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Protocolli di cura: dal caso Montichiari a vecchi e nuovi vaccini

Mentre s’infittiscono le notizie sulle vaccinazioni in corso, giungono anche notizie conflittuali su diversi protocolli di cura in Italia, ufficiali e non.

Come sappiamo, ha fatto scalpore sui media, la vicenda dell’arresto del primario di Montichiari Claudio Mosca, reo di aver somministrato medicinali non appropriati a due pazienti, poi deceduti. Il primario è agli arresti domiciliari per “omicidio volontario”.

La vicenda è naturalmente degna di attenzione e la magistratura farà le sue indagini.

Pochi però si sono soffermati sul fatto che il farmaco utilizzato dal primario, il Propofol, è tutt’altro che una scelta discrezionale.

Almeno a marzo, infatti, rientrava nelle procedure di cura standard “pre-intubazione”, come spiegato dal presidente dell’associazione nazionale primari ospedalieri della Lombardia Carlo Montaperto ai microfoni di Radio RTL 102.5.

Tuttavia, alla somministrazione del farmaco, non è seguita l’intubazione, sollevando anche l’allarme del personale infermieristico. Ora, rimane poco chiaro se il primario coinvolto, nella fattispecie, abbia commesso un errore di tempistica o quant’altro.

E resta da appurare se e come mai abbia omesso il farmaco nelle cartelle cliniche, come riporta Repubblica nell’edizione di Milano, “tanto da ipotizzare a carico dell’indagato anche il reato di falso in atto pubblico.”

Rimane il fatto che l’utilizzo del farmaco “per l’induzione all’anestesia” rientri un una prassi che si era (si è?) consolidata, aprendo un interrogativo legittimo sulle accuse verso una singola persona come capro espiatorio all’interno di un sistema di cure ufficiale.

L’evento è finito anche nella stampa estera.

Nel frattempo, il Comitato Terapia Domiciliare Covid19, composto da medici di base ed avvocati, ha difeso a spada tratta il medico Riccardo Szumski, di Santa Lucia di Piave, provincia di Treviso, finito nel mirino della stampa per aver somministrato con successo ai propri pazienti farmaci che, pur autorizzati ed usati comunemente per altre patologie, non rientrano nei protocolli generali di cura del Covid.

Il Comitato, oltre ad aver vinto la causa sull’uso dell’idrossiclorochina presso il Consiglio di Stato, il 19 dicembre scorso aveva  inoltre richiesto all’Aifa (Agenzia Nazionale del Farmaco) l’avvio di una sperimentazione ufficiale degli anticorpi monoclonali, “Il nostro Paese, che si appresta ad affrontare la terza ondata dell’emergenza Covid-19”, si legge nel documento ufficiale, “allo stato non dispone di una terapia a base di anticorpi monoclonali, i quali avrebbero, secondo alcuni esperti, il potere di neutralizzare in tre giorni il virus evitando il ricovero.

I farmaci vengono prodotti nello stabilimento di Latina che li ha inviati agli Stati Uniti dove da qualche settimana vengono utilizzati con ottimi risultati”.

Non solo. In tempi più recenti, il 13 gennaio, ha mandato un invito all’Aifa, al governo e a tutte le regioni italiane, ad estendere un protocollo di cura domiciliare adeguato.

Lo sottolineano forte dell’esperienza dei 200 medici italiani e di dottori statunitensi e brasiliani, ribadendo che nei mesi precedenti essi hanno “evitato centinaia di ospedalizzazioni di pazienti”.

In particolare, viene suggerito l’uso dell’ IVERMECTINA, utilizzata nei protocolli statunitensi e brasiliani ma non in quelli italiani, nonostante l’efficacia “in fase precoce domiciliare”.

Purtroppo queste notizie faticano ad emergere nei mass media, focalizzati a senso unico sui vaccini.

Al di là degli effetti collaterali dei vaccini e delle morti su cui vi sono indagini in corso, rimangono ad ogni modo tempistiche molto lunghe, che hanno ritardato persino la somministrazione della seconda dose.

Dai 21 giorni dopo la prima dose si è passati a circa un mese.

In Gran Bretagna si parla addirittura di tre mesi, contrariamente alle raccomandazioni dei produttori e si ipotizza persino l’uso incrociato (seppur raro) di vaccini di fabbricazione diversa.

Nel frattempo, la Scozia ha annunciato la produzione di un nuovo vaccino, il Valneva, disponibile però non prima di fine anno.

La domanda che ci si pone riguarda sia le tempestività delle terapie, fondamentale per affrontare con efficacia l’infezione, che la libertà di scelta terapeutica.

Perché rifiutare a priori l’opzione curativa di farmaci la cui efficacia è stata comprovata, come ribadiscono i medici del comitato, “dalle evidenze”?

Leni Remedios

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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