di Marta Donolo
Presentata la nuova indagine ADI (Associazione Italiana Dottorandi e Dottori di Ricerca) e relativa conferenza stampa tenuta da Manuela Ghizzoni che hanno sottolineato come nei 10 anni di indagine sul dottorato e sul ricercatore a tempo determinato le serie storiche non abbiano evidenziato segnali positivi per quanto riguarda la ricerca in Italia.
L’indagine mostra infatti un evidente sottofinanziamento e una diminuzione del numero delle borse dottorali, nonché la presenza di dottorati senza borsa e l’aumento delle sperequazioni territoriali. Nel PNR (Programma Nazionale di Ricerca) non sono previste certezze contributive sul lavoro né abolizione delle tasse sul dottorato, né tantomeno ha avuto successo l’iniziativa DIS-COLL sull’indennità disoccupazione degli assegnisti di ricerca. Inoltre, la compatibilità degli assegni di ricerca con i finanziamenti Horizon 2020 potrebbe rischiare di indebolire il proposito di riforma del pre-ruolo; oltretutto la presenza di nepotismo evidenzia un grave problema di governance. Manca la valorizzazione del titolo nei concorsi per la scuola e in ambito professionale in generale, dato che la classe imprenditoriale italiana non ha i mezzi per apprezzare questo tipo di titolo e istituire dottorati “industriali”.
Le raccomandazioni dell’Ocse e la Carta Europea dei Ricercatori sottolineano come i dottorati contribuiscano all’innovazione nella crescita economica e necessitino di tutte le tutele previdenziali, indennità e sussidi, mentre la stagione dei tagli universitari ha ridotto in misura sempre maggiore l’offerta formativa e anche la mobilità. Inoltre, temi e metodologie sono prevalentemente concentrate sul versante scientifico mentre l’offerta di dottorati multidisciplinari è inadeguata. Il ridimensionamento dell’offerta di qualità della formazione è silenzioso, è dovuto alla retorica del merito, dove i provvedimenti politici sono mascherati da interventi tecnici.
La rilevazione ADI si suddivide nell’analisi del 32esimo ciclo di dottorato e nella prima indagine campionaria sui dottorandi con 5000mila partecipanti, circa il 20% dei dottorati. I numeri descrivono una riduzione dei posti di dottorato.
Un altro fenomeno problematico che emerge dall’indagine riguarda l’incompatibilità tra dottorato e lavoro, dovuto alla rigida interpretazione della definizione di un “impegno esclusivo e a tempo pieno” per il dottorato, in cui la decisione finale sull’ammissibilità a svolgere un secondo impiego viene presa senza interpellare il Collegio docenti. Il dato finale è che il 92,5 % dei dottorati verranno espulsi dal sistema per come è strutturato adesso, mentre il 6,5% avrà accesso alla carriera universitaria.
Mancano un sistema di transizione dal dottorato al mondo del lavoro ed è sempre più necessario superare la figura dell’assegnista di natura parasubordinata; se gli assegnisti sono paragonabili ai Co.Co.Co. allora sono meritevoli di indennità di disoccupazione. Le soluzioni sempre più evidenti riguardano la mappatura delle opportunità di borse post doc all’estero e l’istituzione di un contratto di tipo subordinato in Italia, attraverso il superamento dell’RTDa e RTDb e l’istituzione del la figura del Professore Junior, come proposto dal CUN (Consiglio Universitario Nazionale) nel 2014.
