‘Black Lives Matter’. Così ha dichiarato il Parlamento europeo nella “Risoluzione del 19 giugno u.s. sulle proteste contro il razzismo a seguito della morte di George Floyd”, con la quale condanna tutte le forme di razzismo, odio, violenza e aggressione fisica e verbale e l’atroce uccisione, avvenuta lo scorso 25 maggio, da parte della polizia americana, di George Floyd, cittadino americano appartenente alla comunità afro americana, fermato con l’accusa di aver usato una banconota falsa da 20 dollari in un negozio.
La vicenda ha avuto in pochissimo tempo una risonanza mediatica enorme, cui hanno fatto seguito manifestazioni e proteste in tutto il mondo, organizzate per riaffermare con forza il diritto di esistere e di essere diverso, il principio di uguaglianza e la dignità della persona, in molti casi sfociate in scontri violenti come a Roma lo scorso 7 giugno. Si torna così a riflettere sulla perdurante attualità del fenomeno del razzismo, non solo negli Stati Uniti ma nel mondo intero, e sull’utilizzo della violenza bruta, senza motivo e senza pietà, diventata il fondamento delle relazioni interpersonali della malata società moderna, ove l’individuo cessa di essere uomo, consapevole e responsabile, per diventare mezzo, privo di idee e mero ingranaggio di una macchina che fa del male, in modo irresponsabile e banale.
Con la consapevolezza che, come sosteneva Hannah Arendt ne Le origini del totalitarismo del 1951, “pur essendo un requisito essenziale della giustizia, la parità di condizioni è una delle conquiste più alte e più malsicure dell’umanità moderna” e come affermato da Ashley Montagu, in La razza. Analisi di un mito, “i problemi della razza costituiscono una delle prove del nostro fallimento nelle relazioni umane, è su queste ultime che occorre investire e attuare una vera e propria rivoluzione culturale”.
