Proponiamo così com’è un importante passaggio dal discorso del Primo Ministro britannico Boris Johnson di mercoledì  6 gennaio, in merito alle misure relative al Covid-19, alla Camera dei Comuni. Talmente importante da essere stato ritagliato e postato nei social media dagli account governativi ufficiali, in primis quello del Primo Ministro stesso. Invitiamo a prestare attenzione alla scelta delle parole che, come diceva Primo Levi, sono pietre, poi le analizzeremo. Parole che comunque, da giorni, stanno già dominando le prime pagine e gli schermi dei media britannici. L’analisi che vogliamo proporre parte da questo discorso e si estende al di là  dei confini di Albione:

 

“Ci troviamo in un difficile passaggio finale, reso ancora più arduo dalla nuova variante. Ma questo paese sarà  compatto, ed il miracolo dello sforzo scientifico, gran parte del quale proprio qui in UK, non solo ci fa vedere un traguardo, ma anche un chiaro percorso per arrivarci. Dopo la maratona dell’anno scorso, stiamo facendo ora uno scatto in avanti, una gara per vaccinare i vulnerabili, prima che li raggiunga il virus. Ogni ago in ogni braccio fa la differenza. Stiamo già  vaccinando più velocemente di qualsiasi altro paese e spero che questa velocità  persino aumenti. Ma se vinceremo questa gara, per il nostro popolo, dobbiamo dare al nostro esercito di vaccinatori il più grande vantaggio possibile, ed è per questo che di nuovo dobbiamo restare a casa, proteggere l’NHS (Sistema Sanitario Nazionale) e salvare vite.”

 

Avrete notato la parola “miracolo” e la parola “esercito”, evidenziate appositamente da noi.

In un minuto esatto viene condensato un concentrato di linguaggio messianico e linguaggio militare. In politica qualsiasi parola espressa in pubblico ha un portato enorme. Chi scrive i discorsi lo sa bene, ed infatti gli spin doctors sono quasi più importanti dei leader che poi alla fine quelle parole le pronunciano. Naturalmente il “messianismo” è relativo esclusivamente al piano di vaccinazione. Vengono completamente escluse altre procedure di cura che pur rientrano nello “sforzo scientifico”. Quindi, è un tipo di messianismo selettivo. Tal tipo di linguaggio religioso è a dir poco atipico quando usato in ambito scientifico. Ci potremmo spingere oltre ed affermare che una postura del genere, in cui un determinato progetto scientifico viene quasi elevato a dogma, potrebbe essere considerato quanto di più antiscientifico possibile.

La scienza, infatti – ce lo insegnano molti maestri, da Thomas Kuhn al fisico David Bohm – è fondata sul metodo ipotetico deduttivo, sulle procedure sperimentali e su paradigmi, che non sono affatto incrollabili. Reggono infatti fin tanto che valgono pragmaticamente e fin tanto che un nuovo paradigma compare all’orizzonte (spesso in seguito a “rivoluzioni scientifiche”) e sostituisce, in parte o totalmente, quello precedente. È la fede religiosa che si fonda sulle credenze e sulle scelte personali di seguire, appunto in fede, determinati precetti. Ora, in una società laica, che si fonda quindi non sul credo religioso ma su principi condivisi anche legalmente, elevare la scienza a livello religioso è un palese paradosso. In poche parole, la scienza è pragmatica, non fideistica.

Ma questo s’intreccia col passaggio ancora più rilevante relativo al linguaggio militare: “l’esercito dei vaccinatori”.

La frase segue di pochissimo quella in cui si evoca l’immagine fortissima del “ogni ago in ogni braccio”, come se l’arma (figurata) risiedesse in quell’ago. I media sono da giorni dominati da terminologie di guerra, da prima del discorso di Johnson, che non fa altro che sancirla. A fare da testa di ponte, il The Sun: “Join our Jabs Army,” titolava il 31 dicembre, sia nella versione stampata che online. Ma poi il linguaggio metaforico è stato completamente abbandonato per passare a quello non metaforico. Si arriva infatti all’esercito vero, con i suoi membri coinvolti assieme al personale sanitario nella “battaglia” e nelle “tecniche di preparazione della battaglia” (cito la BBC). Da lunedì  11 gennaio, scrive la testata venerdì  8 gennaio, il paese si sveglierà  con  un centro per la vaccinazione nel raggio di 10 miglia da ogni abitazione. Phil Prosser, Comandante dell’esercito a guida dell’operazione, ha tracciato il parallelo col suo lavoro nei diversi fronti: “Il mio lavoro quotidiano è quello di consegnare forniture di combattimento  alle forze britanniche in tempo di guerra, in velocità  e in condizioni fortemente avverse,” e per quanto riguarda le vaccinazioni ha sottolineato, “useremo tecniche già  testate in precedenza in UK e all’estero, per assicurare comando e controllo nell’attività  nel campo.”

Si riferisce probabilmente anche ai test effettuati dall’esercito bussando di casa in casa. Su questo, l’esercito collabora con l’NHS già da mesi.

Siamo davvero in guerra? Chi è il nemico da debellare? Qual è il “campo” in questione?

 

Opzioni di cura e diritti umani

 

Mentre in Italia il Consiglio di Stato (grazie alla solerzia di un gruppo di medici di base) ha finalmente sdoganato l’idrossiclorochina e mentre il Recovery Programme con base ad Oxford sta testando con successo altri trattamenti che invero sono sul piatto da mesi (plasma, anticorpi monoclonali, etc)  il tutto viene tuttavia oscurato dal discorso unico vaccinale. Il linguaggio religioso, non usato da noi, lo ha investito della luce “miracolosa”, mettendo appunto nell’ombra tutte le altre opzioni di cura, che in base alla metafora potremmo quasi definire “eretiche”. Ma non vengono nemmeno definite dalla narrazione ufficiale, vengono abilmente eluse, guadagnando talvolta qualche articolo di giornale, certo, ma poi non più menzionate. Si sa che in un mondo in cui la comunicazione è tutto, cio’ che non viene menzionato non esiste, cade nell’oblio.

Che ricaduta ha questa postura miracolistica nella società  laica e secolare?

Il trattamento vaccinale non è (ancora) ritenuto obbligatorio. E neppure i test diagnostici. Eppure quel che sta accadendo in queste ore in Gran Bretagna (e non solo) sta generando profonde crisi personali e divisioni sociali. Per le scuole secondarie sono previsti “test di massa” al ritorno dopo il lockdown, non obbligatori, ma fortemente caldeggiati sia per il personale che per gli studenti. Si parla di test condotti sui minori da personale non sanitario, quindi privo di qualifiche professionali che normalmente vengono richieste quantomeno nei centri diagnostici. Mentre le line guida del governo escludono l’evenienza che gli studenti non consenzienti vengano esclusi dalla frequenza scolastica (intesa come presenza fisica nello stabile), ogni scuola ha una regolamentazione a sè e può decidere indipendentemente. Non è escluso che la stessa procedura  ambigua verrà presto adottata anche per i vaccini. La stessa cosa può verificarsi per i dipendenti. Per i quali “il forte invito” a vaccinarsi è già  una realtà. Gli studi degli avvocati britannici parlano chiaro, basta consultarne uno qualsiasi: non vi è nessun obbligo, ma il datore di lavoro, in base alle condizioni previste dalle mansioni, può decidere indipendentemente di licenziare un lavoratore (o di non assumere un potenziale lavoratore) che si rifiuti di vaccinarsi e di non seguire le “ragionevoli istruzioni” (questa la terminologia legale) che giustificano il vaccino. Ora, è chiaro che in questo quadro, per il cittadino già in preda all’ansia relativa ad una crisi economica senza precedenti, non vi è una vera libertà  di scelta. Qui non stiamo nemmeno parlando di libertà di scelta fra le opzioni di cura, parliamo di rifiuto rispetto ad un’operazione univoca, di cui peraltro non si conoscono ancora bene gli effetti collaterali. Ma questo è un discorso a parte, focalizziamoci sull’aspetto legale, che va oltre i confini nazionali.  Che cosa stabiliscono i trattati internazionali sui Diritti Umani? Dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, di per sè non vincolante legalmente, è scaturita una serie di Trattati che poi si integrano o meno con le rispettive legislazioni nazionali.

Nell’articolo 5 della Dichiarazione dei Diritti del ‘48 si scrive:

“Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.”

Il principio è quello dell’integrità della persona fisica (bodily integrity). L’istituto Crin, che lavora a stretto contatto con l’Onu, spiega le implicazioni dell’articolo, nella fattispecie in relazione ai minori:

“Il principio di integrità  della persona fisica riassume in sé il diritto di ogni essere umano, inclusi i bambini, all’autonomia e all’autodeterminazione del proprio corpo. Considera un’intrusione fisica priva di consenso come una violazione dei diritti umani.”

E continua, “mentre tradizionalmente il principio è stato sollevato in relazione a pratiche come la tortura, il trattamento disumano e la scomparsa forzata, esso ha le potenzialità di essere applicato ad una vasta gamma di violazioni, che hanno un impatto anche sui diritti civili dei bambini.” Si parla quindi di “tutte le forme di violenza, dalla punizione corporale al trattamento medico forzato.”

Per trattamento medico non s’intende solo quello strettamente terapeutico.

Questo è un punto estremamente importante.

Uno dei Trattati scaturiti dalla Dichiarazione è la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici (Covenant on Civil and Political Rights), emesso nel 1966 e ratificato dalla maggior parte dei paesi del mondo nel 1976, inclusi Italia e Regno Unito. Le varie nazioni sono tenute a rispettarla.  L’articolo 7 dice chiaramente:

“Nessuno dev’essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizione disumani o degradanti. In particolare, nessuno può essere sottoposto senza consenso a sperimentazione medica o scientifica.”

Una specificazione importante, considerando che i vaccini mRNA, su ammissione degli stessi produttori, non hanno ricevuto i controlli sufficienti per poter escludere determinati effetti collaterali. La situazione di emergenza creatasi ha fatto sì  che una fetta considerevole del globo si sia trasformata in un enorme campo di sperimentazione scientifica. Quindi, un punto importante è il consenso. Ma quando il consenso viene strappato per la paura di perdere il lavoro e/o altre pressioni psicologiche, si può davvero parlare di consenso? Non è un caso che gli articoli considerati mettano assieme tortura, trattamento medico forzato e sperimentazione scientifica. Ci sono gli estremi per parlare di tortura psicologica, quando gli individui non sono posti nella condizione di scegliere davvero liberamente? La “libertà  dalla paura”, di cui parlava il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, è in fin dei conti un tema di diritto costituzionale.

Aggiungiamo dell’altro. Nel caso di conclamata violazione dei diritti umani – in uno scenario per intenderci privo completamente di qualsiasi consenso, strappato o meno – l’Articolo 2 della Convenzione dice ad un certo punto:

“Ogni Stato sottoscrivente deve assicurarsi che qualsiasi persona i cui diritti e le cui libertà  qui riconosciute siano state violate, abbia accesso ad un rimedio (nel senso di rimedio legale, ndr) anche nel caso la violazione sia stata perpetrata da persone che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali.” ( ndr)

In parole povere, l’individuo ha diritto a denunciare anche qualora la violazione sia perpetrata dalle autorità (abuso di potere). Non solo, lo stato deve assicurarsi che in tal caso l’individuo abbia accesso ad “autorità giudiziarie, amministrative o legislative competenti.”

L’ipotesi di obbligo vaccinale pone come vedete degli interrogativi che vanno ben oltre i codici penali nazionali, i quali rischiano di cozzare con il diritto internazionale riconosciuto.

Noi naturalmente non abbiamo le risposte a quegli interrogativi.

Ma sollevarli e richiedere risposte adeguate, in una società democratica e fondata su valori laici condivisi, è un diritto di noi tutti.

Leni Remedios

 

 

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