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Editoriale

Trump wins. Era Hillary la scelta giusta?

Hillary Clinton non è un candidato senza difetti, nessuno lo è. Ma è la scelta giusta e responsabile in questa elezione” dichiarava l’ex-sindaco di New York, Michael Bloomberg a luglio. Non senza difetti sicuro, ma davvero la scelta giusta? La Clinton non ha mai destato una particolare simpatia politica e umana, era sicuramente la persona più forte all’interno del Democratic Party e dell’amministrazione Obama, ma questa sua superiorità non era esente dall’aver creato conflitti interni al partito e ancora di più nel Paese. Non era nemmeno la persona giusta in quanto donna, immaginare che il sesso sia una discriminante positiva non dà maggiore spessore (in Italia siamo pieni di esempi, non ultimo il sindaco di Roma) se non è supportato da una reale competenza e capacità politica. Inoltre l’essere stata moglie di un presidente due volte eletto, dà l’idea di come il ricambio politico sia complesso negli USA, dove le grandi famiglie politiche come i Kennedy o i Bush, governano scambiandosi i nomi di battesimo.

La tendenza internazionale a votare contro l’establishment economico e politico coinvolge tutti i paesi dell’Occidente democratico, stravolgendo il sistema politico dalle fondamenta: Alba Dorata in Grecia, Marie Le Pen in Francia, il Movimento 5 Stelle e Salvini in Italia, Nigel Farage e la Brexit nel Regno Unito sono solo alcuni esempi (tutti sottovalutati dai media e dagli opinionisti) di quello che è il “voto contro”, la volontà degli elettori di dare dunque una scossa al sistema, portando a una “rivoluzione delicata” che passa dal sostituire le istituzioni nazionali con personaggi in grado di cambiare il linguaggio e le idee, nella speranza di ridare all’Occidente e alla sua economia la cima del mondo, chiudendosi all’Oriente e agli stranieri, innalzando il livello di autarchia e autostima. La crisi occidentale è però in una fase troppo avanzata per tornare indietro, gli USA non sono e non saranno mai più la nazione in grado di guidare il pianeta come hanno fatto negli scorsi decenni. La capitale del mondo che si era spostata a Washington dall’Europa alla fine della II Guerra mondiale è durata molto meno di quanto pensavamo: l’avanzare delle economie asiatiche, del potere militare e politico di paesi come Russia, Kazakistan, Cina e Turchia non retrocederà tanto presto.

Make America great again“, lo sponsor della campagna elettorale di Trump, esprime esattamente la volontà popolare di ridare agli Stati Uniti (e quindi all’Occidente) quel ruolo primario che troppo difficilmente potrà tornare. Hillary, nell’immaginario degli americani, era un ostacolo a tutto questo, proprio “quell’immagine ambulante dell’establishment“, come ho sentito dire ieri sera, che gli elettori volevano cambiare. Non è bastato nemmeno Barak Obahillary1ma, che si è speso in questa decadente campagna elettorale come fosse quasi la sua, nella speranza che Hillary potesse fungere da trampolino di lancio per Michelle alle prossime presidenziali. Un favore che la Clinton non aveva certo ricambiato otto anni fa, quando si intestardì nel fare ostruzionismo alla vittoria nel Partito Democratico di Obama, rimanendo in corsa fino all’ultimo e pretendendo una posizione di rilievo nel suo governo. Concessione che non ha dato nemmeno all’ottimo Bernie Sanders, sanderscapace di attrarre su di sé il consenso di molti giovani che lo consideravano molto più sincero e di sinistra della Clinton, al quale non è stato concesso nessuno spazio in campagna elettorale, nemmeno dopo la decisione di ritirarsi dalla competizione e di chiedere per Hillary l’investitura per acclamazione a candidato per la presidenza.

Se Hillary non era un candidato votabile, sicuramente Trump, a causa del suo pensiero estremo, razzista e pieno di “ignoranza”, non era nemmeno presentabile. Eppure ha vinto, nettamente. La sua presidenza, nonostante la grande voglia degli americani di cambiamento e di “tornare grandi” che lo ha fatto eleggere, non sarà in grado di liberare l’America dalle sue paure. Sarà inoltre costretto a rivedere il suo linguaggio e le sue promesse perché dovrà scontrarsi con la complicata realtà del suo Paese e degli equilibri internazionali. Ci aspettano quattro anni complessi, difficili da immaginare. Possiamo solo stare a guardare, come spettatori al cinema, incapaci di intervenire nella trama. Speriamo solo che il film non sia troppo catastrofico.

1 Comment

1 Comment

  1. cecilia De Pasquale

    9 Novembre 2016 at 19:52

    ottimo artcolo, ben equilibrato e ponderato il giudizio

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