Giustizia. La manina ignota che ha affossato Palamara 

L’inchiesta di Perugia sull’ex pm radiato dalla magistratura esplose su alcune testate nel corso delle trattative per la scelta del procuratore di Roma. Ma il Csm non ha mai indagato sulla fuga di notizie. E adesso nel mirino c’è il renziano Cosimo Ferri 

Il procedimento disciplinare che ha portato alla radiazione dalla magistratura di Luca Palamara non ha individuato il mandante della sua defenestrazione. Un regista occulto che ha potuto utilizzare armi non convenzionali.

Del resto la Procura generale della Cassazione che ha condotto alla sbarra Palamara non ha spiegato in modo convincente come sia stato possibile intercettare due parlamentari in rapporti abituali con l’ indagato (come ammesso dagli stessi investigatori); inoltre il trojan che ha incastrato l’ ex toga è stato inoculato per un’ accusa di corruzione che si è sciolta come neve al sole di fronte ai primi riscontri. Senza la contestazione di una mazzetta da 40 mila euro e senza l’asserita «casualità» della captazione dei deputati nessuno avrebbe potuto decapitare Palamara per il dopocena dell’ hotel Champagne. 

CASUS BELLI 

Due fatti distinti, ma collegati, potrebbero aver mandato in fibrillazione l’ oscuro mandante. Il primo è la nomina del procuratore di Roma, a cui evidentemente il burattinaio o i burattinai erano particolarmente interessati, il secondo è l’ esposto che l’ ex pm romano Stefano Fava aveva deciso di presentare al Csm contro il suo ex capo Giuseppe Pignatone.  Una denuncia che metteva in discussione non solo il lavoro di Pignatone, ma anche quello dei suoi aggiunti. 

Nei giorni scorsi gli inquirenti del Palazzaccio hanno messo in fila tutti i comportamenti inopportuni che Palamara ha collezionato nella primavera del 2019, a partire dalla pessima idea di riunire allo stesso tavolo cinque consiglieri del Csm e due parlamentari del Pd, per discutere della nomina del nuovo capo della Procura capitolina. I deputati non erano due qualsiasi, ma Cosimo Ferri, già leader della corrente conservatrice di Magistratura indipendente, e Luca Lotti, in quel momento imputato a Roma nella vicenda Consip. L’ inedita alleanza tra Palamara e Ferri l’ estate precedente aveva portato il deputato renziano David Ermini sul soglio di vicepresidente del Csm. Ma se il puparo senza nome ha ingoiato suo malgrado la scelta di Ermini (la corrente progressista di Area sosteneva il professor Alberto Maria Benedetti), deve aver ritenuto colma la misura quando ha scoperto che era in corso un piano per portare nell’ ufficio più importante della Procura di Roma un magistrato considerato vicino a Ferri e al Giglio magico dell’ imputato Lotti. 

«DISEGNO INCONFESSABILE» 

Per l’ avvocato generale Piero Gaeta soltanto quella che lui definisce «la fortunata circostanza dell’ intercettazione» dei colloqui dello Champagne «ha impedito al dottor Palamara e gli altri partecipanti alla riunione di portare a compimento quel disegno occulto e inconfessabile che già si era materializzato in un voto di commissione». In effetti il 23 maggio 2019, i giochi sembrano fatti a favore di Viola, sostenuto anche dalla corrente di Piercamillo Davigo, Autonomia & indipendenza. 

Per i presunti congiurati l’ unico che potrebbe far saltare il piano è la candidatura del procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, associato alla corrente moderata di Mi come Viola, ma sostenuto da Area. Una scelta di difficile decifrazione e meritevole di un confronto con il Quirinale. 

Tanto che Lotti in un’ intercettazione arriva a dire: «Mattarella io sono andato e gli ho detto: “Presidente la situazione è questa” e gli ho rappresentato quello che voi mi avete detto più o meno, cioè Lo Voi».Resta da capire quale fosse «il disegno occulto e inconfessabile» citato dall’ avvocato generale Gaeta. Certo non può essere la semplice scelta di un candidato autorevole come Viola.  È evidente che per l’ accusa la nomina del Pg avrebbe dovuto garantire al parlamentare di salvarsi nel suo processo, magari per un’ improvvisa retromarcia della Procura in aula. Gaeta lo lascia intendere laddove specifica che «tre soggetti in quel momento del tutto estranei ad ogni funzione istituzionale proprio del Consiglio superiore (Palamara, Ferri e Lotti, ndr)» avrebbero «pianificato, pilotato e infine effettivamente promosso» la nomina del capo degli inquirenti capitolini per «differenti, ma convergenti cospicui interessi di natura personale tra cui erano preminenti quelli relativi ai procedimenti penali». 

L’AMBASCIATA «CORRIERE» 

Ma di tutto questo c’ è prova certa nell’ inchiesta perugina che ha innescato il caso Palamara? Non ci risulta. Esiste solo il fumus del sospetto. E soprattutto non emerge da nessuna parte che Viola fosse informato del summit dello Champagne o di altri incontri propedeutici alla sua nomina.  Non ci sono telefonate, non ci sono messaggi via chat, non ci sono riunioni notturne con i convitati dell’ hotel romano. 

Palamara, in queste ore, ha annunciato ad alcuni colleghi di volere fare «un’ operazione di verità». Non accetta di essere radiato per aver stipulato un patto con Mi e con Ferri, un accordo identico alle decine che aveva siglato con Area negli anni precedenti. Ed è pronto ad approfondire il tema del sostegno delle toghe progressiste a Lo Voi. Ricordiamo che quest’ ultimo era già stato protagonista di una controversa promozione a procuratore di Palermo con l’ appoggio di Pignatone, una vicenda ben nota a Palamara e citata nelle carte di Perugia. Il magistrato espulso ha un ulteriore obiettivo: scoprire chi abbia imbeccato i giornali. Infatti la candidatura di Viola non è saltata solo per l’ intervento della Procura umbra, che ha trasmesso quasi in tempo reale le intercettazioni del trojan al Csm, ma anche perché le carte segrete dell’ inchiesta sono state consegnate nella buca delle lettere del Corriere della sera e della Repubblica.  E, a giudizio di Palamara, è stato proprio un giornalista, il 7 maggio del 2019, a portargli l’ ambasciata con la dichiarazione di guerra dei suoi ex compagni di maggioranza al Csm e all’ Anm, le toghe di sinistra.

Cosimo Ferri

Quel giorno l’ inviato Giovanni Bianconi dice al pm radiato: «C’ è il timore di una parte dell’ ufficio non perché Viola è colluso, è pure una brava persona penso, per quel poco che lo conosco; il problema che non è forte e non è in grado di fare il capo per una parte dell’ ufficio». Palamara sa che i suoi colleghi di Area considerano Viola «uomo di Ferri» e mentre ascolta Bianconi, gli sembra di risentire i loro commenti. E non lo nasconde: «Ci andrei piano con queste parole, se ci iniziamo a tirare gli schizzi l’ uno con l’ altro». L’ ex presidente dell’ Anm fa capire di conoscere il retropensiero delle fonti del suo interlocutore: «Viola nell’ immaginario collettivo è figlio del patto occulto con Ferri». 

Quindi domanda perché l’ attenzione si stia concentrando su di lui e il giornalista risponde: «Perché fai parte del pacchetto Ermini e sei temuto per questo». Ecco ammesso il casus belli.   

PROSSIMI BERSAGLI 

A quel punto una manina, a partire da fine maggio 2019, guida le fughe di notizie sul Corriere e sulla Repubblica, che diventano le avanguardie della restaurazione. Sui giornali escono notizie frammentarie e spesso manipolate, ma che sortiscono il risultato ricercato. Sul petto di Palamara viene appuntata la lettera scarlatta, quella degli adulteri, dei traditori.  Adesso chi ha distrutto la carriera dell’ ex pm, non soddisfatto ha messo all’ indice i prossimi obiettivi, ha stilato la lista di proscrizione dei nuovi nemici da annientare. Ieri La Repubblica avvertiva che il Csm e il Parlamento hanno l’ ultima occasione per dimostrare di aver compreso la lezione. E come possono farlo? 

«Cominciando, per dire, ad assumere decisioni trasparenti e celeri proprio su ciò che è ancora sub iudice nel caso Palamara» ha scritto il vicedirettore Carlo Bonini. «Il 23 ottobre, di fronte alla sezione disciplinare, saranno infatti altri cinque magistrati che a Palamara facevano da corona.  Soprattutto, in ottobre, la Camera dovrà decidere se concedere celermente l’ autorizzazione a procedere per il vero Kaiser Soze del correntismo della magistratura italiana.  L’ immarcescibile Cosimo Ferri, magistrato e oggi deputato di Italia viva».

Il giornalista è lo stesso che aveva dato battaglia contro i carabinieri del Noe per far passare l’ idea che l’ indagine Consip fosse una sorta di complotto contro Matteo Renzi e suo padre Tiziano. All’ epoca Pignatone, Palamara, la famiglia Renzi e La Repubblica erano tutti dalla stessa parte della barricata. I pm capitolini chiesero l’ archiviazione di babbo Renzi per ben due volte. Poi è cambiato il vento. Il gip Gaspare Sturzo ha stracciato le richieste di proscioglimento e ha ordinato nuove investigazioni. Adesso Renzi senior, raggiunto da un avviso di chiusura delle indagini, rischia seriamente il processo. 

DE BENEDETTI 

Sturzo aveva dovuto correggere la Procura anche nella vicenda del broker dell’ allora editore della Repubblica, Carlo De Benedetti, il quale, nonostante avesse ricevuto notizie sensibili dall’ amico Renzi, allora premier, non è mai stato iscritto sul registro degli indagati dalla Procura di Roma per l’ utilizzo di quelle informazioni privilegiate a livello borsistico (che hanno consentito un guadagno di 600  euro in poche ore). 

Nel frattempo De Benedetti ha lasciato la guida del gruppo Gedi e il mirino di Repubblica e dei suoi mandanti si è spostato. Non è più puntato sul Noe, ma su Ferri e sui cinque ex consiglieri del Csm presenti allo Champagne. Eliminati loro, forse, chi ha imbeccato i giornali un anno fa con notizie riservatissime considererà la missione compiuta e troverà pace. 

[estratto de La Verità ed. odierna]

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