Non solo non è possibile ribaltare con valutazione rafforzata, al di là, cioè, di ogni ragionevole dubbio, la sentenza di primo grado trasformandola in condanna, ma anzi, è stata in questa sede ulteriormente acclarata l’assoluta estraneità dell’imputato a tutte le condotte materiali contestategli” riguardo “alla cosiddetta trattativa Stato-mafia“. Così si leggeva nelle motivazioni della sentenza di assoluzione, in secondo grado, dell’ex ministro Dc, Calogero Mannino, accusato di violenza e minaccia a corpo politico dello Stato. Una sentenza, quella, pronunciata il 22 luglio 2019, dalla Prima sezione penale della Corte di appello di Palermo. E oggi confermata dalla Cassazione, in linea con le richieste, avanzate nei giorni scorsi con requisitoria scritta, dalla procura generale della Cassazione, che si era pronunciata per l’inammissibilità del ricorso dei magistrati di Palermo.

Il collegio di Palermo aveva ribadito nel luglio dell’anno scorso l’assoluzione emessa in primo grado il 4 novembre 2015 dal gup di Palermo. A gennaio di quest’anno il deposito delle motivazioni di oltre mille pagine. Il processo d’appello era iniziato il 10 maggio 2017. L’accusa il 6 maggio 2019, al termine della requisitoria aveva chiesto, in riforma della sentenza di primo grado la condanna a 9 anni di reclusione per Calogero Mannino (la stessa chiesta dai pubblici ministeri in primo grado). Per i giudici di Palermo risulta “indimostrato che Mannino abbia operato pressioni per la revoca del regime del carcere duro, secondo la tesi accusatoria che lo vuole come input, garante, e veicolatore alle autorità statali della minaccia contenuta nella trattativa”. Un masso ulteriore sulla tesi della trattativa che vacilla sempre più, mentre è in corso il processo principale in appello.

Dc. Un’immagine di qualche tempo fa: Il ministro Calogero Mannino con il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti

E’ “pacifico”, piuttosto, come avevano scritto dai giudici di secondo grado di Palermo, che la reazione violenta decisa da Toto’ Riina, all’azione posta progressivamente in essere dallo Stato contro Cosa nostra mediante la legislazione antimafia del 1991, “fu deliberata dal capo corleonese alla fine del 1991 e con evidenti finalità non ricattatorie, ma di vendetta reattiva: contro gli amici che avevano tradito (Lima), contro i magistrati che avevano contribuito alla lotta contro la mafia, nonchè contro altri soggetti istituzionali che si erano battuti contro Cosa nostra sul fronte politico, amministrativo, legislativo, tra cui non si può escludere – sostengono i giudici – alla luce di quanto prima esposto, che rientrasse anche il ministro Mannino”. Al tempo stesso, “non è stato affatto dimostrato che Mannino fosse finito anch’egli nel mirino della mafia a causa di sue presunte ed indimostrate promesse non mantenute (addirittura, quella del buon esito del primo maxiprocesso) ma, anzi, al contrario, è piuttosto emerso dalla sua sentenza assolutoria che costui fosse una vittima designata della mafia, proprio a causa della sua specifica azione di contrasto a Cosa nostra quale esponente del governo del 1991, in cui era rientrato dal mese di febbraio di quello stesso anno”.

“Pacifiche e pubbliche”, poi, “le minacce subite dal ministro Mannino – proseguiva la Corte – il suo timore e l’attivazione di tutte le forze di pubblica sicurezza e di intelligence dello Stato italiano a tutela della sua persona, ivi compreso il Ros e i servizi segreti, cui lo stesso ebbe pure a rivolgersi, ciò non di meno è rimasto parimenti indimostrato che tali contatti, per nulla occulti, fossero finalizzati all’avvio di una trattativa con Cosa nostra”. Insomma, “indimostrato il dato fattuale”, la tesi della procura “con riguardo alla posizione del Mannino (in ordine all’input della trattativa ed allo specifico segmento della veicolazione da parte sua della minaccia allo Stato attraverso il Di Maggio) si appalesa non solo infondata, ma anche totalmente illogica e incongruente con la ricostruzione complessiva dei fatti, con la quale non combacia da qualunque punto di vista la si voglia guardare”. Dunque, “neppure il contesto in cui la pubblica accusa ha inserito la condotta, indimostrata, del Mannino, si attaglia – concludevano i giudici palermitani – alla configurazione dell’illecito penale per come contestatogli, prestandosi, come ogni macro evento storico, a chiavi di lettura opinabili, certamente inidonee ad offrire interpretazioni inequivocabili che garantiscano quella certezza, al di la di ogni ragionevole dubbio, richiesta invece dal giudizio penale di responsabilità personale”.

Ed a commento della sentenza è intervenuto il Presidente di Riformismo e Libertà Fabrizio Cicchitto, che ha dichiarato: “L’assoluzione di Mannino lo toglie dalle grinfie dei suoi persecutori e infligge un colpo alla teoria trattativa stato- mafia”.  Per Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere penali,  la sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato l’assoluzione dell’ex ministro Calogero Mannino nello stralcio del processo sulla trattativa Stato-mafia, “è l’ennesima conferma della necessità di aprire una grande e profonda riflessione sulla individuazione di criteri di responsabilità del magistrato siano esse disciplinari, di carriera o infine risarcitorie“.

Ed Antonio Ingroia, ex Procuratore aggiunto di Palermo, oggi avvocato, che avviò l’inchiesta che poi sfociò nel processo sulla trattativa tra Stato e mafia, ha pocanzi dichiarato alla stampa … “leggeremo le motivazioni dell’assoluzione definitiva di Calogero Mannino, ma vorrei dire subito che il giudizio abbreviato è un’altra storia. Perché i giudici non hanno avuto la possibilità di sentire direttamente le fonti di prova e farsi un’idea. Rivendico di avere per primo aperto il processo Trattativa e poi di averlo portato avanti fra gli scetticismi dei miei superiori del tempo – dice Ingroia – e i fatti mi hanno dato ragione: condanna di tutti gli imputati alla fine del dibattimento di primo grado quando i giudici hanno potuto sentire dal vivo le fonti di prova e si sono fatti un’idea”. E aggiunge: “La vicenda giudiziaria di Mannino, parallela al processo principale, è stata condizionata dal giudizio negativo sull’attendibilità di Massimo Ciancimino che i giudici della corte d’Assise di Palermo sono riusciti a tenere ben distante dal giudizio sulla colpevolezza degli imputati, comunque riconosciuta a prescindere dai dubbi su Ciancimino. Nel processo Mannino così non è stato. E questo è il risultato finale, inevitabile”. 

E non poteva mancare proprio il commento dell’ex potente Ministro siciliano Calogero Mannino che ha dichiarato ai media dopo l’assoluzione in Cassazione che” oltre che quello della verità storica il problema sarà anche quello del funzionamento di alcune procure della Repubblica ad opera di alcuni magistrati. In ciò sta, esemplarmente, il grave problema della giustizia italiana. Per altro verso – prosegue Mannino – onore e merito ai magistrati che nel loro ufficio assolvono al proprio compito con dirittura e onestà intellettuale e con autentico senso di giustizia. Non posso che dirlo essendo stato sempre assolto“. L’ex ministro inoltre rivolgeun pensiero alla memoria del professore Carlo Federico Grosso (suo legale, ndr) colpito da infarto mentre pronunciava l’arringa difensiva dinanzi alla Corte di appello di Palermo, dimostrando quel che rende alta la funzione della difesa. Cosi come ringrazio l’avvocato Grazia Volo e il suo collaboratore Cristian Bianchini, i miei angeli custodi in questi lunghi anni di tortura giudiziaria. Accanto agli angeli custodi della mia famiglia, mia moglie, mio figlio i miei due nipoti, Vittoria e Calogero che potranno andare a testa alta della vita politica del loro nonno“.

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