Khirghizistan, non tutte le rivoluzioni sono colorate

Domenica 4 ottobre 2020 si sono svolte in Kirghizistan le elezioni parlamentari. Immediatamente dopo la pubblicazione dei risultati preliminari, che vedevano vittoriosi i partiti “Mekenim” (La mia patria) e “Birimdik” (Unità) vicini al presidente, Sooronbay Jeenbekov, migliaia di persone sono scese in piazza per protestare. Che cosa spinge il popolo del Kirghizistan nelle strade? Ne abbiamo discusso con due donne kirghise residenti a Bishkek, Ajnagul’ Kozhokulova e Zarina Kazanceva.

Intervista a cura di Giulia Zanette (Andromeda Project News)

Alla luce dei recenti avvenimenti in Bielorussia e al confine tra Armenia e Azerbaigian, si potrebbe pensare che in Kirghizistan sia in corso una rivoluzione colorata con l’obiettivo di destabilizzare la situazione lungo i confini della Federazione Russa. Siete d’accordo con questa visione delle cose o c’è dell’altro?

A.K.: No, non sono d’accordo. Si tratta davvero di una rivoluzione popolare: la pazienza del popolo di fronte alla corruzione e al clientelismo dell’attuale governo ha raggiunto il limite. Ciò vale anche per l’operato del presidente, Sooronbay Jeenbekov: suo fratello, Asylbek Jeenbekov, per due volte ha occupato la carica di speaker del Consiglio supremo del Kirghizistan e ora è uno dei candidati del partito “Birimdik”, accusato di compravendita di voti e di pressioni sugli elettori. L’immagine di Sooronbay Jeenbekov è stata gravemente danneggiata soprattutto dagli insabbiamenti e dal sostegno all’oligarca, Raiymbek Matraimov, ex funzionario coinvolto in grandi scandali di corruzione, contrabbando, legami con gruppi della criminalità organizzata e persino omicidi. A proposito, il partito finanziato da Matraimov, “Mekenim Kyrgyzstan”, com’era prevedibile ha ottenuto la maggioranza dei voti alle elezioni assieme al partito del potere “Birimdik”. Le ultime elezioni parlamentari sono state palesemente inique, caratterizzate da gravi brogli e compravendita di voti. Tutti ne erano al corrente ma nessuno poteva farci nulla. D’altronde, con una trentina di euro (tanto veniva pagato un voto) coloro che vivono sotto la soglia di povertà (il 22,4% della popolazione nel 2018 secondo i dati ufficiali, il 32,2% se si escludono le rimesse estere) possono dare da mangiare alla propria famiglia per alcune settimane in questo periodo di grave crisi.
Le conseguenze della pandemia sono state catastrofiche per il nostro Paese e hanno messo in luce non solo il dissesto del sistema sanitario, ma più in generale il dissesto dell’intero sistema della pubblica amministrazione. In estate, le persone morivano letteralmente per strada, non c’erano medicinali nelle farmacie, mancavano i posti letto negli ospedali e gli stessi medici non erano del tutto provvisti di dispositivi di protezione individuale, tanto che si sono ammalati anche loro. Per un Paese piccolo come il Kirghizistan, con una popolazione di poco più di 6 milioni di abitanti, la percentuale dei decessi nel mese di luglio è stata una delle più alte al mondo. Solo tra i miei conoscenti sono morte 8 persone, che, ne sono sicura, avrebbero potuto essere salvate. È stato terribile! Hanno portato la gente alla disperazione, quindi anche se queste elezioni non si fossero svolte, l’insoddisfazione nei confronti delle autorità sarebbe cresciuta ancora e ci sarebbero state manifestazioni questo autunno dopo l’allentamento della quarantena. Questa crisi politica stava maturando da diversi anni.

Z.K.: Vi ringrazio per avermi dato la possibilità di condividere con voi le informazioni in mio possesso su quanto sta accadendo in Kirghizistan. Questa rivoluzione non è una rivoluzione colorata e non è legata agli eventi in Bielorussia o nel Nagorno Karabakh, ma è dettata dal fatto che il popolo kirghiso è stufo: stufo delle ingiustizie e del governo di Jeenbekov. Da tempo il popolo del Kirghizistan lotta per raggiungere il benessere e la liberazione del Paese dalla corruzione. Come forse sapete, da noi la corruzione dilaga: i soldi la fanno da padrone ovunque, anche per trovare un lavoro bisogna pagare. Chi possiede il denaro, possiede il potere. Nei giorni scorsi ci sono state le elezioni. Anche stavolta il popolo ha dovuto fare i conti con la mancanza di giustizia, perché i voti sono stati comprati. Comprati per appena 2000 som kirghisi (poco più di 20 euro, NdT)! Coloro che hanno pagato, hanno vinto. I cittadini kirghisi hanno avuto l’ennesima prova che il loro voto non conta nulla. Non sorprende che la gente abbia deciso di scendere in piazza. Certo, una manifestazione pacifica sarebbe stata preferibile, senza l’assalto al palazzo presidenziale, senza saccheggi, senza panico, ma non dimenticate che i kirghisi originariamente erano un popolo nomade, erano degli invasori. All’ingiustizia rispondono con la forza, con gli assalti, come è accaduto nelle due precedenti rivoluzioni. Durante tutto il governo di Jeenbekov, il popolo non ha visto alcun miglioramento nella qualità di vita, nell’economia del Paese. Invece di svilupparsi e di progredire, il Kirghizistan è regredito, ha fatto solo passi indietro. Tutto questo, assieme ai brogli elettorali, ha determinato il deteriorarsi della situazione, cui stiamo assistendo.

Il tentativo di colpo di stato in Bielorussia sembra essere fallito, nonostante il supporto dell’Occidente ai membri dell’opposizione. I manifestanti kirghisi, al contrario, sono riusciti in pochissimo tempo a occupare le strutture del potere e a ottenere dalle autorità l’annullamento del risultato delle elezioni. Come si spiega questo successo? La rivolta era organizzata da tempo?

A.K.: Per prima cosa, l’esperienza maturata nelle due rivoluzioni precedenti ha avuto il suo peso. La rivoluzione del 2010 è stata sanguinosa, perché il presidente Kurmanbek Bakiev (che in seguito ha ricevuto asilo nella stessa Bielorussia) aveva dato l’ordine di sparare a vista sui manifestanti. La polizia e l’esercito sanno per esperienza personale come può andare a finire un simile spargimento di sangue. In secondo luogo, la qualità di vita dei bielorussi è di gran lunga superiore a quella dei kirghisi, lo sviluppo economico dei due Paesi non è nemmeno paragonabile, in Bielorussia non c’è una povertà così evidente come da noi. Un popolo spinto alla disperazione è un popolo pronto al sacrificio.

Z.K.: Non credo che questa insurrezione sia stata pianificata in anticipo. E non definirei un “successo” i risultati ottenuti dai manifestanti. Mostrano soltanto che in Kirghizistan il potere è debole e incapace di difendersi, e passa facilmente di mano in mano. Nelle due rivoluzioni precedenti, anch’esse caratterizzate da saccheggi, violenza, furti e incendi, gli sforzi della polizia per mantenere l’ordine si sono scontrati con l’aggressività dei manifestanti, numerosi poliziotti hanno perso la vita o sono scomparsi. L’aggressività gioca un ruolo importante in simili frangenti. Nella rivoluzione in corso, una parte della folla consiste di persone portate in città dalla campagna. Ricevono cibo, bevande alcoliche e denaro, e vengono istigate alla violenza. Ogni sera, dopo le cinque, seminano il panico in città lanciando sassi sui passanti, sui negozi e sulle auto e si danno al saccheggio. La polizia non può rispondere con la forza perché ha ricevuto l’ordine di non toccare i manifestanti. A difendere Bishkek sono gruppi di volontari, che dalle cinque di sera fino alle prime ore del mattino girano per le strade monitorando la situazione e cercando di impedire che vengano commessi crimini. La gente è riconoscente perché garantiscono un minimo di stabilità nella capitale.

Quali sono le richieste del popolo kirghiso al governo?

A.K.: Sfortunatamente, gli obiettivi per cui il popolo kirghiso ha lottato durante le rivoluzioni del 2005 e del 2010 non sono stati raggiunti. Il clan Bakiev ha preso il posto del clan Akayev e a sua volta è stato rimpiazzato da Atambayev, che ha portato al potere Jeenbekov. Ma la corruzione e il clientelismo sono sempre rimasti al loro posto. Allo stesso tempo, queste rivoluzioni hanno contribuito allo sviluppo della società civile e ad una maggiore attenzione da parte delle autorità all’opinione pubblica. A partire dalla prima rivoluzione, ho notato progressi significativi nello sviluppo della consapevolezza pubblica e questi progressi mi rendono ottimista e fiduciosa. Ammiro immensamente i nostri attivisti e i nostri giovani che, in estate, mettendo a rischio la loro salute e talvolta la loro stessa vita, si sono offerti come volontari e hanno contribuito a far fronte alla mancanza di cure mediche, di medicinali, di concentratori di ossigeno, salvando vite. E ora non solo sono scesi in piazza e stanno facendo questa rivoluzione, ma continuano a lottare per la giustizia. Davanti alla paralisi delle forze dell’ordine e al vuoto di potere, si sono organizzati in gruppi ed escono ogni notte per pattugliare la città e per proteggerci dai saccheggiatori. Intanto, i vecchi politici, gli oligarchi e i criminali stanno già cercando di dividersi il potere. Nonostante il caos e l’anarchia, la vita nel Paese continua. La mattina dopo l’assalto alla Casa Bianca, in molti sono usciti ad aiutare i dipendenti comunali a ripristinare l’ordine e la pulizia. Numerosi locali hanno iniziato a lavorare di notte per fornire pasti gratuiti ai membri dei gruppi volontari che difendono la città. Ci sono tanti esempi di unità e di assistenza reciproca. Davanti a tutto questo, capisco che non siamo condannati. Il Kirghizistan avrà un futuro luminoso.
Oggi le richieste sono tante, finora soltanto una è stata soddisfatta: l’annullamento del risultato delle elezioni parlamentari del 4 ottobre. Altre richieste includono il divieto per gli ex funzionari di occupare nuovamente posizioni di potere, le dimissioni del presidente e la formazione di un nuovo governo, nuove elezioni parlamentari e la riforma della Costituzione.

Z.K.: In questo momento, affinché la situazione si stabilizzi, è importante che il presidente, Sooronbay Jeenbekov, dia le dimissioni. Il risultato delle elezioni è già stato annullato. Quando Jeenbekov se ne andrà, se si svolgeranno elezioni eque, allora la situazione tornerà a essere stabile. La maggioranza dei cittadini del Kirghizistan, circa il 60%, ritiene che il governo più degno fosse quello di Almazbek Atambayev. Il popolo lo apprezza e lo rispetta. Certo, anche allora non mancavano furti e corruzione. Nonostante ciò, Atambayev si prendeva cura del popolo. Per quanto riguarda Jeenbekov, invece, i kirghisi non vogliono più vederlo al potere. I manifestanti hanno mostrato la loro forza e il loro malcontento occupando le strutture del potere e hanno ottenuto l’annullamento del voto. Resta aperta la questione delle dimissioni di Jeenbekov: vedremo come andrà a finire.

I media definiscono “filorusso” il presidente kirghiso, Sooronbay Jeenbekov. Pensate che con la presa del potere da parte dell’opposizione la situazione possa cambiare in modo sostanziale?

A.K.: Ne dubito. Troppe cose ci legano alla Russia, sia dal punto di vista economico che socio-culturale. Pensa che oltre 1 milione di cittadini della Repubblica del Kirghizistan (il 20% della popolazione) lavora nella Federazione Russa. Se il Kirghizistan confinasse con l’Unione europea, forse la situazione si sarebbe potuta evolvere in modo diverso.

Z.K.: Non importa chi prende il potere: finché ci saranno questo tipo di funzionari, questo tipo di governanti, non credo che le cose possano cambiare in Kirghizistan. Anche sotto i presidenti Askar Akayev e Bakiev ci sono state rivoluzioni e malcontento. Non abbiamo ancora visto, alla guida dello Stato, una persona meritevole che agisse per il bene del popolo. Chiunque salga al potere cerca di arricchirsi sulle spalle dei cittadini, mai i cittadini hanno ricevuto qualcosa per sé. Finché il Kirghizistan non sarà guidato da una figura degna e sinceramente interessata al benessere del popolo, nel Paese non cambierà nulla. Hanno rubato in passato e andranno avanti a rubare anche domani, tutto continuerà a girare intorno ai soldi. Un ladro prende il posto dell’altro, e i partiti che non sono passati alle elezioni organizzano proteste approfittando della povertà e dell’ignoranza della gente.

Appoggereste un eventuale intervento occidentale nella politica interna del Kirghizistan, come è avvenuto in Ucraina?

A.K.: Al pari della maggioranza degli abitanti del Kirghizistan, sono contraria a qualsiasi interferenza esterna negli affari interni del nostro Paese. Vorrei aggiungere che la situazione evolve con rapidità e le notizie si susseguono incessantemente. Noi stessi a volte non riusciamo a seguirle tutte. L’ex deputato Sadyr Japarov, che nella notte della rivoluzione è evaso dal carcere con l’aiuto dei suoi sostenitori e si è subito nominato Primo Ministro, si sta già adoperando per concentrare il potere nelle sue mani. La cosa peggiore è che Japarov è direttamente collegato al boss del crimine Kamchy Kolbaev. Numerosi deputati dell’attuale Parlamento denunciano pressioni e persino minacce da parte di Japarov. Si sospetta, inoltre, che sia anche associato all’oligarca Matraimov. Oggi parteciperò al corteo contro la presenza al potere della criminalità organizzata. Nel frattempo nella capitale hanno proclamato il coprifuoco fino al 21 ottobre. In città si stanno svolgendo tre manifestazioni contemporaneamente, c’è il rischio di provocazioni organizzate da elementi criminali.

Z.K.: Vengono mandate in onda diverse trasmissioni sul tema delle interferenze da parte dell’Occidente. In realtà i kirghisi non vedono la necessità di coinvolgere forze esterne nella storia e nel governo del Kirghizistan. Sono abituati a risolvere tutto da soli. Non credo nemmeno che i Paesi vicini interverranno.

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