Presidenziali USA: quando avremo il risultato ufficiale?

I media lo hanno annunciato: Joe Biden è il nuovo Presidente degli Stati Uniti.

Ma come funziona la procedura ufficiale? Quando avremo la proclamazione formale?

La domanda è più che mai sollecitata naturalmente dai tentativi di Donald Trump di mettere in discussione legalmente il risultato elettorale, nonché dalla tempistica forzatamente dilatata per via del Covid, ma riguarda anche una procedura generale molto complessa ed antiquata che, dai tempi dei Padri Fondatori, ha da sempre caratterizzato le elezioni statunitensi, in linea con gli articoli della Costituzione.

 

In essa, contrariamente a quanto molti pensano, il presidente non viene eletto direttamente dal popolo.

La proclamazione ufficiale avverrà il 6 gennaio in Congresso, per bocca del Presidente del Senato, che è anche il vicepresidente in carica.

Quest’anno quindi toccherà a Mike Pence proclamare il nuovo presidente degli Stati Uniti, così come nel gennaio del 2017 fu Joe Biden a proclamare Trump.

Il tutto ha in generale un tono cerimoniale, poiché i media hanno già comunicato il vincitore sulla base dei risultati totali. Ma si tratta formalmente del momento della verità.

I cittadini americani votano infatti i Grandi Elettori, non il presidente.

L’insieme di 578 Grandi Elettori, che rappresentano i partiti in ognuno dei 50 stati, forma il Collegio Elettorale, che si esprime un giorno del mese successivo alle elezioni.

Quest’anno sarà lunedì 14 dicembre. I Grandi Elettori sono liberi, quindi teoricamente potrebbero votare, vuoi per protesta o per altre ragioni, il candidato della fazione opposta.

Il che vuol dire che l’esito del voto totale potrebbe essere ribaltato senza alcun bisogno di azione legale da parte di Trump.

Il Presidente in carica ha infatti minacciato di far ricorso alla Corte Suprema, il massimo organismo giudiziario statunitense, il cui compito è quello di assicurare l’allineamento delle procedure con i dettami della costituzione americana.

Tornando ai Grandi Elettori, nel caso di pareggio la palla passa alla Camera dei Rappresentanti, che vota il nuovo presidente.

Si tratta di circostanze rare, ma non impossibili.

Inoltre il cerimoniale prevede che, al termine della proclamazione eseguita dal vicepresidente in carica, viene chiesto se vi siano obiezioni. In questo abbiamo un precedente clamoroso, quando nel gennaio del 2001 deputati democratici bloccarono i lavori per 20 minuti, contestando l’esito della Florida che dava Bush per vincente.

Il tutto fallì perché non incontrò i criteri per passare al vaglio sia di Camera e Senato, come norma richiede, ed Al Gore perse le elezioni per una manciata di voti contestati.

In tutto questo la Corte Suprema, potrebbe segnalare come non costituzionali le misure elettorali straordinarie adottate dai singoli governatori per via del Covid, particolarmente nel caso della Pennsylvania, in quanto da Costituzione non spetta a loro l’introduzione di tali misure, ma semmai dalle corti dei singoli stati, che a loro volta rispondono alla Corte Suprema.

Insomma, la partita è davvero chiusa?

 

La stampa ha incoronato Biden, ma non tutti hanno fretta

Ha dato le dimissioni il ministro degli Interni estone, Martin Helme, che domenica scorsa alla radio si era detto certo della falsificazione delle presidenziali americane: “Non ha senso parlare di democrazia o Stato di diritto, quando le elezioni possono essere falsificate in maniera così semplice, sfacciata e massiccia”.
Mentre la stampa allineata ha già incoronato Biden presidente degli Stati Uniti, i leader di Cina, Russia, Messico, Turchia, Brasile e Corea del Nord hanno scelto di aspettare l’annuncio ufficiale.

Pechino ha “preso nota del fatto che Biden ha rivendicato la vittoria”, ma “comprende che i risultati delle elezioni saranno determinati in base alle leggi e alle procedure statunitensi”.

Come osserva il Cremlino, la differenza con le elezioni precedenti è “piuttosto ovvia”, dal momento che quest’anno Trump ha annunciato l’impugnazione del risultato .

Sulla stessa linea il presidente messicano, López Obrador: “Aspetteremo finché tutte le questioni legali non saranno state risolte”.

Il capo della commissione elettorale russa, Ella Pamfilova, ritiene che il voto postale apra “spazi immensi” per possibili frodi elettorali.

Proprio per questo motivo la Russia vi aveva rinunciato. “Abbiamo fatto bene: ciò che sta accadendo negli Stati Uniti ne è la migliore illustrazione”, ha dichiarato alla TASS.
“Indipendentemente da chi sarà proclamato presidente, possiamo affermare con sicurezza che Trump ha vinto le elezioni.

Trump ha sconfitto i media, la politica e persino Twitter.

La sua presidenza è stata contestata per tutti e quattro gli anni.

Conquistare quasi la metà dei voti in condizioni simili è un enorme successo”, si legge sulle pagine del quotidiano turco, Daily Sabah.
Se da un lato gioisce per la possibile dipartita dal potere di Donald Trump, dall’altro il quotidiano iraniano Sobh-e No si lancia in riflessioni sulla situazione politica americana: “La principale conseguenza del governo di Trump per gli Stati Uniti è un aumento della sfiducia della società verso le politiche delle autorità e una diminuzione della legittimità del sistema politico americano.

Quando un presidente in carica accusa il sistema elettorale di brogli, le persone iniziano a dubitare della sua forza e integrità.

Pertanto, la sconfitta di Trump è sicuramente uno sviluppo positivo, mentre Biden diventerà il rappresentante di un sistema politico già indebolito”.

Tuttavia, “mentre ci rallegriamo per la sconfitta di Trump, dobbiamo prepararci all’inganno dei Democratici, che si fingono la buona America giunta a sostituire quella cattiva.

Ma la storia non dimenticherà che sono stati proprio i Democratici a gettare le basi per le sanzioni e la massima pressione sull’Iran, che poi Trump ha sfruttato”.
A proposito di sanzioni: il Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, in collaborazione con Israele e diversi Stati del Golfo, ne starebbe preparando “una marea” da imporre sull’Iran entro il 20 gennaio per ostacolare il ritorno degli Stati Uniti nell’accordo sul nucleare iraniano, come ventilato da Joe Biden.
Ce n’è anche per la Siria.

Dopo l’annuncio, lunedì, di più di una dozzina di sanzioni contro entità e funzionari militari siriani, l’amministrazione Trump ha deciso di sostituire l’inviato speciale per la Siria, James Jeffrey, affidando le sue mansioni al vice assistente del Segretario di Stato Usa per gli affari del Levante, Joel D. Rayburn.
Da parte sua, il presidente siriano, Bashar al-Assad, non serba rancore nei confronti di Donald Trump: “Solitamente ci aspettiamo dalle presidenziali americane non tanto l’elezione di un presidente, quanto l’elezione del capo di una società, perché c’è un consiglio di amministrazione, e questo consiglio di amministrazione è composto da lobbisti, grandi società come banche, produttori di armi, compagnie petrolifere, e così via.

Dunque eleggono il capo della società e questi non ha né il diritto né l’autorità di rivedere le decisioni, deve solo eseguirle.

Questo è esattamente ciò che è successo a Trump quando è diventato presidente”.

 

Barr approva inchiesta sulle frodi, rivoluzione al Pentagono

Un lunedì di fuoco, il 9 novembre.

Nello stesso giorno, infatti, il Procuratore Generale statunitense William Barr, ha approvato un’inchiesta su presunte frodi elettorali, sulla base delle accuse mosse da Trump e dal suo seguito.

Poche ore dopo Richard Pilger, che in qualità di direttore dell’Ufficio Crimini elettorali avrebbe dovuto iniziare l’inchiesta, ha dato le dimissioni.

Pilger spiega così in un’email la sua decisione: “La mossa del procuratore Generale cancella 40 anni di politiche di non interferenza per frode elettorale, nel periodo che precede la certificazione non contestata delle elezioni.”

Eppure ci si chiede se il compito precipuo sia proprio quello che sta negando di eseguire con le sue dimissioni.

Un cane che si morde la coda: il responsabile delle inchieste su possibili frodi elettorali, che contribuirebbe a certificare una elezione in totale trasparenza, si rifiuta di fare il proprio lavoro in quanto ritenuto “un’interferenza”.

Nella stanza ovale, intanto, lo stesso presidente in carica licenziava il Segretario alla Difesa Mark Esper, con effetto immediato.

E potrebbe essere solo il primo di una serie di funzionari della sicurezza, ammonisce la stampa, inclusi la direttrice della Cia Gina Haspel, accusata da Trump ed altri conservatori, scrive Cnn, di “posporre il rilascio di documenti che esporrebbero, a loro avviso, le macchinazioni del “deep state” (stato profondo) contro la campagna di Trump e la transizione durante l’amministrazione Obama.”

Ma a rischio è anche il direttore dell’FBI Christopher Wray, con cui la frizione sul caso Ucraina, coinvolgente i Biden,  è ampiamente risaputa.

A capo del Pentagono è ora Christopher Miller, direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo.

Se Trump non è nuovo a repentini licenziamenti, è degno di nota il tempismo riguardante una carica così cruciale, a due giorni dalla proiezione di Biden come presidente.

La frizione con Esper si trascina da tempo.

Come osserva sempre la Cnn, Esper si è sempre opposto al ritiro delle truppe da Siria ed Afghanistan, per esempio, mentre Trump accusò pubblicamente il suo Segretario alla Difesa di cercare guerre solo per aumentare il profitto delle industrie militari.

Il periodo di transizione alla Casa Bianca si sta rivelando alquanto turbolento.

 

News a cura di Leni Remedios e Giulia Zanette per Andromeda Project in collaborazione per la sezione esteri

di ecodaipalazzi.it

 

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