L’ex pm Antonio Ingroia è stato condannato a un anno e 10 mesi, per peculato, dal gup di Palermo. L’indagine che ha portato al processo, celebrato col rito abbreviato davanti al gup Maria Cristina Sala, nasce da una segnalazione della Corte dei conti relativa al periodo in cui Ingroia, su nomina dell’ex governatore Rosario Crocetta, era stato nominato amministratore della società regionale Sicilia e-Servizi. A poche ore dalla condanna, sempre sensibile ai temi della Giustizia, tra i primi ad intervenire a proposito è stato il Presidente di Riformismo e Libertà Fabrizio Cicchitto che afferma: “Pur dissentendo in modo totale dagli indirizzi della procura di Palermo quando, insieme a Scarpinato, Ingroia svolgeva in essa un ruolo fondamentale – e da lì che derivano gli attacchi a Napolitano e la costruzione della teoria sulla trattativa Stato-mafia – tuttavia reputo che la condanna di Ingroia per la questione dei rimborsi non sia per niente condivisibile ed anzi è una forzatura con aspetti francamente grotteschi. A nostro avviso le sentenze non si accettano acriticamente, ma anzi vanno criticate quando non le si condivide. Nessuno è infallibile, neanche i magistrati. Anzi, proprio la pretesa dell’infallibilità è una delle ragioni del disastro in cui oggi si trova la magistratura italiana“.

Intanto il Tribunale aveva disposto la restituzione della somma di 116 mila euro che venne sequestrata ad Ingroia tempo fa, durante l’inchiesta. La somma faceva riferimento all’indennità di risultato di 116 mila euro lordi che furono erogati a Ingroia nel 2014, quando era liquidatore della società Sicilia e-Servizi. Secondo la Procura l’ex pm si sarebbe autoliquidato la somma illegittimamente, ma la sentenza di oggi ha smontato l’accusa. Ma Antonio Ingroia entra nel merito della sentenza e spiega anche quella che è stata la sua attività: “Quando ero a Sicilia eServizi sono riuscito ad abbattere il costo della società per la Regione Siciliana di decine di milioni di euro, portando i bilanci a 7 milioni di euro mentre con i miei predecessori erano arrivati a 100 milioni di euro”.

La condanna rimasta in piedi fa riferimento alle spese di soggiorno, che secondo la Procura non gli erano dovute. “Risiedo a Roma da quasi 10 anni – continua Ingroia – e di questo era consapevole chi mi ha nominato. Il costo delle spese di soggiorno sarebbe stato superiore al mio compenso che era di 3000 euro circa, infatti prima della mia nomina avevo ricevuto rassicurazioni sui rimborsi per le spese di alloggio, altrimenti non avrei neanche accettato. Per questo – precisa Ingroia – definisco ridicola questa accusa, anche perché il mio predecessore risiedendo a Catania soggiornava regolarmente a Palermo senza che la Procura gli abbia mai fatto alcuna contestazione, lo stesso per il direttore generale della società”.

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