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CULTURA

“La nuova Corea del Nord. Come Kim Jong Un sta cambiando il paese”, intervista a Piergiorgio Pescali

foto di Piergiorgio Pescali

Piergiorgio Pescali, ci racconti della tua passione per i viaggi, per l’oriente e anche per quei paesi che sono lontani dal nostro concetto di democrazia?

Essendo un fisico viaggio parecchio per lavoro, per conferenze nelle università, e visito spesso le centrali nucleari.

La passione per l’Asia è nata sin da piccolo quando ho iniziato a leggere i libri di Emilio Salgari e di Pearl S. Buck. Mi ha sempre appassionato la cultura di questi popoli e, crescendo, si è aggiunto l’interesse politico verso questi paesi che sono, prevalentemente, di cultura buddista e confuciana.

Marxismo e Leninismo sono nati in Occidente ma hanno trovato nei paesi orientali un sostrato culturale su cui attecchire, in cui l’idea di comunità e lavoro di squadra hanno contribuito ad innestare la filosofia socialista. Le popolazioni orientali sono sempre state più comunitarie, collettiviste, rispetto agli europei che sono, invece, orientati verso l’individualità e il protagonismo personale.

Come è nato il libro “La nuova Corea del Nord”?

In Corea del Nord non è facile muoversi, nel senso che occorre essere accompagnati da una guida locale. Per cui, quando la giornata finisce, ti ritrovi incapsulato in un hotel, non potendo uscire da solo. Questo mi ha dato il tempo di scrivere una sorta di diario, delle considerazioni sulle mie esperienze, e così è nato il libro.

Tra l’altro, sto scrivendo una biografia su Kim Yo Jong, la sorella di Kim Jong Un, divenuta popolare durante il 2020 quando lui si era assentato per una malattia grave e si parlava di lei come candidata alla successione del fratello. Poiché li ho incontrati entrambi, ho avuto l’idea di raccontare anche di lei.

Quando sei stato in Corea del Nord e come è stata la tua esperienza?

Frequento la Corea del Nord dal 1996. Inizialmente sono stato lì per turismo e, a seguire, da almeno quindici anni, vado per lavoro.

In Occidente si tende a considerarla come un paese monolitico dove nulla cambia. In realtà, invece, si tratta di uno dei paesi più vivaci del continente asiatico sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista sociale.

Dico questo perché, al netto degli articoli per lo più stereotipati che ripropongono la novella della Corea del Nord come paese statuario, dove il grande leader decide della vita e della morte di ogni abitante, chi la visita ha una sensazione completamente opposta. E ciò è evidente da quando, nel 2011, è salito al potere Kim Jong Un.

Nel volume parli di una innovativa linea politica di Kim Jong Un. Puoi farcene degli esempi?

Nel 2013, quando è riuscito ad avere una posizione più sicura all’interno del governo, il leader ha iniziato una serie di riforme sociali ed economiche che hanno stravolto la Corea del Nord.

Pyongyang è cambiata radicalmente negli ultimi 4 o 5 anni, prima di tutto dal punto di vista urbanistico. Sono sorti interi quartieri avveniristici, diversi dai precedenti dal punto di vista architettonico. Ci sono appartamenti grandi ed ariosi al contrario dei tuguri dei decenni precedenti, inoltre si tiene conto del risparmio energetico, tematica prima sconosciuta.

Percorrendo le strade della capitale e delle altre cittadine si vedono le prove di una società che sta avanzando. Prima di tutto sono nati i mercati privati. I contadini oggi sono autorizzati a vendere le proprie mercanzie così come a dedicarsi all’allevamento per poi rivendere il bestiame. I nord coreani possono avviare piccole imprese e industrie artigiane per cui, per le famiglie, l’80% del reddito proviene da attività private.

In generale, i commerci si sono aperti all’Occidente. Fino al 2008 c’erano pochi supermercati e avevano gli scaffali semi vuoti, con pochissimi prodotti stranieri. Ma già nel 2010 la situazione era stravolta. Oggi ci sono grandi centri commerciali dove viene venduto di tutto, dal whisky scozzese allo shampoo francese.

La situazione è cambiata nettamente anche dal punto di vista sociale.

Da quando è al potere, Kim Jong Un ha iniziato a modificare il modo di fare politica, a intrattenersi con il popolo – cosa che il predecessore faceva raramente – a visitare villaggi, industrie, scuole. Addirittura a criticare gli stessi membri del partito quando, a suo dire, non soddisfano i bisogni della popolazione.

Di certo una grande differenza rispetto alla classe dirigente precedente.

Se da un lato è vero che al turista viene mostrata soltanto la parte più produttiva e affascinante della nazione, e che un nord coreano non parlerà mai male del proprio governo, è anche vero che è evidente un sommovimento sociale, politico ed economico mai visto prima.

Tant’è che la sera è possibile vedere i cittadini nei bar, bere, uscire, guardare le partite di calcio dei campionati europei o intrattenersi a chiacchierare con ospiti stranieri.

Ne ‘La nuova Corea del Nord’ si accenna a stereotipi preconfezionati in quanto, nell’ultimo decennio, il Paese è stato continuamente oggetto di satira. Cosa ci dici a riguardo?

Per noi europei è difficile comprendere la Corea del Nord perché i lettori si fanno un’idea in base a ciò che leggono sui giornali. È successo che la stampa abbia riportato notizie considerandole vere quando, in realtà, erano tratte da pubblicazioni satiriche.

Sull’aneddoto dei 120 cani che avrebbero sbranato lo zio di Kim, si trattava di un pezzo pubblicato su un giornale umoristico cinese che è stato divulgato erroneamente come articolo di cronaca.

Idem per la storia della nazionale che, avendo perso una finale di coppa, sarebbe stata mandata al confino in un campo di rieducazione. Anche questo era un racconto volutamente paradossale che è stato spacciato per vero e apparso sulle prime pagine dei giornali che leggiamo come se fosse una notizia reale.

Oggi la nostra percezione della Corea del Nord è falsata ed è disegnata, spesso, su articoli non veritieri.

Il problema del giornalismo italiano è che si occupa troppo poco degli esteri. Si preferisce non avere inviati e affidarsi ad agenzie e redazioni che, a volte, scopiazzano notizie senza verificarne le fonti.

A proposito di giornalismo, come funziona oggi l’informazione in Corea del Nord?

Si tratta sempre di un regime, per cui non ci sono giornalisti indipendenti né una effettiva libertà di espressione. C’è una censura molto forte a livello locale e nazionale. Tutte le notizie sono filtrate dai vari dipartimenti e c’è una forte tendenza a giustificare le scelte fatte dai leader, che non possono essere criticati.

Quella che è cambiata, negli ultimi anni, è la visione che i giornali coreani danno del mondo esterno.

Ogni famiglia ha una radio e, seppur sia ufficialmente illegale, la polizia non effettua nessun tipo di controllo pur sapendo che la popolazione ascolta programmi cinesi, giapponesi e delle nazioni vicine.

La visione del mondo che traspare dalla stampa è molto vicina a quella reale, per cui i nord coreani sono abbastanza consapevoli della loro situazione e di come si viva in altre nazioni.

Ad esempio, nei mercati privati si trovano dvd di soap opera giapponesi e sud coreane e ormai non esiste più una vera censura verso le informazioni che arrivano dal Giappone o dalla Cina.

Con l’apertura voluta da Kim Jong Un, la Corea del Nord è collegata con il resto del mondo; sono arrivati turisti e delegazioni straniere con cui confrontarsi, per cui non esiste più l’isolamento degli anni 90. Inoltre per un giornalista straniero è più semplice entrare nel Paese, rispetto agli anni passati.

Nelle zone vicine al confine cinese è possibile captare trasmissioni provenienti dall’estero, persino la BBC e la CNN.

Seppure tv e radio rimangano di Stato, il regime, piuttosto che cercare di impedire che i nord coreani sappiano ciò che succede, ha compreso che è più semplice gestire e semmai indirizzare le informazioni in un certo modo.

Quanto peserà nei delicati equilibri internazionali l’assenza di Donald Trump che aveva incontrato più volte il leader nord coreano?

Per rispondere a questa domanda bisognerebbe vedere cosa vorrà fare Joe Biden.

Le amministrazioni democratiche sono state spesso più interventiste rispetto a quelle repubblicane, come nel caso della guerra di Corea, del Vietnam, della Siria, mentre le repubblicane hanno tentato di ricucire le relazioni diplomatiche.

Nixon ha terminato la guerra vietnamita e Trump ha voluto un incontro con la Corea del Nord.

Non sappiamo cosa succederà in futuro ma già durante la campagna elettorale Biden non è stato tenero né con la Corea, né con la Cina, né con l’Iran. Ha preannunciato che cambierà la politica estera per diventare più presente anche dal punto di vista militare.

Dopo i risultati elettorali statunitensi Kim Jong Un non si è espresso a riguardo, dopo aver mostrato la sua preferenza per Trump, probabilmente nell’attesa di capire quali saranno le mosse del neo presidente. E, probabilmente, questa fase di attesa terminerà soltanto alla fine della pandemia che ha provocato inevitabilmente una sospensione delle relazioni diplomatiche congelandole del tutto. Staremo a vedere.

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