Barone, lei ha parlato spesso di un problema legato alla burocrazia per lo sviluppo industriale del suo territorio. Può spiegarci?
La burocrazia è il vero male dell’Italia; senza una vera sburocratizzazione il Paese non ripartirà mai. Ma le pare normale che in Italia vi siano 160mila norme tra livello centrale e regionale, in Germania 7mila, in Inghilterra 3mila? Già questo dato basterebbe per dimostrare che l’Italia è il Paese delle leggi che soffocano l’economia. Ma c’è di più: secondo un recente studio di Confcommercio, l’inefficienza e gli scarsi servizi della Pubblica Amministrazione impattano sulla crescita del nostro Paese con una perdita di 70 miliardi di Pil e, nel confronto internazionale, su 36 Paesi OCSE, l’Italia è scivolata al terzultimo posto. Oggi un imprenditore che vuole fare un nuovo investimento deve fare i conti con decine e decine di autorizzazioni di enti diversi e mesi, se non anni, di attesa. Non è possibile. Si abbia il coraggio di semplificare per davvero, di snellire le procedure e permettere a chi vuole aprire nuove attività di farlo in tempi rapidi. Bisogna autorizzare in trenta giorni le nuove imprese con un interlocutore unico che rilascia le autorizzazioni evitando agli imprenditori di fare i burocrati in pellegrinaggio per gli enti
Qual è il ruolo delle Asi in questo contesto?
Le Asi, Aree Sviluppo Industriale, sono enti pubblici economici che guidano i contesti industriali più importanti del Mezzogiorno e del Nord-Est in particolare. Alla natura giuridica, mirata a rendere l’ente specificamente idoneo alle esigenze del mondo produttivo si è affiancato l’ampliamento dei compiti ad esso attribuiti: dall’erogazione dei servizi primari, alla più sofisticata innovazione tecnologica fino alle reti informatiche polifunzionali, indispensabili per rendere le aziende competitive sui mercati internazionali. Oggi, però, le Asi in sintonia con il Governo centrale, i Governi regionali e gli enti locali potrebbero assumere un ruolo centrale e di guida nelle nuove dinamiche di sviluppo industriale.
Il Ministro Provenzano su due punti per rilanciare il Sud: sgravi fiscali (con un abbattimento del 30% dei contributi previdenziali a carico delle imprese) e mobilità.
Il ministro Provenzano, che abbiamo anche incontrato con una delegazione della Ficei, da conoscitore delle problematiche del Mezzogiorno si sta impegnando molto anche con buoni risultati. Ma bisogna fare di più. Vanno bene gli sgravi sui contributi previdenziali per i dipendenti, va bene il fondo ‘Cresci al Sud’, sono positive tutte le altre iniziative per la ripartenza del Mezzogiorno ma è necessario aggiornare il Piano Sud 2030 ai tempi del Covid ascoltando tutte le parti datoriali, sociali e istituzionali che possono dare un fattivo contributo. Per quanto riguarda le Asi e la Ficei chiediamo al ministro Provenzano di accelerare le procedure per le Zes; ben vengano i decreti per l’istituzione delle Zes in Sicilia e Abruzzo ma è improcrastinabile la partenza vera delle Zone Economiche Speciali già attive ad iniziare dalla Campania. Da mesi il ministro ha assunto l’impegno a nominare i commissari per velocizzare l’avvio delle Zes ma finora nulla è stato fatto. Speriamo che in tempi rapidi si abbia un riscontro perché le Zes possono essere l’unico strumento di vera attrazione di nuovi investimenti e capitali nel Mezzogiorno.
Archiviato il lockdown, come hanno reagito le imprese del territorio? In caso di una nuova ondata le aziende hanno saputo riorganizzarsi e sarebbero in grado di reggere?
Hanno retto molto bene le aziende della filiera agro-alimentare, della farmaceutica e del tessile riconvertito a prodotti per il Coronavirus, per il resto il lockdown ha colpito tutti i settori indistintamente. Molte aziende, soprattutto medio-grandi, si sono organizzate con il lavoro agile ma è evidente che per quanto riguarda le produzioni non c’è smart working che tenga; se dovesse arrivare una nuova ondata, e qui facciamo gli scongiuri, la ‘botta’ sarebbe terribile. Non credo che il tessuto produttivo potrebbe reggere ad un nuovo blocco.
Il problema è solo di liquidità? Come si affronta la questione corruzione, che spesso spaventa le aziende a investire nel territorio?
La liquidità è uno dei problemi ma non certo il solo. Nel Mezzogiorno, dove manca una banca di riferimento, la questione è maggiormente sentita e il Governo anche in questa direzione dovrebbe assumere iniziative specifiche per il Sud del Paese. Se nelle prime venti banche italiane per numero di sportelli non c’è un istituto del Mezzogiorno, ad eccezione della Popolare di Bari che oggi è in amministrazione straordinaria, qualcosa significherà pure! Per quanto riguarda invece la corruzione credo che questa si annidi nella burocrazia, se si semplifica per davvero diminuisce, se non scompare del tutto. Un imprenditore magari cerca la scorciatoia quando vede che i tempi di allungano, che gli enti non rispondono e magari trova politici o funzionari infedeli, se invece le procedure sono veloci e snelle non c’è bisogno di corrotto e corruttore. Ripeto, è indispensabile che il mondo dell’impresa abbia procedure snelle, veloci e chiare per superare tutte le criticità attuali.
Quali sono i primi ambiti su cui bisognerebbe lavorare per lo sviluppo delle infrastrutture, magari utilizzando le risorse messe da disposizione dal Recovery Fund?
Bisogna innanzitutto recuperare il gap infrastrutturale Nord-Sud. Poco più di dieci anni fa per raggiungere Milano da Roma si impiegavano sei ore, ora se ne impiegano meno di quattro; sempre dieci anni fa per raggiungere Reggio Calabria dalla Capitale si impiegavano poco più di sei ore oggi con i treni veloci si impiega quasi lo stesso tempo. Non parliamo dei treni regionali, della viabilità disastrata, degli aeroporti insufficienti. Certo, qualcosa si sta muovendo, e mi riferisco in particolare all’alta capacità Napoli-Bari in fase di realizzazione e al raddoppio di una parte della Telesina che completa collegherà l’A1 da Caianello all’A14 a Foggia, ma sono ancora tante le opere da realizzare materiali e immateriali per attrarre gli investitori. Perché sia chiaro: un imprenditore del Nord o che viene da fuori Italia che sceglie il Mezzogiorno per la sua attività non chiede solo infrastrutture idonee ma tecnologie al passo con i tempi, ambiente idoneo e sicurezza. Queste sono le direttrici sulle quali bisogna muoversi, assieme ovviamente alle disponibilità finanziarie, per attrarre nuovi investitori nel Mezzogiorno.
Quali sono le principali criticità del Mezzogiorno?
Le ripeto: infrastrutture con un sistema di mobilità e logistico adeguato, implementazione del sistema bancario, tecnologie adeguate, maggiore sicurezza, risorse utili per gli investitori. Con un Piano adeguato il Mezzogiorno può ripartire e trainare l’intero Paese. Perché sia chiaro a tutti: non esiste Italia senza Sud.
Grazie
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