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Esteri

Biden jr: interferenze in Ucraina e Cina, il silenzio dei media

L’approfondimento
In vista delle presidenziali americane imminenti, ci soffermiamo in maniera più approfondita su un tema poco sondato dai media mainstream e persino censurato dai colossi dei social media come Facebook e Twitter, ovvero il recente scandalo che ha visto protagonista Hunter Biden -che chiameremo alternativamente Biden Jr – figlio del candidato presidenziale democratico Joe Biden.
Ne viene fuori un quadretto che va ben oltre il caso di corruzione individuale, e che si allarga a flirt perniciosi fra pezzi dell’establishment occidentale cosiddetto democratico con le frange più estreme della destra, per poi allargarsi ulteriormente ai fragili scenari geopolitici in corso.
Del coinvolgimento di Biden Jr negli affari energetici dell’Ucraina si sapeva già da tempo, o almeno ne sapevano quelli che seguono tali vicende.
Come pure del supporto diretto dell’amministrazione Obama (in cui Joe Biden era vice presidente) ai golpisti di Maidan.
Ora però, grazie a del materiale ritrovato in tre portatili – e riportato dal New York Post il 14 ottobre – apprendiamo altri dettagli scottanti.
Una serie di email rivela innanzitutto che per il suo impegno nel consiglio di amministrazione del gigante Burisma, Biden Jr riceveva la “modesta” cifra di 50.000 dollari al mese.
Ma il salario di Biden Jr è un aspetto secondario. Sebbene,  anche se avesse ipoteticamente ricevuto zero centesimi, si tratta sempre del membro di una delle più potenti famiglie americane con un piede nel mercato energetico del delicato suolo ucraino, a ridosso del confine con la Russia ed in mezzo ad una guerra civile dai risvolti ancora in corso, in cui la precedente amministrazione Obama ha responsabilità enormi.
Va rispolverata la famigerata ammissione del padre Joe (esternata con totale sicumera nel 2018 durante una conferenza stampa presso il Council on Foreign Relations), secondo cui egli stesso fece pressione presso le autorità ucraine per fermare un’inchiesta criminale sul figlio ed altri membri di Burisma, nonché sbarazzarsi del procuratore generale Viktor Shokin, a capo dell’inchiesta, pena lo stop ad un mega prestito di 1 miliardo di dollari, “Ebbene, quel figlio di puttana è stato licenziato,” dichiarò Biden.
Se ricordate bene, fu il dettaglio omesso dalla maggior parte della stampa mainstream all’epoca della “famosa” telefonata di Trump al neopresidente Zelenski, vicenda conosciuta come Ukrainagate.
Un dettaglio  che però noi riportammo fedelmente  in questa sede ed in Andromeda News.
Ecco, ora facciamo un passettino indietro.  Quel vero e proprio ricatto arrivò otto mesi dopo, in seguito ad un certo scambio di email.
Affari e panni sporchi in Ucraina
Secondo la ricostruzione del giornale newyorkese, infatti, Hunter Biden introdusse all’epoca il padre Joe ai vertici della stessa compagnia, nella persona di Vadym Pozharskyi, il numero 3 del colosso energetico. Biden Jr viene ringraziato per la sua “influenza” politica.
“Caro Hunter, grazie per avermi invitato ed avermi dato l’opportunità d’incontrare tuo padre e di passare del tempo insieme.” Parole che van legate ad un’email precedente, del maggio 2014, in cui lo stesso Pozharskyi chiedeva a Biden Jr consigli sul come potesse usare la sua  “influenza per conto della compagnia.”
Un’influenza che si concretizzò a tutti gli effetti nel ricatto di cui abbiamo parlato prima.
Un altro aspetto intrigante – lo potete leggere nell’email pubblicata – è il problema specifico rispetto al quale Pozharsky chiede aiuto: i tentativi di estorsione da parte di esponenti del partito di destra Svoboda e di ministri del governo legati a quel partito.
Essi avrebbero minacciato uno stop alla produzione di gas e/o la distruzione degli impianti in caso di mancato pagamento di mazzette in contanti. In seguito ai mancati pagamenti, l’amministrazione ucraina passò all’attacco con tassazioni massicce, “Così uccideranno il settore private della produzione del gas,” si lamentava Pozharski con Biden Jr, aggiungendo che ne avrebbe parlato con l’ambasciata USA e con Amos Hochstein, inviato speciale per gli Affari Energetici all’estero del Dipartimento di Stato americano.
È importante tenere presente che il partito Svoboda, che fra i suoi eroi nazionali contempla il collaboratore di Hitler in Ucraina Stepan Bandera,  fu proprio uno dei partiti sostenuti dall’amministrazione Obama nel colpo di stato del 2014
Insomma, gli ex amici di destra che però per i Democratici obamiani furono preziosissimi in un’ottica anti-russa ed anti repubbliche separatiste filo-russe (un po’ come la funzione anti-sovietica dei talebani in Afghanistan). Ecco che “l’influenza” di Hunter e la manina di padre Joe può risultare utile nel lavare i panni sporchi dell’intricata famiglia politica democratica in salsa neo-nazi.
Non solo Ucraina
La vicenda delle email, seguita poi da Fox News e pochi altri, vede anche il coinvolgimento di Biden figlio nella compagnia energetica cinese CEFC, ora in bancarotta.
L’email, datata 13 maggio 2017, accenna alla discussione di “un pacchetto remunerativo,” calcolabile in 10 milioni di dollari all’anno per tre anni “solo come introduzione”.
A ciò si aggiunga un affare “ancora più interessante per me e per la mia famiglia”, commenta lo stesso Hunter. Biden Jr avrebbe condiviso gli introiti della compagnia al 50% con un personaggio lasciato nell’anonimità, e definito semplicemente “chairman” (presidente del C.d.A.). Hunter era in carico di amministrare quel 50% per l’intera famiglia Biden, dove il padre viene presumibilmente identificato con l’appellativo “big guy”. La quota per “big guy” sarebbe stata del 10%.
Uno scambio di sms fra Hunter Biden e la figlia potrebbe suggerire che sulla gestione di quei fondi ci fosse un conflitto in corso fra Joe e Hunter. Se confermato, ciò significa che Biden Senior teneva (e tiene?) il figlio sotto ricatto.
Dello stesso network faceva parte un funzionario di Hong Kong, Chi Ping Patrick Ho, che stava per coinvolgere Biden Jr in un’ennesima attività di consulenza molto remunerativa. Jo venne però braccato prima per corruzione nel settore petrolifero in Africa, per cui scontò 3 anni di prigione.
Il tutto comunque potrebbe aprire a un ventaglio di considerazioni sul legame fra i democratici Biden – e l’establishment che rappresentano – e le aziende private in Cina, stato che, almeno a parole, dovrebbe essere il nemico numero 1.
Il computer e l’FBI
Ma ricostruiamo i fatti, così come ce li rivela il New York Post.
Da dove emergono questi materiali? Chi li ha divulgati? E come mai l’FBI ne è entrata in possesso solo parzialmente?
Il computer era uno dei tre in riparazione presso una ditta nel Delaware, dove vive Hunter Biden, nell’aprile del 2019.
La riparazione non fu mai pagata ed il cliente, ripetutamente contattato dal titolare della ditta, non ricomparve mai per ritirare il dispositivo, che era accompagnato anche da un hard disk esterno.
Nel materiale, emerge anche un video di 12 minuti in cui si vede Hunter Biden consumare crack (lui stesso ha ammesso pubblicamente di esserne dipendente) nonché contenuti sessualmente espliciti.
Lo stesso titolare, che invero ha rilasciato dichiarazioni contrastanti, non è in grado di identificare pienamente il possessore del dispositivo con il figlio del candidato presidenziale. Tuttavia, il computer aveva appiccicato un adesivo della Fondazione Beau Biden, quest’ultimo fratello di Hunter e procuratore generale, e sempre il negoziante, spaventato da eventuali ripercussioni, contattò lui stesso gli agenti federali.
L’FBI s’impossessò di computer ed hard disk nel dicembre del 2019 e mandò al negoziante un mandato di comparizione come testimone. Ma di portatili ce n’erano altri due. Eppure l’FBI si rifiutò di ritirarli.
Il titolare della ditta, non sapendo che farsene e preoccupato per la propria incolumità, pensò bene di consegnare il tutto nelle mani dell’avvocato di Rudy Giuliani, ex sindaco di New York e consigliere di Trump, assieme ad una copia dei materiali di computer e hard disk in mano all’FBI.
Steve Bannon, ex consigliere di Trump, aveva già avvisato il New York Post sull’esistenza dei materiali in settembre. E mentre il legale di Hunter Biden, George R. Mesires, non commenta sulla faccenda, lo stesso non si risparmia nell’attaccare Giuliani, naturalmente con l’accusa di “legami con l’intelligence russa,” mantra utilizzato anche dal democratico Adam Schiff, a capo della Commissione d’Intelligence della Camera.
Secondo Politico, che cita l’uomo d’affari americano di origine ucraina Lev Parnas, il materiale esplosivo relativo ai tre portatili sarebbe stato in mano a Giuliani già da maggio e il titolare della ditta riparatrice – un supporter di Trump – avrebbe dato resoconti discordanti su chi lo avrebbe ricevuto per primo, se Giuliani o l’FBI.
Intanto, il Direttore dell’FBI Christopher Wray è stato accusato di nascondere i fatti al pubblico.
Recita una lettera dei repubblicani della Camera dei Rappresentanti inviata allo stesso Wray, “Se l’FBI era, di fatto, in possesso di queste prove e non ha allertato la Casa Bianca della loro esistenza, questo darebbe ancora più sostanza alla difesa legale del presidente (nel contrastare le accuse relative all’Ucrainagate, ndr), è stato un colossale errore di giudizio ed una severa violazione della fiducia.”
Il presidente Trump ha riferito di stare considerando il licenziamento di Wray – assieme ad altre cariche chiave – ma la comunità degli agenti è di recente insorta in sua difesa, affermando, riporta USA Today, che la rimozione anticipata di Wray, subito dopo le elezioni,  potrebbe “minare la stabilità dell’agenzia durante questi tempi difficili e minare lo scopo principale di preservare la sicurezza del paese”.
Il silenzio dei media
A prescindere da chi se ne sia impossessato per primo, rimane l’esplosività del materiale, che sembra non aver solleticato la curiosità dei media mainstream, solitamente così solerti nel riportare scandali.
A sottolinearlo è il giornalista investigativo Glenn Greenwald, di certo non un fan repubblicano e noto per aver portato alla luce il caso Snowden. “C’è anche solo un giornalista che abbia la faccia tosta di credere che queste email siano fabbricate o fraudolente?” si chiede in un tweet, “le email a mio avviso non sono un grande scandalo, rientrano nei noti standard di squallore e corruzione.
Per me, il grande scandalo è il lampante cono di silenzio – una proibizione – eretta dai ‘giornalisti’ al fine di difendere Biden.”
Greenwald rincara la dose affermando che dai Biden non è arrivata nessuna smentita.
Certamente colpisce il tempismo dell’intera operazione, a ridosso delle elezioni presidenziali, per quanto i colpi bassi non siano mai stati risparmiati da entrambi i candidati.
Da un lato, i continui tentativi di impeachment e relativi scandali verso Trump, dall’altro i vari Obamagate e i Bidengate.
Ne vedremo, forse, gli sviluppi dopo il 3 di novembre.
 

Leni Remedios

 
 
 
 
 
 
 
 

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