L’obbiettivo è la redistribuzione del lavoro. Le modalità sono contratti fino a 30 ore settimanali, incentivi ai part-time volontari, penalizzazione fiscale delle ore di straordinario oltre una data soglia, part-time come prassi nel pubblico impiego. Una formula che, secondo i promotori del testo, porterebbe 750mila nuovi posti di lavoro. Ma a caro prezzo: la riduzione dei salari.
La proposta di legge “Riduzione dell’orario e del salario” porta la firma dei deputati Stefano Lepri, Maurizio Martina, Andrea Orlando, Debora Serracchiani, Chiara Gribaudo del Partito Democratico come risposta alla crisi economica e al tentativo di ripresa nella fase 2 dell’emergenza Covid-19.
“Si parla molto di riduzione di orario di lavoro a parità di salario – dichiara Stefano Lepri – ma l’ipotesi non funziona, si perde competitività”. Una idea valida sulla carta ma che lascia perplessi se si ragiona sulle modalità di lavoro e retribuzione del nostro paese. L’Italia ha infatti gli stipendi tra i più bassi d’Europa a fronte però di un quantitativo di ore molto alto.
“Non ci resta che fare fette più piccole della torta che abbiamo, anziché lasciare le persone fuori dal mercato del lavoro a vivere di espedienti o di reddito di cittadinanza” continuano i promotori della legge, che però non considera che lo stipendio medi di un giovane italiano non va oltre i 1.000 euro mensili e una sua riduzione creerebbe sì spazi ma per un esercito di nuovi poveri. Perché in questo piano, ovviamente, non è prevista una riduzione del costo della vita per i lavoratori.
Se di torta parliamo, il problema non deve essere la riduzione delle “fette” piccole ma semmai più eque onde evitare l’aumento del lavoro in nero e del ricatto contrattuale nei confronti dei lavoratori. Inoltre si precisa che “si tratta di incentivare le imprese e non vi sarebbe alcun obbligo o pressione”, quindi, ancora una volta, si lascia totale libertà di scelta per le aziende e nessuna per i lavoratori. Il Partito Democratico con questa proposta lancerebbe un paese dove tutti lavorano part time con salari da fame e con sconti fiscali per le aziende che non porterebbero nessun beneficio per le casse dello Stato.