Il palazzo è un luogo d’eccezione che ospita la mostra sulla creatività come rinascita
di Antonella Pesola
Inaugurata a Castiglione del Lago il 27 giugno la mostra Creativity, da Guttuso a Schifano alla Transavanguardia, linee d’arte contemporanea del secondo Novecento che rimarrà aperta fino al 13 settembre prossimo, nelle incantevoli sale di Palazzo Della Corgna. La residenza venne edificata dalla seconda metà del XVI secolo da Ascanio della Corgna a seguito della concessione di papa Giulio II del territorio a questa importante famiglia.
L’elegante dimora gentilizia rinascimentale presenta nelle varie sale una ricca decorazione pittorica di Niccolò Circignani detto il Pomaracio e Antonio Pandolfi con le storie celebrative dei Della Corgna e mitologiche in un elegante stile manierista. Un percorso appositamente realizzato, tra le sale maestose dalle volte affrescate, ha permesso la disposizione di opere contemporanee in un’apparente dissonanza che annulla lo spazio temporale, voluto dal critico e storico dell’arte Andrea Baffoni, che propone un’analisi della pittura contemporanea all’insegna della “creatività” di importanti esponenti della seconda metà del Novecento. Il progetto vuole rilanciare la forza creatrice e il potere delle idee come forza di superamento e di rinascita, proprio dopo il periodo di chiusura e isolamento che abbiamo vissuto. L’arte e la creatività come una ricchezza che aiuta a risorgere dalle difficoltà grazie al potere immaginativo. Un intento che viene esaltato da un luogo che da sempre accoglie i visitatori con i maglifici affreschi manieristi, le collezioni archeologiche e il suggestivo percorso monumentale articolato fino alla Rocca del Leone con il suo straordinario affaccio sul Lago Trasimeno. Creativity permette di fare un piccolo excursus d’arte contemporanea attraverso la campionatura di grandi artisti italiani e stranieri dal dopoguerra in poi suddivisi per temi, correnti, stili.
Quale funzione resta all’arte visiva? Quella di esprimere attraverso forme e immagini lo spirito del proprio tempo, in modo tanto più immediato quanto meno condizionato dalle richieste dei committenti di una volta. Proporre le opere suddivise in ambienti che richiamano alcuni movimenti artistici di riferimento, appare una via migliore per descrivere un dopoguerra che ha dovuto mettere in questione la bontà intrinseca di qualsiasi progresso; è una progressione di presenze e modalità creative che si accavallano una all’altra, che hanno portato alle conseguenze più estreme quelle istanze che le prime avanguardie si erano limitate a sollevare. Ogni passaggio epocale coincide con il superamento di una crisi che equivale sempre ad una trasformazione in atto, e per questo, a movimento, dinamicità e produzione, sia per quanto riguarda nuove forme d’arte che nuove chiavi esistenziali che possano dare alla vita un significato.
Fra le prime questioni che il mondo dell’arte dal dopoguerra si trovò ad affrontare ci fu quella del linguaggio espressivo; molti gli artisti che si dedicarono alla figurazione, più consona alle esigenze del “realismo sociale”; Renato Guttuso, membro del comitato centrale del PCI dal 1951, rafforzò questa propensione, che radunava tutti colori per i quali la nuova arte dovesse anche essere comprensibile al popolo, presente in mostra con tre opere che appartengono a vari periodi, dall’impianto descrittivo e realistico, tra cui l’espressionista Cleopatra con aspide del 1968, riassume tutte le istanze realiste dell’artista siciliano. Remo Brindisi con la veduta della Chiesa della Salute di Venezia, luogo centrale della sua esperienza umana e professionale e la Maternità un tema ricorrente nel suo percorso, testimoniano l’adesione ad un originale linguaggio neofigurativo così come le opere di Antonio Bueno ripropongono la figura femminile stilizzata e atemporale pur con accenti realistici.
Il Moratius Nelson e 154 di Enrico Baj dal caratteristico collage di materiali più disparati sono volutamente provocatorie verso gli stereotipi, dal sapore dissacratorio che sfocia nella poetica del grottesco, accanto al lavoro dell’artista giapponese Key Hiraga, che sottolinea l’importanza dell’istinto e della natura primordiale dell’uomo, in lotta contro la meccanizzazione dell’era moderna, danno luogo ad accostamenti inusuali. Così il ritratto di Robert Rauschenberg, dall’inquietante assemblage richiama una nuova umanità, completa la sezione l’acquerello di Francisco Toledo, considerato uno dei più importanti artisti messicani contemporanei, che in dialogo con la cultura internazionale recupera l’arte preispanica come risorsa estetica ed etica.
L’astrazione viene rappresentata da nomi storici appartenenti al gruppo di Forma 1, nato a Roma come contrapposizione nei confronti del realismo guttusiano, in una situazione post bellica che obbligava una presa di opposizione e di coscienza nel 1947, come Piero Dorazio, Achille Perilli e Giulio Turcato. La geometria irrazionale è stata un’importante direzione del loro lavoro che nasce dagli esiti delle avanguardie storiche come il futurismo e il costruttivismo. Le opere di Dorazio caratterizzate per l’uso di sole forme elementari dove la linea e il colore compongono trame sottili dal ritmo musicale, toccano le profondità percettive lontano da volontà narrative e mimetiche.
Di seguito Gualtiero Nativi che nello stesso periodo in Toscana definisce il Manifesto dell’Astrattismo classico con il gruppo Arte d’oggi di Firenze, nella temperie di rinnovamento indicava nel purismo geometrico rigoroso e non descrittivo l’energia originaria dell’atto espressivo, in netta contrapposizione con alcuni esiti lirici dell’astrazione. Il purismo geometrico permea Due nuclei e Struttura, che costruisce con semplici linee rette e arriva a campiture di colore che definiscono l’architettura e gli spazi dell’opera. Una linea astratta geometrica messa a confronto con il linguaggio aniconico di Maurice Estève cubista fin dal 1928 che ci collega alle origini dei linguaggi aniconici.
Si prosegue con le successive esperienze artistiche più significative dagli anni Sessanta che interpretano la vitalità creativa nella Pop Art italiana, che si caratterizza per aver sottolineato momenti cruciali nell’evoluzione della società e del costume italiano, con il gruppo romano detto della “Scuola di piazza del Popolo” i cui maggiori esponenti sono Mario Schifano, Franco Angeli, Giosetta Fioroni e Tano Festa che riuscirono a far transitare nel mondo dell’arte motivi e oggetti provenienti dall’immaginario comune, dalla storia dell’arte e della vita.
La poetica dell’oggetto e del ready made di duchampiana memoria è ricordata con opere di artisti neo-dadaisti o del Noveau Réalisme che indagano il mondo del consumo attraverso gli oggetti d’uso comune. Guseppe Chiari, presente con tre lavori, quasi un ciclo dedicato al pianoforte, analizza nell’interdisciplinarietà la musica, il colore, la poesia. Arman, seziona dei violini evocando nell’oggettività l’insegnamento cubista della scomposizione formale. Mentre Piero Gilardi e Michelangelo Pistoletto aderenti al movimento dell’Arte povera attraverso la sperimentazione rispettivamente di materiali quali la gomma-piuma e l’acciaio inox specchiante, ripropongono una realtà in equilibro tra apparenza e finzione tecnologico.
Si conclude il percorso con le opere di Mimmo Paladino (Baal, 2006) e Sandro Chia (Senza titolo, 2005), esponenti del movimento della Transavanguardia nato negli anni Ottanta, una specie di reazione alla sperimentazione artistica spinta all’eccesso dall’arte concettuale, che richiama il passato attraverso un nuovo simbolismo espressionista, usando in modo nuovo la pittura restituendo al pennello, alla tela ed ai colori una grande importanza, anche attraverso la libera riscoperta delle radici locali e popolari di ciascun artista.
