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Russiagate UK: il ripetersi di una vecchia narrazione

Russiagate UK il ripetersi di una vecchia narrazione

Riproponiamo qui un riassunto in italiano di Ci sono state interferenze russe nel referendum sulla Brexit? 
(Did Russia Interfere With the EU Referendum?), video intervista del 24 luglio a Leni Remedios, ospite della trasmissione di MRTV Updtates from London. Emanuele Barrasso di MRTV ne ha discusso con Leni, indagando a fondo chi siano gli autori del rapporto, definito “indipendente”, e domandandosi quali siano i reali obiettivi dell’intera operazione. Nel testo sono presenti alcune informazioni aggiuntive non presenti nel video, nonché link di approfondimento. In calce il link con l’intervista nella sua interezza, in lingua inglese. Ringraziamo gli amici di MRTV per l’opportunità.

 
POSTILLA – In seguito all’intervista, nel mese di agosto, abbiamo appreso del malore di Alexei Navalny, membro dell’opposizione russa, poi ricoverato a Berlino. Ne accenniamo perché alla vicenda sono succedute accuse di avvelenamento nei confronti della presidenza russa, utilizzando termini affini a quelli che abbiamo esaminato in quest’intervento. Steffen Seibert,portavoce della Cancelliera Angela Merkel,riferendosi all’avvelenamento ha utilizzato un’espressione che nei media anglofoni è stata tradotta come “fairly likely”, “piuttosto probabile”. Per chi volesse controllare le parole di Seibert ecco il link originale in tedesco dal Deutsche Welle.
In data 2 settembre le accuse da parte delle autorità tedesche sono diventate ufficiali: avvelenamento tramite Novichok, la stessa sostanza mortale apparentemente coinvolta nel caso Skripal a Salisbury, a cui accenniamo nell’intervista .
“L’atteso rapporto sulle interferenze russe in Gran Bretagna, redatto dalla Commissione parlamentare sull’Intelligence e sulla Sicurezza, è stato finalmente reso pubblico martedì 21 luglio. L’accusa principale, largamente anticipata dai media, è che il governo britannico abbia “malamente sottostimato” tali interferenze, relative in particolare al referendum del 2016 sulla Brexit, ma non solo. Insomma, non avrebbe “fatto abbastanza”. E finalmente ecco il documento. Contiene le attese prove sulle suddette interferenze? La risposta, come osservano diversi analisti anche nei media mainstream, è che le prove tanto attese non ci sono. Le autorità russe hanno dismesso la faccenda come ennesimo episodio di “russofobia”.
La mia tesi, che cercherò di discutere qui, è che non si tratti tanto di fornire prove, quanto di reiterare una narrazione.Una narrazione che è stata data in pasto ai media ed al pubblico negli ultimi anni. Sosterrò la mia tesi analizzando vari aspetti: il linguaggio utilizzato, gli autori del testo – che sono gli stessi identici attori (o entità) dietro ad altre vicende analoghe del passato – ed infine l’efficacia di queste strategie in relazione all’obiettivo o agli obiettivi.
Fra l’avere le prove e il non averle, sussiste anche una terza possibilità: non ci sono prove perché non c’è nulla da provare. Come afferma il giornalista americano Aaron Maté: “È come dire: se non riesci a dimostrare che Babbo Natale esiste, è perché non ci hai provato abbastanza.”
Ma vediamo con ordine alcuni aspetti del rapporto, disponibile nella sua interezza su internet, poi ognuno trarrà le proprie conclusioni.
Il linguaggio pittoresco e la ripetizione di vecchi schemi
Il rapporto si apre in una maniera quantomeno inusuale, che potremmo definire “pittoresca”. Espressioni colorite che vengono poi riprese nel corso del documento. I primi paragrafi dipingono la Russia come un paese “fondamentalmente nichilista”, da qui la sua natura di “minaccia” per l’Occidente. Inoltre, testuali parole, la Russia “si nutre apparentemente di paranoia e crede che istituzioni occidentali come la Nato e l’Ue abbiano verso di lei una postura molto più aggressiva di quanto sia realmente.” Teniamo ben presente queste parole per quando andremo ad analizzare chi sono gli autori del documento. Oltre a ricordare che, come viene facilmente riscontrato analizzando sia i media mainstream che le stesse fonti Nato, gli schieramenti di missili e di truppe e le esercitazioni militari Nato nei paesi confinanti con la Russia sono un dato di fatto innegabile. Per tornare al linguaggio, le parole chiave sono nichilismo, paranoia…oltre ad un clamoroso isolamento in ambito internazionale, leggiamo: “Un marchio nazionale povero e una mancanza, a livello globale, di paesi amici a lungo termine, sembra nutrire il suo enorme appetito per il rischio, forse sulla base del fatto che pensa di non avere nulla da perdere.” Naturalmente, quando viene scritto “senza paesi amici sullo scenario globale”, bisogna tenere presente il punto di vista di chi scrive, per cui gli alleati della Russia – che in realtà esistono, così come esiste l’Alleanza Atlantica o altre forme di accordo internazionale – non sono paesi credibili, perciò è come se non esistessero e la Russia si erge nel suo splendido isolamento distruttivo e nichilistico.
Una overture piuttosto speculativa e colorita per essere un rapporto d’intelligence da cui ci si aspetta delle prove sostanziali, più che licenze poetiche.
Ma andiamo avanti. Subito balza all’occhio un elemento: il documento, lungi dal focalizzarsi sul referendum del 2016, assomiglia più a una lista di eventi coinvolgenti la Russia negli ultimi anni,  dal caso Skripal ai diplomatici russi espulsi, al referendum sull’indipendenza scozzese, fino a scomodare anche il cadavere di Alexander Litvinenko, menzionato nelle primissime righe. Insomma mentre si aspetta di arrivare alle prove (che non arrivano) si viene intrattenuti da un elenco di casi riportati dalla stampa in tutti questi anni, a rinforzo dell’argomento che si vuole dimostrare (e che non viene dimostrato).
Ricorrenti sono espressioni come “crediamo che”, “sembra che” “c’è un alto livello di sicurezza” oltre a “è stato ampiamente riportato”, “Credibile copertura open source,” (in originale,“Credible open source reporting”)etc. Su questo mi avvalgo del contributo di Craig Murray, ex diplomatico britannico con una lunga esperienza in ambito d’intelligence e di materiale top-secret. Scrive Murray, “L’espressione ‘credibile copertura open source’ è un pezzo di gergo formale di valutazione d’intelligence. È molto importante che sappiate esattamente cosa significa. Non vuol dire materiale che viene dai servizi segreti o da intercettazioni. È bensì materiale che è già stato pubblicato, nei media o nel mondo accademico. Materiale che è disponibile a me e a te come ai servizi segreti.”
Nulla di che, quindi. Niente rivelazioni sconcertanti. Da quando in qua un rapporto che dovrebbe avvalersi del faticoso lavoro dei servizi segreti e che dovrebbe fare delle rivelazioni top secret si basa su notizie riportate alla luce del sole dai media ufficiali e disponibili a tutti?
Il linguaggio ambiguo, poi, è stato spesso utilizzato in numerosi rapporti relativi alla Russia o nel linguaggio ufficiale di alti funzionari. Ricordiamo per esempio il rapporto uscito sui casi di doping nelle Olimpiadi, da cui la Russia venne esclusa.
Anche lì le espressioni ricorrenti erano sull’onda del “Crediamo che…”, “Siamo fermamente convinti che…” quindi basate sulla probabilità o simili a – come potremmo chiamarla? – un’autocertificazione sulla fiducia, ben lontano da un’esposizione di prove sonanti. Come non ricordare poi l’espressione utilizzata da Theresa May in merito all’avvelenamento di Sergei Skripal e figlia a Salisbury?
Vi ricorderete forse l’espressione “altamente probabile” (“highly likely”) riferita alla responsabilità diretta di Mosca sull’accaduto.
Da qui – non da prove conclamate – derivò una catena di azioni politiche reali, come l’espulsione dei diplomatici russi da una serie di paesi. Una considerazione va fatta, al di là della Russia: va rilevato che, sul piano del diritto internazionale, il caso stabilì un pericoloso precedente spendibile in futuro con qualsiasi paese, ovvero sanzioni diplomatiche o di altro tipo in seguito a mere accuse non sostenute da prove.
La domanda è: perché usano questa tecnica? Ebbene, non possono dire esplicitamente “non abbiamo le prove, non siamo sicuri,” ma nemmeno lo escludono, quindi usano questo linguaggio furbescamente ambiguo in cui ammettono a mezza bocca di non avere prove ma sono in una posizione autoritaria sufficiente per persuadere il pubblico sulla fiducia (“Siamo convinti che, è il nostro pensiero che, etc”), al fine di tenere in piedi la narrazione e una conseguente linea di condotta diplomatico-strategica.
Chi si cela dietro al rapporto?
La Commissione di Sicurezza a cui è stato affidato il rapporto, definita “indipendente”, si è avvalsa fra le altre della consultazione di Chris Donnelly e di Christopher Steele. Scelgo solo questi due nomi, vediamo nell’esattezza chi sono. Capiremo che sono parte di una galassia di network ed organizzazioni.  Chris Donnelly è stato consigliere per ben quattro segretari Nato – oltre che consigliere per l’ex Primo Ministro Margaret Thatcher – nonché attualmente direttore del programma Integrity Initiative, progetto che fornisce materiale direttamente ai media, soprattutto in merito alla Russia, fra cui il caso Skripal, come ci conferma il già menzionato Craig Murray e diverse inchieste.
Integrity Initiative fa parte dell’Institute for Statecraft, organizzazione che lavora in stretta collaborazione con l’Atlantic Council, Think Tank, di nuovo, della Nato, con sede a Washington. Capite bene che qui ci troviamo di fronte ad un primo enorme conflitto d’interesse: vi ricordate le parole iniziali del rapporto? Qui troviamo membri di organizzazioni legate a doppio filo alla Nato che scrivono che la Russia è paranoica rispetto alla Nato. Il tutto in un rapporto “indipendente”, che per definizione dovrebbe essere al di sopra delle parti. Questo è un punto molto importante: qualsiasi sia la posizione di ognuno sulla Nato, sulla Russia e i suoi alleati, chiunque abbia a cuore onestà intellettuale, democrazia ed imparzialità nel giudizio riconoscerà facilmente la fallacia di questo corto circuito.  Ora, un anello in più. L’Atlantic Council e il Pentagono risultano essere i pianeti attorno ai quali ruotano tutti questi ed altri individui, organizzazioni e/o piattaforme, che orchestrarono altre operazioni in salsa russa, come quella ai danni dell’ ex leader laburista Jeremy Corbyn. Non è un caso che questa vicenda sia tornata alla ribalta pochissimi giorni fa, a ridosso della pubblicazione del rapporto .
Fra i protagonisti dell’orchestrazione troviamo Ben Nimmo, responsabile della compagnia Grafika, e Reddit, piattaforma digitale che all’epoca espose un documento, reso pubblico dai laburisti in campagna elettorale, che denunciava i negoziati segreti fra partito Conservatore di Boris Johnson e l’amministrazione Trump al fine di svendere pezzi del Sistema Nazionale Sanitario agli USA una volta che Johnson fosse andato al governo. Un fatto in sé gravissimo, che certo meritava di essere denunciato. Ma, ancora una volta, la missione di Reddit era spostare l’attenzione del pubblico verso il fatto che il documento arrivò nelle mani dei laburisti “grazie ai russi”. Non sorprenderà apprendere che la direttrice di Reddit, Jessica Ashooh, ricoprì in passato l’incarico di Direttore Strategico per il Medio Oriente per…l’Atlantic Council.
Coincidenze?  Lo stesso Ben Nimmo collabora con i laboratori digitali dell’Atlantic Council, con l’Agenzia di Difesa USA DARPA e la Minerva Initiative (Pentagono) e naturalmente…lavora come consulente per l’Integrative Initiative di Chris Donnelly. E qui il cerchio si chiude. Per le connessioni fra queste organizzazioni rimando all’ottimo lavoro investigativo dei giornalisti del Grayzone Project .
Per quanto riguarda Christopher Steele, è un nome che suonerà familiare a chi si è all’epoca interessato al Russiagate statunitense. Ex agente dei servizi segreti britannici MI6, fu lui a redarre il rapporto mirato ad inchiodare Donald Trump sul Russiagate (il famoso “damning report”). La sua compagnia, Orbis Business Intelligence, fu impiegata dalla Fusion GPS, compagnia privata a sua volta impiegata dai Democratici americani del DNC proprio per stilare un rapporto mirato ad inchiodare il Presidente in carica.
Secondo diverse fonti, Steele e la stessa Orbis risultano coinvolti anche nel caso Skripal: Pablo Miller, il supervisore di Skripal su cui il governo britannico impose il silenzio stampa (“D notice”) veniva proprio da Orbis.
Il Russiagate si è concluso con un nulla di fatto e lo stesso Mueller, a capo della commissione apposita, ha dovuto ammettere che non vi sono prove sufficienti; persino la compagnia Crowdstrike, che accusò la Russia di aver rubato le email del DNC nel 2016, ha dovuto ammettere che non ci sono prove .
Eppure tutto ciò ha lasciato un’impronta nella mente del pubblico e persino in quella degli operatori dell’informazione, compresi anche alcuni solitamente molto attenti, che sembrano non aver registrato tali ammissioni. Le “interferenze russe” sono diventate una cosa data per scontata, che non ha bisogno di prove. Ora, la ciliegina sulla torta: fra i maggiori finanziatori dell’Atlantic Council troviamo niente di meno che…il governo britannico, attrraverso il suo Ministero degli Esteri. È il secondo nella lista .
Ricapitolando: il governo britannico finanzia direttamente un organismo i cui membri poi stilano un rapporto che danneggia se stesso. È chiaro come il sole che Londra non ne uscirà nemmeno scalfita.
 
Chi sono i “nemici”?
Ma quindi quali sono i veri “nemici”? Quali sono i reali obiettivi? Vi sono più livelli di risposta a questa domanda. Dapprima quello geopolitico. La tattica di demonizzazione della Russia, prove o no, ha sinora funzionato molto bene. È chiaro che “colpire” la Russia vuol dire “colpirne” anche gli alleati più stretti. Checché ne dica il rapporto sul supposto isolamento internazionale della Russia, Mosca ha di certo i suoi alleati, sia sul piano strategico-militare che su quello economico. In primis, la Cina. A Pechino si aggiunge poi “l’asse sciita” mediorientale, che ruota attorno all’Iran, e poi il Venezuela ed altri paesi socialisti in centro e Sudamerica. Piaccia o no, ci troviamo infatti in un mondo “multipolare”, dove quella anglo-americana non è più l’unica sfera di dominio. Coincidenza riguardo Pechino: solo pochi giorni fa (14 luglio, ndr) Londra ha messo al bando la rete 5G di Huawei. L’accordo stipulato all’epoca fra governo britannico ed il colosso cinese, già dai primi negoziati segreti, aveva infatti scatenato le ire del 5 Eyes, rete internazionale d’intelligence comprendente USA, Canada, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda. Londra aveva continuato imperterrita, se non altro per gli imponenti investimenti già in corso. Ma poi, come si è visto, ha dovuto cedere, ed ordinato di smantellare col tempo le reti Huawei, operazione che costerà al paese – già provato dalla crisi dovuta al Covid – almeno 2 miliardi di sterline.
Poi c’è il piano dei “nemici politici interni”. Qui sono parzialmente d’accordo con l’analisi di Max Blumenthal, per cui ad essere colpiti sono essenzialmente figure socialiste e/o anti-imperialiste. Come abbiamo visto, le stesse argomentazioni sono state usate contro i laburisti di Jeremy Corbyn, e poi contro Bernie Sanders e Tulsi Gabbard in America, accusati entrambi di essere dei “Russian bots” e, cosa interessante, Donald Trump, il caso più clamoroso, oltre che lo stesso governo conservatore britannico qui coinvolto. Questo è un punto rilevante: come si evince, non importa tanto quale sia il partito o movimento politico di riferimento. Non appena una certa fetta dell’establishment decide che per qualche motivo una figura o un’operazione politica deve essere tolta di scena, ecco che parte la campagna di diffamazione. Il soggetto in questione viene discreditato, attaccato senza prove con l’aiuto di pezzi d’intelligence, think tank e piattaforme digitali particolarmente attive, rifacendosi sempre allo stesso stesso schema. E finché questo funziona, continueranno ad usarlo.Poi c’è il livello legislativo: si parla infatti di una nuova legge sullo spionaggio (“Espionage Bill”), con ancora più poteri dati all’intelligence per aumentare l’invasività con la scusa della caccia alle interferenze russe. Le immediate conseguenze, osservano in molti, sono la persecuzione dei whistleblowers e la soppressione di media che forniscono una contro-propaganda, russe o no. Si veda la solerzia con cui il nuovo leader laburista Keir Starmer – membro del gruppo europeo della Commissione Trilaterale, lo ricordiamo –  ha richiesto la sospensione della licenza dell’emittente Russia Today in Gran Bretagna.
Ed infine ci siamo noi, il pubblico: la missione continua è quella di martellare continuamente le menti al fine di avere il consenso per perpetrare determinate politiche. Del resto, esiste un vecchio concetto psicologico, usato ampiamente da diverse parti come arma di propaganda, denominato “effetto dell’illusione di verità”, per cui se ripeti con costanza una bugia o una mezza verità, essa verrà finalmente percepita come verità. Va tenuto a mente che il giornalismo non è la realtà, il giornalismo è una narrazione della realtà. Se di questa strategia si tratta, ebbene essa ha avuto successo, poiché nel tempo il pubblico ha assorbito la stessa narrazione con sfumature diverse ed è per questo che, molto furbescamente, il rapporto attuale, lungi dal limitarsi al referendum sulla Brexit e lungi dal fornire prove di alcun tipo, fa l’elenco delle “malefatte della Russia,” per ricordarle al pubblico in vista di operazioni future. Questo potrebbe essere il vero obiettivo ultimo di un rapporto scritto da funzionari filo-Nato pagati dal governo britannico.”
Qui l’intervista completa su MRTV
Leni Remedios
 

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