Il caso Palamara e quell’inchiesta distrutta per bloccare una nomina

Palamara era accusato di corruzione: perciò poterono mettere il trojan nel suo cellulare. Appena si scoprì che Viola stava per diventare procuratore di Roma, iniziarono le fughe di notizie. Sulle quali nessuno indaga.

Luca Palamara non è stato radiato per la presunta corruzione che gli viene contestata a Perugia, ma perché avrebbe tentato, in un moto di superbia, di decidere il nome del procuratore di Roma.
Nel maggio 2019 gli inquirenti umbri stanno indagando per una presunta mazzetta da 40 mila euro. Le intercettazioni dell’hotel Champagne, di cui i pm hanno chiesto le proroghe, servono a dimostrare che il magistrato rimosso è in grado di decidere le carriere dei colleghi anche quando non è più al Csm, corroborando l’ ipotesi dell’ accusa e cioè che avesse intascato denaro per far assegnare al pubblico ministero Giancarlo Longo il posto di procuratore di Gela. Longo rivela ai magistrati che a raccontargli della presunta tangente è stato l’avvocato Giuseppe Calafiore che avrebbe fatto da mediatore e avrebbe sponsorizzato il suo nome. Nell’ estate 2018, però, Calafiore smentisce tutto. E a Perugia non trovano nessun’altra prova di quella corruzione. Eppure diversi mesi dopo, il racconto de relato di Longo, smentito da Calafiore, viene tirato fuori dalla naftalina per giustificare l’ inserimento di un virus spia nel cellulare di Palamara.

Giancarlo Longo

Gli investigatori non riescono a «infettare» gli smartphone dei presunti corruttori, ma solo quello dell’ ipotetico corrotto. La saletta d’ ascolto non è a Perugia, ma a Roma, e a gestire le registrazioni non sono gli investigatori di Perugia, ma quelli di Roma, comandati da un colonnello che il procuratore, sempre di Roma, Giuseppe Pignatone, ha avuto alle sue dipendenze a Palermo, portandolo con sé anche a Reggio Calabria e nella capitale. Le intercettazioni eseguite con il trojan dimostrano che Palamara, il quale nel 2018 ha lasciato il Csm, è ancora in grado di influire sulle nomine che contano dentro alla magistratura. A partire dalla poltrona di procuratore della capitale. La microspia svela anche che Palamara starebbe tramando per far accelerare l’ iter dell’ esposto del pm Stefano Fava contro il suo capo Pignatone. La corruzione anche in questo caso non c’entra niente, ma c’entra la Procura di Roma.

Le captazioni proseguono ed evidenziano che a sedere al tavolo delle trattative per il nuovo capo degli inquirenti di piazzale Clodio c’ è un parlamentare, Luca Lotti, che è stato mandato a giudizio proprio da Pignatone e da uno dei suoi più stretti collaboratori, l’ aggiunto Paolo Ielo. In teoria gli investigatori non potrebbero intercettarlo, ma dopo averlo fatto sostengono di essersene accorti solo al momento del riascolto delle bobine. Peccato che Palamara, da mesi, sia un frequentatore sia di Lotti che di Cosimo Ferri, magistrato e parlamentare renziano, e che già 24 ore prima dell’appuntamento dello Champagne, la sera del 7 maggio 2019, dica al consigliere del Csm Luigi Spina: «Domani sera l’unico problema che abbiamo io e Cosimo è che vuole veni’ pure Luca (…) se vieni tu a me che viene Luca non me ne frega un cazzo (…) perché Cosimo l’ unico problema che si poneva era di venì con Luca forse pure per Lepre [altro consigliere del Csm presente allo Champagne, ndr]». I segugi del Gico il 7 maggio sentono citare da Palamara «Luca» e «Cosimo» (un nome certamente non comune), ma asseriscono che per loro la presenza dei due parlamentari è casuale.

Marcello Viola

Il 23 maggio la commissione del Csm che seleziona i candidati per i posti direttivi incorona come procuratore in pectore della capitale Marcello Viola, il procuratore generale di Firenze, considerato vicino a Ferri e al Giglio magico. Palamara e Ferri sono considerati i due maggiori collettori di preferenze del mondo delle toghe. Per anni hanno combattuto su fronti opposti, ma da qualche mese hanno stretto una clamorosa alleanza. Insieme sono imbattibili e possono decidere le nomine di tutte le procure d’Italia. Di fronte a questa concreta evenienza, c’è chi, evidentemente, deve aver ritenuto che la questione della corruzione potesse passare in secondo piano rispetto all’ urgenza di disarticolare quel micidiale sodalizio. In quel momento, gli inquirenti stanno ascoltando Palamara per dimostrare la sua corruzione. E pensano che la trattativa per la nomina del Procuratore di Roma possa diventare una pistola fumante. Altrimenti non avrebbero nemmeno acceso il trojan. I magistrati sono intenzionati a capire se anche dietro a quella vicenda ci sia un patto scellerato. Ma per scoprirlo dovrebbero rimanere in attesa della nomina di Viola e delle successive mosse di Palamara per farsi promuovere procuratore aggiunto e smascherare i suoi addentellati dentro al Csm. E dovrebbero studiare le azioni di Lotti: davvero il deputato ha partecipato alla riunione dello Champagne per trovare una sponda in Procura in attesa dell’ inizio del processo Consip?

Per scoprirlo basterebbe avere la pazienza di aspettare e di verificare la strategia in aula degli inquirenti. Ma qualcuno ha fretta e non si cura minimamente di far quagliare un’ inchiesta per corruzione che oggi si è completamente spappolata, come ha ammesso con noi il pm perugino Mario Formisano. Ecco spiegate le maldestre fughe di notizie sulla «corruzione al Csm» (che non c’è) che hanno costretto i sostituti procuratori a ordinare un’immediata perquisizione a Palamara e a inviare le carte al parlamentino dei giudici rendendo inevitabile un’ulteriore propalazione delle notizie e il definitivo disvelamento dell’ inchiesta. Le intercettazioni vengono vanificate a 20 giorni dalla loro attivazione, mentre in inchieste come questa portano risultati dopo mesi di ascolto.
Non ci risulta che le indagini abbiano portato a individuare gli autori di questi reati: uno o più soggetti ancora senza nome che hanno ritenuto prioritario far saltare la nomina di Viola, a scapito del fascicolo per corruzione. E sulla scena è rimasto solo il simulacro di un ipotetico traffico di influenze, fattispecie per cui non sono previste le intercettazioni. Ma chi ha deciso di mandare a monte l’ accordo con le spifferate ai cronisti?  Chi si è preso la responsabilità di mandare all’ aria l’ indagine per corruzione, come è effettivamente accaduto? Questo lo ignoriamo, mentre siamo abbastanza certi che la scena del crimine sia la capitale. Qui lavoravano gli investigatori che hanno realizzato le captazioni e qui operano i giornalisti che hanno ricevuto le veline sul delicatissimo fascicolo. E a Roma ha sede anche il Csm, dove a metà del maggio 2019 era giunta da Perugia la prima informativa sul caso Palamara.

Quest’ultimo, sempre nella Città eterna, aveva fatto da paciere tra il procuratore di Perugia Luigi de Ficchy e l’ omologo capitolino, dopo che nel 2012, a causa della mancata nomina di de Ficchy a vice di Pignatone, i rapporti tra i due erano diventati tesi come quelli tra Usa e Urss ai tempi della Guerra fredda. Alla fine, però, nel gioco di equilibri tra le due Procure, è rimasto stritolato il negoziatore. Forse per colpa della sua decisione di spostare l’ asse del Csm da sinistra a destra.

(di Giacomo Amadori, estratto de La Verità 12.10.20)

One thought on “Il caso Palamara e quell’inchiesta distrutta per bloccare una nomina

Rispondi

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi