La neosindaca si è cacciata in un vicolo cieco in cui o viola le norme interne del movimento oppure dimostra che l’ultima parola spetta al direttorio romano
Il filetto è un gioco nel quale è impossibile vincere, a patto però che nessuno dei giocatori sbagli mossa. Se ciò accade, colui che sbaglia si pone in una condizione in cui non può evitare che il suo avversario faccia tris.
Questa sembra essere la situazione in cui si trova oggi la sindaca di Roma Virginia Raggi che, comunque vadano le cose, varerà l’avvio del suo governo con un’ ammaccatura.
Sono molte le perplessità suscitate fino ad ora in relazione alle regole interne del M5s, a cominciare dalla nomina di Daniele Frongia a capo di gabinetto di cui già ci siamo già occupati nel precedente articolo. La questione che invece si pone adesso è la dura reazione del cosiddetto “direttorio romano” che avrebbe di fatto condotto la Raggi a rimangiarsi sia la nomina di Frongia (che entrerà in giunta), sia quella del vice capo di Gabinetto Marra e, forse, anche quella del suo portavoce Rubei. Per questa sera è annunciato un incontro tra Raggi e il direttorio romano che sembra profilarsi, anche per l’appressarsi della fatidica data del 7 luglio, giorno in cui la giunta capitolina dovrà essere presentata, come un vero e proprio showdown.
Se la sindaca sarà costretta a fare marcia indietro sui suoi atti ufficiali sarà inevitabile il riesplodere delle polemiche sulla sua autonomia politica, anche alla luce dell’impegno che lei, come gli altri candidati del M5S, hanno sottoscritto prima delle elezioni.
Al varo della sua giunta il primo cittadino rischia di presentarsi come “dimezzata”, poichè le scelte e gli atti che rientrano nelle sue prerogative di sindaco sarebbero invece sub judice e soggette alle decisioni di un organo politico non eletto dai romani e a lei sovraordinato.
