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Il contesto geopolitico nel quale è maturato l’attentato a Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Moustapha Milambo

L’assassinio dell’ambasciatore d’Italia a Kinshasa, Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del dipendente del Programma alimentare mondiale (Pam) Moustapha Milambo affonda le radici nel contesto politico-militare estremamente complesso e frammentato che caratterizza la tormentata provincia congolese del Nord Kivu, da anni teatro di numerosi conflitti tra una miriade di gruppi e milizie armate che rispondono a diversi interessi locali e regionali per i quali non si può non tenere conto del ruolo delle potenze regionali. Il governo di Kinshasa ha attribuito la responsabilità dell’attacco alle Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr), milizia ribelle di etnia hutu da anni attiva nella provincia del Nord Kivu e il cui obiettivo dichiarato è quello di rovesciare il presidente ruandese Paul Kagame, di etnia tutsi. Fondato attraverso una fusione di altri gruppi di rifugiati ruandesi nel settembre 2000, incluso l’ex Esercito per la liberazione del Ruanda (ALiR), il gruppo – che nega ogni responsabilità nell’attentato di ieri – fu attivo durante le ultime fasi della Seconda guerra del Congo e le successive insurrezioni nel Kivu.

Per la precisione, la zona nella quale è avvenuta l’attacco è particolarmente frequentata da una milizia armata di etnia hutu nota come Forze di difesa del popolo (Fdp) Nyatura, ascrivibile nell’orbita delle Fdlr e responsabile di diversi attacchi nelle ultime settimane, l’ultimo dei quali avvenuto il 23 gennaio scorso con il rapimento di due giovani da arruolare nella formazione armata. Un mese prima, nel dicembre del 2020, la stessa milizia aveva sequestrato e violentato due donne nell’area di Rutshuru, il luogo di destinazione del convoglio del Pam a bordo del quale viaggiava l’ambasciatore Attanasio. Le Fdp Nyatura, guidate da Jean Niyonzimana, agiscono nella zona del vulcano Nyamulagira di sotto l’egida del Collettivo dei movimenti per il cambiamento (Cmc), alleanza fra diverse fazioni Nyatura: si tratta combattenti congolesi di etnia hutu che in passato si sono schierati al fianco dell’esercito di Kinshasa contro i tutsi dell’M23. Nel giugno dello scorso anno un gruppo di esperti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha accusato le Forze di difesa del popolo di atti che possono costituire “crimini di guerra e crimini contro l’umanità”, fra cui “stupri, violenze di gruppo, matrimoni forzati e torture” nel contesto dei combattimenti nei territori di Masisi e Rutshuru.

E’ dunque nel solco dell’eterna rivalità fra milizie hutu e tutsi che va inquadrato il contesto nel quale è avvenuto l’assassinio dell’ambasciatore Attanasio. Tutto ebbe inizio con il genocidio del Ruanda, nel quale tra l’aprile e il luglio del 1994 furono massacrate tra le 800 mila e il milione di persone di etnia tutsi dopo il dilagare del cosiddetto “hutu power” propagato dagli estremisti hutu in seguito all’assassinio del presidente Juvenal Habyarimana, anch’egli di etnia hutu. Dopo la presa del potere da parte del Fronte patriottico ruandese (Rpf) di Paul Kagame, centinaia di migliaia di rifugiati hutu fuggirono nel vicino Zaire (l’odierna Repubblica democratica del Congo), governato dall’allora presidente Mobutu Sese Seko, nella speranza di salvarsi dalle violenze delle milizie dell’etnia tutsi che, aiutate da Burundi e Uganda, erano decise a vendicarsi del genocidio subito dagli hutu. Nello Zaire, oltre ai rifugiati, si nascosero tuttavia numerosi guerriglieri hutu che iniziarono a dare la caccia ai tutsi di nazionalità congolese (Banyamulenge), i quali decisero così di unirsi agli oppositori di Mobutu e, con il sostegno dell’Uganda e dell’Angola, formarono l’Alleanza delle forze democratiche per la liberazione dello Zaire (Afdlc), guidata da Laurent-Desire’ Kabila, il quale nel maggio 1997 si autoproclamò presidente della neo-costituita Repubblica democratica del Congo.

Una volta al potere, Kabila si preoccupò ben presto di svincolarsi dal controllo di Ruanda e Uganda – il cui appoggio militare fu decisivo nella sconfitta di Mobutu – e ordinò a tutte le forze militari ugandesi e ruandesi di lasciare il Paese. Ciò allarmò soprattutto i Banyamulenge del Congo orientale i quali, temendo di tornare ad essere perseguitati, diedero inizio nel 1998 alla rivolta contro Kabila: il Ruanda immediatamente offrì loro assistenza e successivamente emerse un nuovo gruppo ribelle, il Raggruppamento congolese per la democrazia (Rcd), composto soprattutto da Banyamulenge e sostenuto da Ruanda e Uganda. Questo gruppo cominciò rapidamente a dominare le province orientali, ricche di risorse, basando le proprie operazioni nella città di Goma, capoluogo del Nord Kivu, prendendo rapidamente il controllo delle città di Bukavu e di Uvira. Per contribuire a contrastare i ribelli e i loro protettori ruandesi e ugandesi, il presidente Kabila arruolò i militanti hutu del Congo orientale e cominciò ad agitare l’opinione pubblica contro i tutsi, alimentando ulteriormente lo scontro tra le due fazioni. L’offensiva dei ribelli subi’ un brusco arresto quando i primi Paesi africani cominciarono a rispondere alla richieste di aiuto di Kabila: i governi di Namibia, Zimbabwe e Angola decisero di intervenire a favore delle forze governative di Kabila, dopo un vertice ad Harare (Zimbabwe) il 19 agosto. Nelle settimane seguenti, anche il Ciad, la Libia e il Sudan si unirono alla coalizione.

Il 16 gennaio 2001 Kabila venne ferito gravemente in un attentato da un agente della sua scorta e morì dopo due giorni di agonia. Con voto unanime del parlamento congolese a Laurent Kabila subentrò suo figlio, Joseph, che divenne il nuovo presidente del Paese e che nel 2002 – grazie anche al crescente sostegno internazionale e alle numerose defezioni nelle file delle milizie ruandesi – firmò un trattato di pace con Kagame che prevedeva il ritiro dei circa 20 mila militari ruandesi dal Congo e lo smantellamento delle milizie hutu, note come Interahamwe, che avevano preso parte al genocidio del Ruanda del 1994 e che continuavano a operare a partire dal Congo orientale. Dopo l’accordo di pace, tuttavia, le milizie hutu che oggi fanno capo alle Fldr hanno continuato ad operare nel Congo orientale, in particolare nella provincia del Nord Kivu, dove a partire dal 2010 hanno cominciato a orientarsi su azioni “a bassa intensità” come i rapimenti: rientra in tale contesto, ad esempio, il rapimento nel 2018 di due turisti britannici nel parco nazionale di Virunga, lo stesso parco teatro dell’assalto di ieri contro il convoglio che trasportava l’ambasciatore Attanasio e il carabiniere Iacovacci.

Un ultimo tassello di questo complicato “puzzle” è, infine, il ruolo esercitato da Joseph Kabila, il vero uomo forte del Paese, al potere ininterrottamente dal 2001 al 2018. L’attentato contro il convoglio dell’ambasciatore Attanasio è giunto, infatti, in concomitanza con il trasferimento dell’ex presidente negli Emirati Arabi Uniti, dove è arrivato ieri da Lusaka, capitale dello Zambia, dopo aver trascorso diversi mesi nella sua roccaforte di Lubumbashi. Il soggiorno di Kabila ad Abu Dhabi, secondo quanto riferito dal suo consigliere diplomatico Barnabe’ Kikaya ben Karubi all’emittente belga francofona “Rtbf”, risponde ufficialmente a un invito di lunga data offerto da parte delle autorità emiratine, tuttavia diverse fonti parlano di una vera e propria “fuga” dell’ex capo dello Stato (c’è chi parla di un possibile mandato d’arresto nei suoi confronti per crimini finanziari attuati durante la sua lunga permanenza alla presidenza o di un tentativo di destabilizzazione ordito dallo stesso kabila per rovesciare il suo successore). Ciò che è certo, al momento, è che la fuga di Kabila si inserisce nel contesto di una situazione di stallo con Tshisekedi, Felix Tshisekedi, il quale nelle ultime settimane è riuscito a indebolire il Fronte Comune per il Congo (Fcc, la coalizione di Kabila) raccogliendo una nuova maggioranza – la “Sacra Unione della nazione” – dopo aver rotto l’alleanza con il suo ingombrante predecessore e aver escluso ai vertici dello Stato sia Kabila che il suo movimento politico.

Tornando alle Fdlr, sotto la presidenza di Kabila si sono di fatto trasformate in un gruppo armato dedito allo sfruttamento illegale delle risorse naturali dell’est del Congo, tanto da indurre diversi detrattori dell’ex capo dello Stato a definirlo un “socio in affari” di fatto dei miliziani ribelli ruandesi. Non è un caso, ad esempio, che il mese scorso questi ultimi abbiano condannato nei termini più forti l’accordo tra Tshisekedi e Kagame per la creazione di una coalizione tra le Forze di difesa del Ruanda (Fdr), le Forze armate della Repubblica democratica del Congo (Fardc) e alcuni gruppi armati congolesi con l’obiettivo esplicito di “schiacciare” le Fdlr, denunciando quello che hanno definito un “sistematico sterminio” dei rifugiati ruandesi all’est della Rdc e accusando il presidente Tshisekedi di aver permesso al Ruanda di “invadere il Congo” e di “realizzare il suo piano di occupazione territoriale tramite la balcanizzazione del Paese che risale agli anni Novanta”. Nel negare la loro responsabilità nell’attentato al convoglio del Pam in cui viaggiava l’ambasciatore Attanasio, inoltre, le Fdlr hanno affermato oggi che, secondo non meglio precisate fonti “corroboranti”, il convoglio sarebbe stato attaccato in una zona nota come delle “tre antenne” vicino a Goma, al confine con il Ruanda e “non lontana” da una posizione delle Fardc e delle Fdr, e hanno scaricato le responsabilità di questo “spregevole” assassinio “nelle file di questi due eserciti e dei loro sponsor che hanno stretto un’alleanza innaturale per perpetuare il saccheggio della Rdc orientale”. Al netto della prevedibile propaganda, e in attesa di numerosi dettagli che ancora mancano all’appello per fornire risposte credibili sulle cause della morte di Attanasio, quel che appare certa è l’effettiva difficoltà in cui versano le milizie Fdlr, difficoltà della quale occorre tenere conto.

 

 

 

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