a cura di Giulia Zanette (Andromeda Project News)

Il tempo in cui gli Stati Uniti potevano modificare a loro piacimento, impuniti, le regole del commercio internazionale potrebbe essere agli sgoccioli.

Al fine di proteggere la sicurezza nazionale della Cina, il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo ha infatti approvato, in terza lettura, una legge che limita le esportazioni di prodotti sensibili. Questi ultimi comprendono tecnologie a doppio uso militare-civile, tecnologie nucleari e prodotti legati alla sicurezza nazionale, inclusi i dati ad essi correlati.

Sulla base della nuova direttiva, Pechino si riserva il diritto di adottare misure reciproche nei confronti di quegli Stati o regioni che, abusando dei controlli sulle esportazioni, danneggiano la sicurezza e gli interessi nazionali della Cina. La violazione delle norme sarà punita con multe fino a cinque milioni di yuan (ovvero più di seicentomila euro) e con la revoca della licenza di esportazione.

Inoltre, in caso di violazioni che mettano a repentaglio la sicurezza e gli interessi nazionali del Paese, i responsabili dovranno far fronte anche ad accuse penali, che si trovino in Cina oppure all’estero.

Sotto il concetto di “sicurezza nazionale”, undici aree sono ritenute rilevanti, spiega Agenzia Nova: politica, esercito, economia, cultura, società, scienza e tecnologia, informazione, ecologia, suolo, risorse e nucleare.
La Cina segue l’esempio degli Usa. Nei mesi scorsi, il Dipartimento del commercio degli Stati Uniti ha inasprito il suo elenco di soggetti sospettati di condurre attività contrarie alla sicurezza nazionale o agli interessi di politica estera americani (Entity List) con l’obiettivo di “ostacolare i tentativi di Huawei di eludere i controlli sulle esportazioni per ottenere componenti elettronici sviluppati o prodotti con l’impiego di tecnologie statunitensi”.

Nel commentare l’approvazione di una normativa analoga in Cina, gli esperti intervistati dal tabloid cinese Global Times hanno osservato che “l’amministrazione Trump sta abusando del concetto di sicurezza nazionale per interrompere qualsiasi fornitura di prodotti e tecnologie americani a Huawei, in modo da contrastare la rapida ascesa globale dell’azienda”. “Non solo hanno posto limiti alle proprie società nazionali: gli Stati Uniti hanno persino messo in pericolo le filiere tecnologiche globali costringendo le aziende straniere a rispettare le loro misure di controllo delle esportazioni, esponendo così Huawei al rischio di perdere la sua attività di produzione di smartphone, considerato che le scorte di chip si esauriranno il prossimo anno”, hanno aggiunto gli esperti.

A proposito di Huawei, non pare aver suscitato l’interesse della stampa italiana il comunicato divulgato venerdì scorso dall’ECTA (Associazione europea per la competitività nelle telecomunicazioni), in cui denuncia le restrizioni a carico dei fornitori cinesi di infrastrutture 5G in Europa per motivi geopolitici e mette in guardia i governatori europei sulle ricadute in termini di costi e di tempistica.
Approvata sabato 17 ottobre, la legge cinese sul controllo delle esportazioni entrerà in vigore il 1 dicembre ed è presumibile che nel suo raggio d’azione rientri anche la compravendita del social network TikTok con il suo efficacissimo algoritmo di raccomandazione. Non solo. Negli articoli soggetti a restrizioni potrebbero essere inclusi i metalli delle terre rare, un gruppo di 17 elementi indispensabili nell’industria militare, aerospaziale ed elettronica.

Per farsi un’idea del loro peso in campo militare, basti pensare che ogni caccia multiruolo di 5ª generazione F-35 contiene circa 420 chilogrammi di terre rare, per non parlare di navi e sottomarini.

La minaccia di una stretta sull’export è nell’aria da tempo e chissà, forse non è un caso che la Apple abbia deciso di realizzare l’intera gamma iPhone 12 impiegando elementi delle terre rare riciclati al 100% .
Difficile trovare un valido sostituto della Cina nel settore.  Stando ai dati dell’Amministrazione generale delle dogane cinesi, nel 2019 il Paese ha esportato 45.552 tonnellate di terre rare per un valore di 398,8 milioni di dollari.

La stragrande maggioranza di queste esportazioni era diretta alle principali potenze economiche e tecnologiche del mondo, Giappone in primis (per il 36% del volume), seguito da Stati Uniti (33,4%), Paesi Bassi (9,6%), Corea del Sud (5,4%) e Italia (3,5%).

Lo stesso anno, Stati Uniti e Australia hanno stretto un’alleanza volta a garantire le forniture nell’evenienza di un giro di vite da parte di Pechino e il 30 settembre 2020, il presidente americano, Donald Trump, ha proclamato l’emergenza nazionale, firmando un ordine esecutivo mirato a “espandere l’industria mineraria degli Stati Uniti, sostenere le professioni del settore, alleviare gli inutili ritardi nelle autorizzazioni e ridurre la dipendenza dalla Cina per i minerali essenziali”.

Come osserva l’agenzia di stampa Asia Times, a Washington si sono finalmente accorti che la Cina controlla l’80% delle loro forniture di terre rare e hanno deciso di prendere provvedimenti.
Passerà qualche tempo prima che gli americani riescano nell’impresa di realizzare l’intero ciclo di produzione dei metalli rari negli Usa.

A ogni modo, nulla potranno fare di fronte al grande vantaggio competitivo di cui godono i cinesi nelle tecnologie di separazione e di raffinazione, nonché nei costi di produzione delle terre rare, visto che in Cina i giacimenti sono più ricchi.

Ne consegue che, a conti fatti, i prodotti fabbricati con i minerali cinesi avranno un costo relativo minore rispetto a quelli realizzati con le risorse australiane o statunitensi.

Siamo alla resa dei conti, dunque? Non è detto.

Fissando al 1 dicembre l’entrata in vigore della legge sul controllo delle esportazioni, Pechino lascia aperta la porta a eventuali ripensamenti alla luce dell’esito delle presidenziali americane del 3 novembre.

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