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Media. La rappresentazione delle donne in un'intervista a Lorella Zanardo "verso un obiettivo comune"

A me piacerebbe che noi tutte spingessimo verso un obiettivo minimo come questo, per scardinare modelli stupidi, anacronistici, che non hanno più ragione di esistere”.

Così ha scritto pochi giorni fa la giornalista Giovanna Botteri in risposta alla polemica e alle incomprensioni, successivamente chiarite, emerse a seguito di un servizio di Striscia la Notizia, in merito al suo look e al suo aspetto fisico, che sarebbero stati oggetto di sterili offese da parte degli internet haters. Viene in luce così, ancora una volta, nella sua triste attualità, la tematica della rappresentazione nei media della donna, la quale, qualora decida di non aderire ai modelli finti e stereotipati di bellezza e perfezione veicolati dai media, preferendo rimanere con dignità se stessa, diventa oggetto di battute, scherno e offese.

All’inizio di quest’anno, la senatrice Cinzia Leone e altri parlamentari hanno presentato un disegno di legge contro il linguaggio sessista e le discriminazioni nel mondo dei media (vedi), allo scopo di contrastare le discriminazioni dell’immagine femminile, perpetrata nelle pubblicità, nei mezzi di informazione e comunicazione in internet. A tal fine, il disegno di legge, propone di istituire una Commissione ad hoc in seno all’Agcom incaricata di sanzionare i messaggi pubblicitari sessisti (e qualora questi non vengano ottemperati, è previsto l’arresto e l’ammenda), di elaborare un codice di autoregolamentazione del settore pubblicitario e di effettuare un monitoraggio permanente contro la diffusione di pubblicità sessista. Prevede anche che il sistema radiotelevisivo svolga un’opera di sensibilizzazione sulla corretta rappresentazione delle donne e che i giornalisti abbiano una formazione adeguata in tal senso.

Il disegno di legge, di cui si auspica l’approvazione in legge, costituisce un importantissimo approdo nella lotta al contrasto della rappresentazione offensiva e stereotipata delle donne nei media, iniziata da ormai più di dieci anni, con il documentario “Il corpo delle donne”, in rete dal 2009 (vedi) e prodotto da Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù. Il documentario, che denuncia l’uso, anzi l’abuso, dell’immagine della donna nella tv italiana e nei media in generale, attraverso un’attenta selezione di immagini, testimonia come la donna, quella reale, comune e autentica, stia progressivamente scomparendo dai programmi televisivi, per cedere  il posto a una sua rappresentazione grottesca, volgare e umiliante. La tv e gli altri media propongono in modo ossessivo immagini di corpi femminili, necessariamente belli e giovani, e li mostrano in modo volgare e umiliante, spesso con allusioni sessuali, nudi o quasi nudi, gonfiati sproporzionatamente dalla chirurgia  estetica, come se le tracce  che  il tempo lascia su di noi e che di noi fanno parte, invece che motivo di orgoglio, siano esclusivamente fonte di vergogna, per questo da nascondere, mascherare, negare.

Nell’omonimo libro pubblicato da Feltrinelli nel 2010, l’autrice racconta la genesi del documentario, le reazioni che ha suscitato, l’interesse inaspettato da parte delle giovani generazioni, la necessità di uscire dagli stereotipi per far riguadagnare centralità alle donne e propone nuovi strumenti per leggere l’immagine femminile in tv. Sull’argomento, ho avuto l’occasione di intervistare Lorella Zanardo, giornalista, docente ed esperta di fama internazionale di tematiche di genere e di pari opportunità, e membro del Comitato direttivo di WIN (Women’s international networking), organizzazione internazionale con sede ad Oslo che promuove lo scambio di esperienze lavorative tra donne di tutto il mondo, per confrontarsi, raccontarsi, condividere esperienze, ragionare su grandi temi quali la conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare e tanti altri. Inoltre, da ormai dieci anni, Lorella Zanardo è presidente di un’Associazione da lei fondata, che si chiama “Nuovi occhi per i media”, che ha lo scopo di portare l’educazione ai media nelle scuole.

Nel suo libro si meraviglia di come questo fenomeno sconcertante, la mercificazione del corpo della donna nella tv italiana e nei media in generale,  non susciti significative reazioni nel pubblico televisivo, nemmeno in quello femminile, che rappresenta ben il 60 per cento. Partendo dalla sua esperienza personale, che ci racconta alla fine del suo libro, riflette su come le donne non siano più in grado di riconoscere i propri bisogni. Secondo lei hanno contribuito le stesse donne al mantenimento del modello culturale che le considera inferiori rispetto agli uomini?

Il documentario Il corpo delle donne, messo in rete dal 2009 è un lungometraggio che, proponendosi di innalzare il livello di consapevolezza sull’immagine delle donne nella tv italiana, effettua un montaggio di tante immagini televisive che rendono la donna oggetto. Sicuramente noi donne abbiamo contribuito a questo modello, in quanto non essendoci ribellate in qualche modo vi abbiamo tacitamente acconsentito. Appena uscito il documentario, il commento più frequente che arrivava dalle donne era di stupore. Ciascuna di loro evidenziava come, nonostante avessero guardato tanta televisione, non si fossero mai accorte della presenza di tali immagini offensive, che in realtà circolavano in televisione sin dagli anni 70-80. Io mi reco nelle scuole ad insegnare non per fare critica sterile, ma per riflettere e mostrare alle ragazze e ai ragazzi il tipo di ripresa e la modalità di rappresentazione delle donne, che oggi sono diventati oggettivizzanti: le donne che vengono mostrate in televisione sono sempre bellissime e formose, e di esse ne viene ripreso solo il corpo, ma non il volto. Riprendere solo il corpo senza volto significa negare il loro essere persona e renderle oggetto. Chi è il responsabile?

Lorella Zanardo

Sicuramente a noi italiani e italiane piacciono questi programmi televisivi, in quanto concepiti, inizialmente, come liberatori, privi di moralismo, ma non può sottacersi che siano nel tempo degenerati sia nell’ambito del servizio pubblico che della televisione privata. Noi donne siamo state sicuramente complici di tutto questo, ma è stato anche difficile ribellarsi in quanto tutto ciò è avvenuto in modo sottile e subdolo: nei primi anni 80 si erano spente da poco le manifestazioni del femminismo in Italia e in Europa, quindi inizialmente tali trasmissioni sono state confuse come liberatorie e emancipatorie. Successivamente nessuno si è mai opposto in modo efficace a tali trasmissioni terribili e umilianti, forse per disinteresse, e la reazione di tante persone che si sentivano offese da esse è stata quella di decidere di non guardare più la televisione. Questo tuttavia non ha risolto il problema delle fasce deboli della popolazione, che sono state lasciate prive di guida. Il mio lavoro è proprio questo: più che trovare dei colpevoli, intendo spiegare, fornire strumenti per destrutturare le immagini e ragionarci sopra, anche se sono consapevole che ci voglia molto coraggio per portare avanti questo tema perché è impopolare. In questo paese, infatti, se ci si definisce “femminista”, nell’immaginario collettivo ci si sminuisce e il tema delle donne è sempre stato visto come tema da sfortunati. Secondo gli studi del Censis la rappresentazione delle donne in Italia, insieme alla Grecia, è una delle peggiori in Europa e questo perché di questo tema in fondo non interessa molto né agli italiani né alle italiane. Io lavoro con le giovani generazioni per preparare un futuro migliore e anche per rendere autorevole questo tema in quanto estremamente attuale, come negli altri paesi europei. Anche il discorso sul nominarsi al femminile costituisce una lotta molto faticosa ma solo in Italia, in quanto il femminile non è il genere autorevole e si pensa che il nominarsi al femminile comporti un depotenziamento del ruolo. Contrariamente, negli altri paesi europei non è così e il femminile non è depotenziato“.

La televisione, ma anche tutti gli altri canali di comunicazione mediatica, la stampa, internet, i cartelloni pubblicitari, i videogiochi, ha una grande responsabilità in materia di educazione, è portatrice di modelli, stili di comportamento e di vita, soprattutto perché sa penetrare come nessun altro in tutte le case e perché oggi si trova a supplire i tradizionali educatori sociali, che sono in crisi, come la famiglia e la scuola. Lei stessa manifesta una grande preoccupazione pensando all’impatto nella vita reale che può avere l’ossessiva trasmissione di immagini, di video, di programmi che propongono corpi perfetti, necessariamente belli, giovani e snelli, offerti come oggetti sessuali, in modo aggressivo, volgare e violento. Quali sono i rischi per chi cresce bombardato da questi messaggi stereotipati, offensivi e violenti ? Che ricadute  possono avere questi messaggi nella concezione dell’amore, della sessualità, del rapporto di coppia, della famiglia e della violenza di genere?

 “Le ricadute sono pesantissime. Nell’età dello sviluppo e della crescita agiscono tre potenti agenti di socializzazione: scuola, famiglia e media; poi ce ne è un quarto, quando diventiamo adulti: il mondo del lavoro. Nella società odierna, per l’educazione dei figli, si tende a colpevolizzare non la famiglia in generale (composta di due genitori) ma in particolare la madre, che viene responsabilizzata oltre modo – e spesso noi donne siamo feroci con le nostre simili – mentre il ruolo del padre viene in tal modo implicitamente depotenziato. Inoltre, accanirsi contro le famiglie, che oggigiorno sono sempre più in crisi, non serve, in quanto se i genitori non curano i propri figli, esistono altri due fattori educativi che rendono un paese realmente democratico: la scuola e i media. Le famiglie sono in crisi, ma la scuola viene depotenziata e l’unico strumento di socializzazione, potentissimo, che agisce 24 ore al giorno su più reti è la televisione. Secondo i dati Censis, la principale fonte di informazione per gli adolescenti sono la televisione, i media, i social. L’Italia è il paese che in questo momento ha il più alto tasso di analfabetismo di ritorno in Europa e quindi in molti casi le famiglie sono in difficoltà culturalmente e non riescono a offrire modelli alternativi. Pertanto, la televisione che entra in tutte le case può essere un formidabile strumento per fornire modelli alternativi, di cui i ragazzi e le ragazze hanno fame. Con la mia esperienza, mi sono resa conto che non è vero che i ragazzi e le ragazze non sono interessati/e a questi temi. Essi hanno in realtà fame di storia. Purtroppo assorbono questa rappresentazione distorta che il mondo gli offre. Quando abbiamo 6 anni, ci insegnano a decodificare una parola scritta per accedere al suo significato (e ciò costituisce il primo atto verso la cittadinanza attiva); allo stesso modo, le immagini necessitano di essere decodificate, altrimenti ne veniamo manipolati, mentre al contrario dobbiamo essere cittadini attivi. La destrutturazione delle immagini consente ai giovani di liberarsi dalle gabbie che i media propongono. La soluzione non è vietare di guardare la tv, ma di offrire strumenti utili per guardare con occhi consapevoli e oggettivi i programmi, lavorando con le immagini e commentandole insieme con i ragazzi, senza mai criticare, ed evidenziando le parti in cui la telecamera viene usata come strumento di oggettivizzazione della persona. Dagli incontri nelle scuole con i ragazzi e le ragazze è emerso che non solo le ragazze ma anche i ragazzi sono infastiditi e si sentono offesi dalla rappresentazione mercificata delle donne, in quanto presuppone che a loro interessi in via esclusiva. Le ragazze sono in difficoltà perché, da una parte, il modello proposto dai media è molto forte e sono affascinate dalla potenza del loro corpo che seduce tutto il mondo mediatico, ma, dall’altra, si rendono conto che esso ne risulta oggettivizzato e che di conseguenza loro vengono ridotte a merci, schiave del loro stesso corpo, e quindi che vengono depotenziate, e che ciò non ha nulla a che fare con l’emancipazione e la libertà del corpo ma anzi ne costituisce una negazione“.

Il mio stupore è stato riscontrare che le ragazze e i ragazzi di oggi sono molto più europee ed europei di quanto immaginiamo, che sono in grado di mettere in discussione ciò che vedono, di ribellarsi alle gabbie di tali modalità rappresentative, e, per quanto riguarda i ragazzi, di respingere l’idea di uomo corrispondente a quella della donna oggetto perchè altrettanto stereotipata. I ragazzi, in particolare, sono alla ricerca di un modello maschile adulto diverso da quello offerto falsamente dai media. Questa modalità di raffigurare il corpo femminile – ripreso esclusivamente nelle sue parti più intime ed erotiche appositamente dalla telecamera del programma televisivo – sono dannose per tutti, donne e uomini, in quanto oggettivizzano la donna e la privano della sua persona, della sua faccia, ne fanno una merce, rendendo un pezzo per il tutto, e, come dice la psicologa Chiara Volpato, la deumanizzano, trasformandola in un pezzo di carne. Queste immagini, pur non costituendone la causa principale, hanno sicuramente una connessione con la violenza perché la raffigurazione di una ragazza come un pezzo di carne ne sottrae l’umanità e la rende oggetto a disposizione di chiunque. Quindi il mio obiettivo è insegnare nelle scuole e dare ai ragazzi strumenti per guardare la tv in modo consapevole e renderli consapevoli, fornire loro una educazione, con linguaggio il più possibile semplice, alla legalità e alla dignità, indipendentemente dal genere“.

Penso a quelli che lei chiama “contenitori pomeridiani”, in cui non accade nulla e non si parla di nulla, che intrattengono il pubblico con richiami sessuali, volgari, violenti, superficiali e bizzarri. Penso alle pubblicità, televisive e non, che per catturare l’audience e competere sul mercato, cercano di suscitare emozioni e colpire bruscamente lo spettatore, utilizzando spesso scene di violenza. Penso ai produttori, che come lei dice nel suo libro, si giustificano dicendo che “trasmettono quello che la gente vuole vedere”, oppure che la pubblicità fa profitto e che oggi un cambiamento di rotta nel reclamizzare taluni prodotti peggiorerebbe la crisi economica. Ma c’è davvero un rapporto di causa-effetto tra crisi economica e incapacità della televisione di cambiare, di adattarsi ai nuovi ruoli, di superare gli stereotipi culturali di genere sfavorevoli alle donne? Davvero la pubblicità di un prodotto porta meno profitto qualora si scelga di effettuarla senza offendere il genere femminile? E davvero la gente cambierebbe canale se non si trovasse di fronte un programma televisivo che proponga necessariamente scontri e litigi o fatti di cronaca nera ossessivamente proposti e riproposti, e non venga contrassegnato dalla presenza di veline nude o seminude? Quale potrebbe essere secondo lei l’Alternativa?

No, non è assolutamente vero. E poiché ritengo che l’Europa significhi soprattutto far circolare idee, cultura, legalità, dobbiamo emulare le televisioni europee che in questo ambito sono migliori della nostra. Quando ero una ragazza, andai un anno a studiare e lavorare in Inghilterra e mi trovai in camera con una ragazza islandese con la quale strinsi una forte amicizia. In quegli anni le ragazze italiane non erano molto libere e la libertà di questa ragazza mi colpì profondamente e mi fece riflettere sul fatto che se l’indipendenza e la libertà esisteva già nel mondo l’avrei potuta avere anche io; quindi quando tornai a Milano volli emulare il modo di vivere di questa ragazza che mi aveva così tanto affascinato. Ritengo che lo stesso debba valere per la televisione: in tutti gli altri paesi europei – ad esempio Inghilterra, Francia, secondo i dati Censis – esiste una televisione migliore, pubblica e privata, che non manda in onda immagini denigratorie delle donne, come invece quella italiana, e non per questo ha perso ascolti, e ciò avviene anche in paesi, come l’Inghilterra, molto più liberisti in economia dell’Italia. I giornalisti esteri si chiedono come mai un paese che ha espresso un movimento femminista importante come quello italiano non riesca più a esprimere un pensiero femminile autorevole. Ma la televisione deve avere lo scopo di intrattenere, informare ed educare. Tra l’altro, è la nostra stessa carta costituzionale a sancire i principi della dignità della persona e dell’uguaglianza tra i sessi, rispettivamente agli artt. 2 e 3. Tuttavia in Italia stenta ad affermarsi il principio che una rappresentazione plurale delle donne, una rappresentazione non offensiva della loro dignità, non volgare, non reificante (cioè che non la riduca sempre e solo a oggetto sessuale) è un diritto costituzionale, sancito in tutte le Costituzioni dei paesi democratici, il diritto, cioè, di ogni essere umano a non essere discriminato per ragioni di sesso, etnia, convinzione religiosa, ecc. E questa rappresentazione denigratoria e umiliante delle donne, effettuata dai media, oltre che anticostituzionale, incide negativamente sulla condizione sociale femminile in generale, sul fatto che le donne ancora sono numericamente inferiori rispetto agli uomini nei posti di vertice delle amministrazioni pubbliche, nei consigli di amministrazione e in genere nei posti più ambiti, in quanto nell’immaginario collettivo una raffigurazione così denigrante depotenzia tutte le donne in tutti gli ambiti sociali. Ma questa rappresentazione crea dei modelli che non sono conformi alla realtà. Viviamo in gabbie, che spesso noi stessi ci costruiamo, gabbie dalle quali non sappiamo, o vogliamo, evadere. Dobbiamo liberarci delle gabbie, degli stereotipi, del giudizio degli altri e dei condizionamenti sociali. E questo si può fare solo se le donne scelgono di essere autentiche e quindi decidono di ascoltare e rispettare i propri desideri e bisogni emotivi, che non sono certo i bisogni che per loro ha identificato il modello maschile, il quale subdolamente ha fatto credere loro che siano quelli autentici“.

 Nel suo libro, ci confida un periodo della sua vita in cui dice di non essere stata più in grado di riconoscere i suoi bisogni. Era consapevole di essersi allontanata troppo da quello che la rendeva realmente felice e da quello che era realmente importante per lei, sentiva il dolore della ferita che divide eternamente in due le donne che oscillano tra carriera e maternità, senza poter mai essere concentrate completamente sull’una o sull’altra. In proposito, lei auspica un vero e proprio Cambiamento con la C maiuscola e propone un modo nuovo di essere donna, che lungi dall’emulare il modello maschile, che rischia di azzerare le differenze biologiche tra i due sessi, sappia invece valorizzare le differenze nel rispetto delle reciproche autentiche peculiarità, per giungere ad essere non Uno e la sua brutta copia ma Due. Secondo lei, la valorizzazione delle potenzialità della donna può portare al superamento della concezione maschilista, delle discriminazioni presenti nella società e persino ad un miglioramento di tutte le relazioni umane?

Il documentario e il mio libro sono partiti non da un giudizio ma da un dolore. Il dolore della consapevolezza di una televisione che è andata alla deriva, imbrigliando in uno stereotipo apparentemente immutabile. Tornata dall’estero, guardavo questa televisione con occhi diversi, non assuefatti, perché mi ero disabituata a vederla. Le scene del documentario sono forti e mostrano chiaramente che c’è in atto qualcosa di gravissimo nei confronti delle donne. Spesso si tratta di scene riprese da programmi televisivi le cui modalità di rappresentazione sono simili a quelle che caratterizzano la pornografia, ove c’è spesso un maschio, prevaricatore e violento, spesso più vecchio, e una donna che si trova in una situazione di sottomissione e subisce la violenza psicologica e verbale di costui; la disparità emerge in quanto l’uomo è in una posizione di prevaricazione per età, per ruolo, per autorità e ci sono scene in cui si assiste allo smembramento del corpo femminile, alla violenza espressiva e gratuita, ad atteggiamenti volgari, aggressivi, umilianti, distruttivi“.

“Pare che in questo periodo di passaggio, di cambiamento epocale, dopo millenni di patriarcato, ci sia una resistenza, alcuni l’hanno definita ‘colpo di coda’ del patriarcato, dovuta alla paura, da parte del maschile millenario, di accettare il cambiamento e di abbandonare la sua posizione di supremazia, mai messa in discussione, nel mondo. E’ il momento in cui si lavora sulla decostruzione e ricostruzione di modelli, stereotipi, identità nuove, femminili e maschili, libere dalle gabbie. Tuttavia in questa opera di ricostruzione profonda c’è un ostacolo grande: i media. E le donne si trovano di fronte a un dilemma: lottare per la nuova identità ma allo stesso tempo continuare ad aderire a quei modelli, seducenti, di potere, offerti dai media che corrispondono al presunto sguardo maschile, che le stesse donne hanno assorbito fino ad arrivare a utilizzare quello stesso sguardo per guardarsi tra di loro. Ma è uno sguardo che non mira all’eros ma alla vendita, al mercato. Per questo è molto importante il lavoro di decostruzione dell’immaginario offerto dai media, specie per le giovani generazioni, e offrire loro un modello di sguardo critico. Fondamentale è l’educazione, attraverso la trasmissione di un sapere che permetta a tutti, e in particolare alle nuove generazioni, a partire dai bambini delle scuole elementari, di riconoscere i messaggi che la televisione propone, i meccanismi con cui essa comunica, i valori che trasmette o che nega. Si tratta di creare spettatori consapevoli, liberi non in base a quanto viene loro  proposto, ma in base a ciò che essi sanno riconoscere e valutare: se so cosa sto guardando, se ne decifro il linguaggio, allora posso veramente scegliere cosa guardare e quindi solo allora sono veramente libero“.

L’associazione “Nuovi occhi per i media”, da me fondata e di cui sono Presidente ormai da dieci anni, si propone di portare l’educazione ai media nelle scuole, sia attraverso la formazione dei ragazzi e delle ragazze, sia attraverso la formazione dei docenti, che costituisce la chiave di volta, perché solo formando i docenti il sapere resta a scuola e il docente sarà in grado poi di passarlo a più alunni e più classi possibili. Su questo, nel 2012 è stato pubblicato il mio secondo libro, “Senza chiedere il permesso: come cambiamo la tv (e l’Italia)”, edito da Feltrinelli, e in autunno uscirà, per Franco Angeli, il primo manuale in Italia di educazione ai media di tipo divulgativo. Questo metodo ha un grandissimo impatto e successo in quanto, attraverso un team di ragazzi e ragazze, vengono registrati i prodotti audiovisivi guardati di più dai ragazzi, sia in tv ma moltissimo anche su youtube, e poi è con quel materiale che io la mia associazione ci rechiamo nelle scuole per fare lezione. Riusciamo così ad avere un grandissimo impatto anche nelle scuole difficili, perché otteniamo la fiducia dei ragazzi portando il materiale audiovisivo che loro vedono normalmente. Lo scopo non è criticare, ma guardare con occhi consapevoli, quindi cerchiamo di attuare una forma di ecologia dei media. Per quanto riguarda il disegno di legge presentato dalla senatrice Leone ed altri suoi colleghi, esso costituisce sicuramente un’ottima conquista, ma ancora più efficace è l’educazione delle generazioni. Infatti, è necessario e improcrastinabile educare, oltre che sanzionare“.

 Silvia D’Oro

1 Comment

1 Comment

  1. Paolo

    15 Maggio 2020 at 21:54

    nei film non c’è nulla di oggettivante, il sex appeal non è oggettificante, è cosa umana e bella, esistono corpi maschili e femminili più belli e attraenti di altri, lo si accetti senza offendere nessuno

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