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Commissioni e capigruppo: la nuova 'partita doppia' di M5S e Lega

Le commissioni parlamentari saranno definite solo dopo che sarà completata la squadra di governo, con sottosegretari e viceministri. Non per scelta politica, ma perché M5S e Lega per una volta devono fermarsi davanti ai tecnicismi: chi entra a far parte della compagine del premier Conte non può recitare due ruoli in commedia.
I due alleati, però, qualche idea se la sono già fatta, anche se la fatidica riga verrà tirata solo alla fine della prossima settimana, o al massimo entro 10 giorni. I riflettori sono puntati sulle commissioni permanenti di Camera e Senato e sulle bicamerali: il metodo che dovrebbero utilizzare pentastellati e Carroccio è quello di dividere equamente le presidenze degli organismi parlamentari, evitando i ‘doppioni’. Entrambi i partiti della maggioranza hanno anche il problema di sostituire entrambi i capigruppo. Il Movimento addirittura fa ‘en plein‘, Danilo Toninelli finito al Mit e Giulia Grillo scelta come ministro della Sanità, oltre al questore anziano della Camera, Riccardo Fraccaro, mentre i lùmbard devono trovare una nuova guida al Senato, dopo che Gian Marco Centinaio ha traslocato alle Politiche agricole e forestali.
Tornando al metodo, se la commissione Bilancio a Montecitorio sarà assegnata ai Cinquestelle (in corsa ci sarebbero Federico D’Incà e Laura Castelli, in lizza anche per un posto da sottosegretario o per il ruolo di capogruppo), quella di Palazzo Madama andrà a Salvini e i suoi, che potrebbero schierare Claudio Borghi. Alla Difesa si fa il nome del siciliano Gianluca Rizzo. Per la Affari costituzionali della Camera sembra aprirsi una possibilità per Emilio Carelli, mentre al Senato non è escluso che possa avere chance Cinzia Bonfrisco.
La partita più interessante resta comunque quella per le commissioni bicamerali. Al Copasir le opzioni sono tre: il M5S vorrebbe tenere per sé l’organismo che gestisce i rapporti con i Servizi segreti, ma fonti parlamentari rivelano che nella testa del segretario federale della Lega stia riflettendo sull’ipotesi di rispettare la prassi (dunque facoltativa), assegnando all’opposizione quelle poltrone. Il coup de théâtre sarebbe quella di promuovere qualche elemento di Forza Italia, facendo rimanere una postazione parlamentare strategica comunque nell’alveo del centrodestra. I nomi che circolano sono quelli dell’ex presidente del Senato, Renato Schifani, o di Maurizio Gasparri. Anche al Pd farebbe gola il Copasir, per il quale candiderebbe uno tra Luca Lotti o addirittura Marco Minniti, che avrebbe il gradimento del Carroccio. Chi dovesse spuntarla rinuncerebbe automaticamente alla presidenza della vigilanza Rai, anche se i Cinquestelle vedrebbero con il fumo agli occhi la nomina di un esponente del partito di Berlusconi alla commissione che esercita il controllo sulla televisione di Stato: sarebbe un clamoroso autogol per chi, da anni, fa del conflitto d’interessi del Cav una cifra distintiva della propria azione politica. Infine resta la casella dell’Antimafia, che potrebbe essere affidata a un esponente di Liberi e uguali. Il nome ‘scontato’ sarebbe quello di Pietro Grasso, visti i suoi trascorsi in prima linea, a Palermo, contro Cosa nostra. Quello che agli osservatori appare difficile è che un uomo con il suo curriculum e la carica di leader di un movimento politico (Leu, appunto) possa accettare una sorta di ‘diminutio’, dopo aver ricoperto fino a 90 giorni fa il ruolo di presidente del Senato, ovvero la seconda carica dello Stato. Ma la politica viaggia su binari particolari. Molto particolari.

Dario Borriello

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