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Papa Francesco salverà il mondo assieme ai “capitalisti inclusivi”

Papa Francesco salverà il mondo assieme ai capitalisti inclusivi

L’8 dicembre, il Consiglio per un Capitalismo Inclusivo ha annunciato una nuova collaborazione tra il Vaticano e i leader aziendali mondiali con l’obiettivo di costruire un sistema economico più inclusivo o, per dirla con le parole di papa Francesco, “un sistema economico giusto, affidabile, in grado di rispondere alle sfide più radicali che l’umanità e il pianeta si trovano ad affrontare”.
Se fossimo ingenui ci limiteremmo a dire che papa Francesco crede nei miracoli.

Come biasimarlo, visto il suo ruolo. La realtà, però, è un’altra.

Nel corso dei secoli, la Chiesa si è fatta spesso portavoce delle battaglie delle forze reazionarie contro le forze rivoluzionarie: se in passato fu alleata della monarchia feudale contro il capitalismo emergente, oggi, invece, entra in partnership con i rappresentanti di un capitalismo deformatosi sotto il peso delle sue contraddizioni interne contro il diffondersi di sentimenti socialisti.

Chi meglio dei capitalisti poteva raccogliere la sfida del Papa per trasformarla in realtà?

Il Consiglio per un Capitalismo Inclusivo comprende aziende con assets under management (AUM) per un valore superiore a 10mila miliardi di dollari e 200 milioni di dipendenti in oltre 163 Stati diversi.

Stiamo parlando di giganti come MasterCard, Allianz, Salesforce, DuPont, EY, BP, Merck, Johnson & Johnson, Visa, Bank of America, la Rockefeller Foundation e la Ford Foundation, e altri. Stiamo parlando di gente che apre i suoi video con l’affermazione “Il capitalismo ha fatto uscire dalla povertà miliardi di persone”. E allora che ci sta a fare questo Consiglio?
Ma che cos’è il capitalismo?
“Nell’accezione comune”, si legge nell’Enciclopedia Treccani, per capitalismo si intende un “sistema economico in cui il capitale è di proprietà privata”.
Si tratta di una definizione volutamente incompleta, poiché omette di includere un aspetto fondamentale del modo di produzione capitalistico. Una definizione più ampia di “capitalismo” lo descrive come una “formazione socioeconomica basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sullo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale”.

Lo scopo della produzione capitalistica è “l’appropriazione del plusvalore creato dal lavoro dei lavoratori salariati”. 
Facciamo un esempio concreto: la Whirlpool che se ne va da Napoli per trasferirsi in Polonia, dove “il costo della manodopera è decisamente inferiore all’Italia”, ha trovato un modo migliore per appropriarsi del plusvalore generato dal lavoro salariato.

Dipendenti o dividendi?

“Ci saranno momenti in cui l’azienda si troverà in difficoltà, costretta a scegliere tra il licenziamento dei dipendenti o la distribuzione dei dividendi. In che modo i leader aziendali sono chiamati ad affrontare questo tipo di problemi?”.

Questa, in linea di massima, la domanda che è stata posta pochi giorni fa alla fondatrice del Consiglio per un Capitalismo Inclusivo, Lynn Forester de Rothschild, dal presentatore del programma della CNBC “Squawk Box”.

Messa alle strette, Lady de Rothschild se n’è uscita con una risposta poco chiara. Oppure chiarissima, per chi sa leggere tra le righe: ha affermato che le imprese dovrebbero “mettere i profitti al servizio delle persone e del pianeta, ma senza portare via i profitti”, infatti “il Santo Padre non si è espresso contro la creazione della ricchezza”.

Ebbene, chi crea la ricchezza?

Lo abbiamo visto poco fa: sono i lavoratori a creare la ricchezza. Impossibile negare la realtà proprio ora, durante la crisi che stiamo vivendo: le idee geniali dei leader aziendali, da sole, non creano proprio un bel niente. Se i lavoratori incrociano le braccia, o se non possono lavorare a causa dei provvedimenti anti-Covid, hai voglia a partorire idee. Il fatturato record di Amazon non è merito di Jeff Bezos: è forse lui a inscatolare i vostri ordini e a portarveli a casa sul furgoncino? Se togliessimo dall’equazione Bezos, Amazon continuerebbe a esistere e a creare ricchezza senza il benché minimo problema, ma se l’azienda venisse privata del suo esercito di dipendenti e fattorini chiuderebbe domani.
Il progetto del Consiglio per un Capitalismo Inclusivo consiste quindi nel proseguire la spremitura dei lavoratori al fine di generare ricchezza. Il passo successivo, tuttavia, introduce una novità, ovvero la redistribuzione di questa ricchezza. Dunque possiamo riassumere così: i capitalisti dal volto umano, sfruttando il lavoro salariato, creeranno i mezzi per assistere coloro che il capitalismo stesso ha ridotto in povertà, ossia i lavoratori salariati e le loro famiglie. Un piano brillante, non c’è che dire.
Presumibilmente la procedura per la redistribuzione della ricchezza passerà attraverso le loro stesse fondazioni e aziende, le quali avranno il compito di salvare l’umanità a modo loro, come soltanto loro sanno fare.
Un metodo più rapido ed efficace per ottenere lo stesso risultato (anzi, un risultato migliore, probabilmente) potrebbe essere quello di permettere ai lavoratori (e quando parliamo di lavoratori ci riferiamo in senso più ampio a tutti i cittadini di uno Stato) di gestire come meglio credono, a seconda dei loro bisogni, la ricchezza che hanno creato. Non è soltanto una questione economica: equivale a esercitare il diritto di prendere decisioni importanti sul proprio futuro e sul futuro del proprio Paese.

E all’ambiente chi ci pensa?

Il Consiglio per un Capitalismo Inclusivo ha deciso di voler salvare anche la Terra. Sul sito ufficiale dell’organizzazione è consultabile l’elenco degli impegni assunti dai leader delle aziende partecipanti per rendere il pianeta un posto migliore in cui vivere. Tra le numerose promesse, vale la pena di menzionare quella del gigante della chimica statunitense DuPont. Quella stessa DuPont che negli Usa ha contaminato l’acqua potabile con le PFAS, nascondendo per decenni ciò che sapeva sull’inquinamento da acido perfluoroottanoico.

Ebbene, la DuPont si impegna a “consentire a milioni di persone di accedere all’acqua pulita entro il 2030 attraverso la leadership in tecnologie innovative e l’adozione di partnership strategiche”.

Sembra una barzelletta, ma purtroppo non lo è.

A proposito di acqua, è passata in sordina la notizia della sua quotazione in borsa sotto forma di future, una novità che a detta dell’esperto dell’Onu sull’acqua e i diritti umani, Pedro Arrojo-Agudo, stuzzicherà gli appetiti degli speculatori.

Siete pronti a essere salvati?

Se la risposta è no, non aspettatevi alcun aiuto da parte dello Stato, perché lo Stato è la DuPont, lo Stato è MasterCard, lo Stato è Allianz, Salesforce, EY, BP, Merck, Johnson & Johnson, Visa, Bank of America, ecc. Nel senso che lo Stato fa gli interessi del capitale. Lo si vede ancora più chiaramente negli Stati Uniti, dove Joe Biden ha inserito un ex consulente della DuPont (coinvolto nella battaglia dell’azienda chimica americana contro la regolamentazione sull’acido perfluoroottanoico o PFOA) nel comitato di transizione dell’EPA, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente, mentre il generale in pensione Lloyd Austin, attualmente nel consiglio di amministrazione di Raytheon Technologies, presumibilmente sarà alla guida del Pentagono.

Giulia Zanette

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