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E' morto Valentino Parlato, uno dei padri de Il Manifesto. Aveva accettato (e restituito) 60 milioni dal Psi di Craxi

Se ne è andato Valentino Parlato, comunista per tutta la vita, militante nel Pci fino all’espulsione nel 69′, fu tra i fondatori de il Manifesto di cui è stato più volte direttore e presidente della cooperativa editrice. A dare pubblicamente l’annuncio è stata Ritanna Armeni stamane sui maggiori social.

Parlato era nato nella “Tripoli italiana” nel 1931, Giorgio Dell’Arti recentemente su Cinquantamila Corriere lo descrisse così:

“Espulso dalla Libia per la sua militanza comunista, si trasferisce a Roma dove lavora per L’Unità, scalando le gerarchie del PCI, fino a divenirne membro del Comitato centrale. Nel 1969 viene espulso dal partito comunista ed è tra i fondatori de il manifesto di cui è stato, a più riprese, direttore. Ha curato, tra le altre, l’edizione di opere di Adam Smith, Lenin, Antonio Gramsci e Gheddafi.

Famiglia siciliana, si iscrisse al Pci dove comincia la sua ligia carriera di “funzionario povero” nel più ricco apparato comunista d’Occidente. Trova lavoro all’Unità come corrispondente per la provincia,   portato poi da Pajetta a Rinascita come redattore economico, nel 1969 fu radiato dal Pci con gli altri fondatori del Manifesto: da questo momento la sua biografia coincide con quella del giornale. Partecipò alla realizzazione del primo numero (23 giugno 1969, edizioni Dedalo, 75 mila copie di tiratura) con Luigi Pintor, Aldo Natoli, Luciana Castellina e Ninetta Zandegiacomi. parlatoI direttori erano Lucio Magri e Rossana Rossanda. Il 28 aprile 1971 il Manifesto divenne quotidiano, Parlato ne fu direttore molte volte: dal 19 settembre 1975 al 30 novembre 1985 (in due periodi la sua direzione fu affiancata da altri direttori, secondo una concezione di “direzione condivisa” tipica del Manifesto: dal 18 febbraio al 3 luglio 1976 con Pintor, Ferraris, Vittorio Foa, Castellina e la Rossanda; il 3 luglio gli restarono vicine solo le ultime due, però solo fino all’1 marzo 1978), dall’1 gennaio 1988 al 30 luglio 1990, dall’1 ottobre 1995 al 30 marzo 1998.

Nel dicembre 2007 il trasloco dalla storica sede di via Tomacelli: «Doveva succedere prima o poi. Mi porterò la mia vecchia macchina da scrivere…» (un’Olivetti 98). Ora la sede è in via Bargoni 6, zona Porta Portese. Ci sono andati con «un Mulas e un Vespignani, incorniciati, un vecchio manifesto con Valpreda e tanti ricordi. La bomba di Insabato, il rapimento di Giuliana Sgrena, le visite di Jane Fonda e Ciriaco De Mita, di Alessandro Panagulis ed Yves Montand. Fidel Castro invece dette forfait nel 96 e si scusò con un barile di rum. “Eccellente”, commentarono al terzo piano. È il liquore ancor oggi preferito da Parlato».

Fumatore accanito, nel novembre 2007 dichiarò ancora 70 sigarette al giorno. Giudicò le limitazioni imposte da Sirchia un attentato alla libertà («Non escludo che, dopo le sigarette, si passi a vietare tutto il resto»).  Rifiutò l’uso del cellulare, nel 2012 è l’ultimo dei fondatori ad abbandonare la storica testata: «Il Manifesto è un giornale decaduto, ha perso fisionomia. Doveva rimanere un giornale partito e invece quel ruolo si è dissolto. E’ un giornale come gli altri, per giunta in difficoltà economiche. Generico e povero. Ed è mancato un dibattito forte per rinnovarlo». Dopo Ingrao e Rossanda anche lui ha raccontato se stesso, non in un libro ma in un documentario di 52 minuti, Vita e avventure del Signor di Bric à Brac, scritto e diretto dal figlio Matteo insieme a Marina Catucci e Roberto Salinas. Al Manifesto ha dedicato Se trentacinque anni vi sembrano pochi (Rizzoli 2006), e La rivoluzione non russa. Quaranta anni di storia del manifesto (Manni).

Dopo la notizia il cordoglio è subito arrivato dal mondo della politica e da buona parte di quello del giornalismo. Dal Manifesto, in apertura, “Ciao Vale … per ora ci fermiamo qui abbracciando forte la sua splendida famiglia e tutti i compagni che, come noi, l’hanno conosciuto e gli hanno voluto bene“.

 

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