di Bachisio Canu
E’ dagli anni ’80 del secolo scorso che ha ripreso vigore il dibattito intorno al “metodo democratico” richiesto dall’art. 49 della Costituzione ai partiti, come requisito per concorrere alla determinazione della politica nazionale; un dibattito che va di pari passo con la crisi dei partiti politici.
La forma-partito politico è stata funzionale allo scenario disegnato dalla nostra Costituzione, costituendo lo strumento privilegiato della partecipazione popolare all’Ordinamento, consentendo l’accesso alle leve delle istituzioni a coloro i quali, sino al momento precedente l’avvento del costituzionalismo democratico, ne erano stati esclusi. E gli ordinamenti costituzionali hanno inteso disciplinare il fenomeno politico proprio in forza del suo potere riconosciuto di incidere sull’organizzazione statale. E’ per questa via che il tema della democrazia interna ai partiti dovrebbe riacquistare la dovuta importanza, al contrario di quella che è stata la scelta di compromesso originata dalla nostra Costituzione.
Le scelte dei nostri Costituenti, infatti, sono state dettate dallo scontro tra democristiani – da una parte – e comunisti e socialisti – dall’altra – con i primi che volevano introdurre norme sulla democrazia interna e i secondi che negavano ogni condizionamento organizzativo dell’azione del partito. Da qui scaturì la necessità che la Costituzione affermasse semplicemente “il principio del riconoscimento giuridico dei partiti politici e delle attribuzioni ad essi di compiti costituzionali”.
Peraltro, ove esiste, la legge di disciplina dei partiti desume la normativa a loro imposta dagli statuti dei partiti medesimi, senza strappi rispetto ai principi generali dell’ordinamento.
Nessun mutamento del sistema elettorale, come nessuna riforma costituzionale potrà automaticamente produrre una riaffezione alla politica se non si rivitalizza – ma forse sarebbe meglio dire resuscita… – quel ruolo dell’inclusione sociale, del quale i partiti si sono fatti – costituzionalmente – catalizzatori, un ruolo che nutre le radici stesse della democrazia. E’ di tutta evidenza che la disaffezione alla politica involga soprattutto i ceti deboli e le minoranze e che, perciò, la crisi di rappresentatività dei partiti, e del sistema politico che costituiscono, ricada sui più deboli. La democrazia interna dei partiti veicola l’inclusione sociale per il tramite della politica. Il valore costituzionale insito nell’art. 49 consiste nel far partecipare i cittadini alla determinazione della politica nazionale : un valore tendenziale e che richiede una costante attualizzazione. Un valore, nei fatti, dimenticato.
Oggi, ai partiti in crisi si sono affiancati dei soggetti concorrenti che pure hanno dimostrato di poter operare ed incidere nell’ambito della sfera pubblica, mettendo in crisi la centralità della forma-partito. Tuttavia, spostare l’attenzione su fenomeni di trasmissione della volontà popolare diversi dai partiti, non sposta il problema – non meramente formale – di legittimità democratica dell’intero sistema rappresentativo. E anzi, quell’antica battaglia vinta per separare dal corpo del sovrano il corpo politico dello Stato, come luogo impersonale dell’identità di un popolo e della sua autorità legittima, vede i partiti trasformarsi in “partiti personali”, con il sovrano trasformato in leader che – di volta in volta e di pari passo con il suo successo elettorale – permea di sé le istituzioni. Si tratta, come dice Calise, di “leader senza un corpo politico, che non sono, cioè, chiamati e obbligati ad identificarsi con una macchina – di partito o di stato – che orienti la loro azione e la proietti oltre il loro tempo di vita”. Un’estraneità assai pericolosa…
Ecco perché, di fronte al “nuovo sovrano”, nonostante la crisi del sistema rappresentativo dei partiti, il principio del metodo democratico che doveva permeare la forma-partito diventa un nodo ancora più urgente da affrontare (e da estendere alle altre forme organizzative politiche), proprio per il pericolo che venga sempre più meno quella centralità e risulti sempre più labile il suo riferimento costituzionale.
Come dovrà essere sciolto questo nodo dovrà formare oggetto di un accordo tra parti politiche, che accantonino quei tatticismi consunti di una classe dirigente abituata a fare del populismo o – schizofrenicamente – del richiamo a una certa responsabilità autolesionistica i suoi strumenti di persuasione.
