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Il rapporto della Commissione Ue sulla disinformazione (e come combatterla)

La Commissione Ue ha pubblicato un rapporto dell’High Level Expert Group (HLEG) sulla disinformazione e su come combatterla. È considerata disinformazione la diffusione di informazioni false, inaccurate o tendenziose che hanno lo scopo di influenzare negativamente il pubblico o fare profitti. Ciò include, ma non si limita, alle cosiddette fake news.
I membri dell’HLEG hanno approvato il rapporto quasi all’unanimità: “Reporters sans Frontières” ha votato a favore, lamentandosi però che ogni forma di coordinazione della risposta alla disinformazione è potenzialmente pericolosa per la libertà di espressione, se non se ne specificano i dettagli istituzionali; la “European Consumer Organization” (BEUC) ha invece votato contro per via dell’esclusione del click-baiting dalla definizione di “disinformazione”. Del resto anche il click-baiting è una forma di disinformazione, e ogni giorno si leggono titoli di giornali che non hanno nulla a che fare col contenuto, ben sapendo che la maggioranza delle persone leggerà, e ricorderà, solo il titolo.
I principi del rapporto sono condivisibili: la lotta alla disinformazione serve, ma combatterla rischia di ridurre la ben più importante libertà di espressione. Ciò è messo nero su bianco nel rapporto, focalizzato su interventi combatibili con la libertà di espressione, come una maggiore trasparenza dei media (soprattutto sui finanziamenti) e sull’alfabetizzazione mediatica. Altri interventi proposti sono più pericolosi: qualunque forma di validazione delle informazioni da parte di terzi rischia di rivelarsi censura. Passare dalla concorrenza al monopolio è sempre pericoloso, perché si crea un potere capace di manipolare l’informazione.
Il lavoro svolto dall’HLEG è interessante, ma sembra scritto da tecnici informatici e ingegneri gestionali: si parla di insegnare ai giornalisti come usare i new media, di “database”, di “API”, di “digital single market”. Visto l’approccio puramente tecnico, due domande fondamentali sono state dimenticate: perché una cospicua parte della popolazione ha perso la fiducia nell’establishment politico e mediatico, e perché sembra esserci un’epidemia di creduloneria in parte della popolazione, che ha reagito alla perdita di fiducia nelle “èlite” con un ancora più infondato fideismo “contrarian“, dall’antivaccinismo al putinismo.

Pietro Monsurrò

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