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Salvini chiede l'intervento del Colle sul caso procure, ma a finire nell'occhio del ciclone è Giovanni Legnini

Non si attenua il clamore attorno ai contenuti delle chat private di alcuni magistrati, pubblicate nei giorni scorsi dal quotidiano La Verità. Dopo l’ex-presidente dell’Anm Luca Palamara, accusato di gestire una fitta rete di contatti a tutti i livelli per condizionare nomine e scelte di politica giudiziaria, a finire nell’occhio del ciclone è adesso l’ex sottosegretario dei governi Letta e Renzi e vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, ora commissario straordinario di Governo alla ricostruzione delle aree colpite dal terremoto del Centro Italia. Legnini, sempre stando a quanto emerge dalle nuove intercettazioni oggi in edicola, avrebbe più volte sollecitato i togati a lui più vicini affinchè prendessero posizione a favore della procura di Catania nella sua azione contro l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, nella vicenda Diciotti.

Come nei giorni scorsi, a rilanciare con forza sui social e nelle interviste sin dal primo mattino i contenuti delle intercettazioni, denunciandone la gravità e invocando l’intervento delle istituzioni per fare piena luce, è stato il diretto interessato Matteo Salvini. Secondo il leader leghista “emergono le trame di Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm e sottosegretario di due governi a guida Pd, per far intervenire il Consiglio Superiore della Magistratura a supporto delle indagini sullo sbarco degli immigrati dalla nave Diciotti”. L’ex-inquilino del Viminale non esita dunque a chiedere di nuovo un intervento diretto del Colle: “Sono sicuro che il Capo dello Stato non resterà indifferente: ne va della credibilità dell’intera Magistratura italiana, la situazione è ormai intollerabile e occorrono interventi drastici, rapidi e risolutivi, per il bene del Paese”.

A rincarare la dose e ad intensificare la pressione sul presidente della Repubblica, cui la Costituzione assegna l’onere di presiedere il Csm, arriva anche una nota dei capigruppo leghisti Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari, per i quali “solo il presidente Mattarella è in grado di ristabilire il ruolo imparziale e super partes della magistratura che sappiamo non si riconosce in questo tipo di comportamenti. Il modus operandi di Legnini – proseguono Romeo e Molinari – potrebbe inoltre creare uno stallo nel funzionamento del Csm, cosa che il Paese non può permettersi”. C’è anche chi, come un gruppo di eletti leghisti dei paesi colpiti dal sisma dell’Italia centrale, hanno chiesto la rimozione di Legnini dal ruolo di commissario per la ricostruzione.

Al di là delle reazioni politiche, quello che sta emergendo rischia di investire la stessa magistratura, compromettendone autorevolezza e solidità, come testimoniano le dichiarazioni dell’ex-Pm veneziano Carlo Nordio, scandalizzato da un “simile livello di bassezza”, che rende a suo avviso ormai improcrastinabile la riforma dei meccanismi elettorali del Csm e della disciplina delle carriere, peraltro annunciata dal governo.

Nel pomeriggio, Legnini ha replicato a Salvini e a tutti gli altri esponenti politici che hanno invocato chiarimenti sul suo comportamento nel corso della vicenda Diciotti, tra cui il senatore azzurro Maurizio Gasparri e il deputato di FdI Fabio Rampelli: “Si trattò – afferma Legnini – di un intervento doveroso, che rientra nelle competenze del Consiglio superiore, svolto esclusivamente a tutela dell’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato, e che rifarei esattamente negli stessi termini poichè mi sono sempre battuto per affermare le reciproche sfere di autonomia tra magistratura e politica. I messaggi oggi pubblicati – ha concluso Legnini – non hanno nulla a che vedere, dunque, con la vicenda Palamara di cui le cronache si stanno occupando da un anno”.

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