressio quei principi di giustizia, in armonia con le vicende del tempo, vengono ulteriormente discussi e approfonditi: a mettere in pericolo la pace sono soprattutto le diseguaglianze economiche, sociali e culturali, così evidenti e odiose da provocare tensioni e disordini. Cito anche qui un passo, che reputo particolarmente significativo: “La pace non si riduce a un’assenza di guerra, frutto dell’equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini”. E lo sviluppo, per la Populorum Progressio, è il nuovo nome della pace.

Ed ecco, che forte di un magistero pontificio condiviso e assimilato, l’impegno esemplare e fruttuoso del cardinale Silvestrini in tutte le occasionali internazionali nelle quali questa pace, fondata sulla giustizia, doveva affermarsi nei confronti di tutte le parti e gettare il seme fecondo per le generazioni future.

Con questi sentimenti e questo slancio egli operò, in tutte le occasione di crisi delle Malvine-Falklands, nella Conferenza sul disarmo in Europa (Stoccolma 1984), in incontri e conferenze in Libano e in Siria (1986), per la soluzione della persistente crisi medio-orientale.

Meritevole di essere qui quantomeno segnalato – non certo questa è la sede per un approfondimento – è anche il suo contributo, negli anni in cui è stato Prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, alla conoscenza, alla valorizzazione e alla conservazione della ricca tradizione, della presenza e del ruolo delle Chiese d’Oriente legate a Roma.  

Per quanto riguarda specificatamente la “East Politics”, S.E. Parolin si è già soffermato. Ha avuto un grande ruolo il suo profondo legame con il cardinale Agostino Casaroli, di cui fu uno dei più stretti collaboratori. Con lui Silvestrini condivise la stagione feconda, ma anche difficile, del dialogo con i Paesi dell’Europa dell’Est, al fine di assicurare, pur nel difficile contesto nel quale agivano i protagonisti, spazi e margini di libertà alla “Chiesa del silenzio”.

Ricordo che è di Silvestrini, ed è molto bella, la prefazione a Il martirio della pazienza, lo splendido libro di memorie di Casaroli che – nel rievocare, con la forza della testimonianza, l’azione della diplomazia vaticana nei confronti dei regimi comunisti blocco sovietico – ci offre l’affresco straordinario di una delle pagine più drammatiche del Novecento.

E credo che si possa tranquillamente predicare di Silvestrini quello che lui predica in questa prefazione di Casaroli: la sua – la loro – attività diplomatica si è alimentata della “consapevolezza teologica che la luce misteriosa che illumina la coscienza degli uomini non può mai essere spenta, neppure dalla più spietata delle istituzioni. Questa teologica della grazia [lo] portava a vedere uomini attorno a sé, non nemici”.

Dall’osservatorio della “Europa a 27” del 2020 è interessante rilevare come in questi quarant’anni tali Paesi, che erano allora oggetto di specifica attenzione presso la Segreteria di Stato vaticana, abbiano avuto destini molto diversi.

Molti di questi Paesi (ben otto) nel 2004 sono entrati a fare parte, a pieno titolo, dell’Unione Europea. Altri due (Bulgaria e Romania) vi hanno fatto ingresso nel 2007 e uno (Croazia) nel 2013. Poi ve ne sono alcuni (penso alla Bielorussia, all’Ucraina e alla Moldova) che fanno parte del cosiddetto “Partenariato orientale” nel quadro della Politica europea di vicinato. Infine vi sono altri cinque Paesi dell’ex Jugoslavia (Serbia, Montenegro, Macedonia del Nord, Bosnia-Erzegovina e Kosovo), a cui si aggiunge l’Albania, che aspirano anch’essi a fare parte della “Famiglia europea”.

È un processo molto complesso e delicato. Io credo che vada assolutamente portato a termine questo percorso di integrazione europea anche perché, se fallissimo questo obiettivo, non solo rischieremmo di vedere questi partner volgere il loro sguardo dall’Europa verso “vecchi alleati”, quali la Federazione Russa, storici “player” nell’area, come la Turchia, o altri importanti attori internazionali interessati a rafforzare la propria presenza nella penisola balcanica, quali la Cina e i Paesi del Golfo. 

Su questo credo che si giochi la credibilità della politica estera europea. E non può costituire un ostacolo quello che a volte viene anche sollevato, cioè la evidente complessità e a tratti anche farraginosità dei processi decisionali delle Istituzioni europee: stiamo sperimentando che è difficile decidere molto spesso all’unanimità in un’Europa a 27, ma è chiaro che dovremo intervenire per semplificare e per rendere più rapidi ed efficienti questi processi decisionali. E sicuramente possiamo approfittare della già programmata “Conferenza sul Futuro dell’Europa” senza però che questi problemi diventino una giustificazione per rallentare il processo di completa integrazione. 

Ritengo che per comprendere e conoscere nel profondo l’attività del diplomatico Silvestrini, occorre illuminare un altro aspetto, per certi aspetti anche più preminente, della sua personalità che non è fuori luogo definire eccezionale: quella dell’educatore.

Di Achille Silvestrini colpisce la capacità di declinare la sua vocazione non solo nelle vesti di esperto diplomatico ma anche in quelle del servitore umile e silenzioso, votato all’accudimento spirituale e all’educazione dei più giovani.

Ha vissuto un amore intenso per la Chiesa, nutrito da una fede solida e sicura, irradiante in ogni sua attività. Al centro della sua attenzione e riferimento imprescindibile del suo operare è stato sempre, costantemente, il dettato evangelico e l’amore per il prossimo, unito alla centralità della persona, creata a immagine e somiglianza di Dio.

La persona è riguardata nella sua dignità sempre come fine, mai come mezzo, e ad essa spettano diritti inalienabili, iscritti ab origine nella sua natura.

Ecco, sicuramente si nutrì alle feconde sorgenti del personalismo, fu un grande divulgatore, soprattutto tra i giovani, del pensiero sociale della Chiesa: la visione della società e dello Stato, il rapporto tra politica ed economia, quel particolare modo di intendere e di vedere il bene comune, che tanto influenzò la costruzione del grandioso edificio costituzionale della Repubblica, furono al cuore della sua riflessione, innervarono la sua predicazione, alimentarono il dialogo che egli coltivò costantemente con tutti, soprattutto con i più giovani.

Erano i giovani, per l’appunto, oggetto della sua più attenta e appassionata cura pastorale; proprio in virtù della sua paterna dedizione alla formazione e al futuro della gioventù, profuse buona parte delle sue energie nell’autorevole guida di “Villa Nazareth”, che – è stato ricordato – fondata dal cardinale Domenico Tardini, nella quale fu faro di sapere e di etica cristiana per numerosissimi giovani che frequentarono quel luogo e che ebbero così l’irripetibile opportunità di vivere in un ambiente pensato per far fiorire i loro talenti in un clima di sereno impegno fraterno e di gioviale e illuminata condivisione.

Io stesso sono personale testimone, avendo svolto attività di volontariato subito dopo la laurea a “Villa Nazareth”, del suo sorriso incoraggiante, del suo sguardo benedicente, del profondo rispetto che lui ha avuto sempre per la persona, anche la più umile, anche la più modesta e la piccola.

In sintesi si può senz’altro affermare a proposito del cardinale Achille Silvestrini è che la sua eccezionale figura di religioso e diplomatico, in oltre un settantennio di instancabile e indefettibile collaborazione con i grandi Papi di questo lungo arco di storia, ha segnato indelebilmente le più importanti vicende della storia socio-politica degli ultimi tempi, lasciando la sua inconfondibile impronta di profonda umanità, di straordinaria cultura, di peculiare abilità diplomatica, di incrollabile fede religiosa.

Grazie”.

 

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