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In tempi di Covid, fare la guerra è un mestiere come un altro

In tempi di Covid aumentano le spese militari

Crisi economica e misure anti-Covid stanno avendo senza dubbio un impatto negativo sulle prospettive di lavoro dei giovani.

Non stupisce dunque la notizia, riportata dal Wall Street Journal il 16 febbraio scorso, che il numero delle reclute è in aumento negli eserciti di vari Paesi del mondo.

Le domande di arruolamento sono salite in Australia (+9,9% anno su anno), Canada (+37% per gli ultimi nove mesi del 2020 rispetto al 2019) e Corea del Sud (+44% per i primi quattro mesi del 2021 rispetto al 2020), mentre negli Stati Uniti e in Israele è stato registrato un incremento delle richieste di estensione del servizio militare.
Assieme al numero delle reclute, lievitano in diverse parti del pianeta anche i budget della Difesa, tra cui quello cinese, che nel 2021 crescerà del 6,8%, toccando quota 209 miliardi di dollari.

“È una necessità oggettiva per la Cina aumentare ulteriormente il proprio bilancio per la Difesa. Dal punto di vista della modernizzazione militare, la Cina utilizza ancora molte armi e attrezzature obsolete, che vanno sostituite, e anche lo sviluppo di armamenti avanzati, come la costruzione della nuova portaerei e la produzione in serie del caccia stealth J-20, richiede investimenti”, si legge sul Global Times .

Come spiegano gli esperti citati dal tabloid cinese, “la Cina continuerà a scontrarsi con minacce esterne, quindi è necessario un finanziamento della Difesa più ampio per garantire la capacità dell’esercito di affrontare le sfide e di salvaguardare la sovranità nazionale, l’integrità territoriale e gli interessi di sviluppo”.

Ma anche i frutti nati da decenni di socialismo con caratteristiche cinesi: in Cina la spesa militare cresce di pari passo con il PIL, e la dottrina militare cinese è intrinsecamente difensiva.
Lo stesso non si può dire degli Stati Uniti, dove per la Difesa si spende più del doppio di Cina e Russia messe insieme.

Prendiamo, per esempio, i dati relativi alla spesa militare per il 2019 : 732 miliardi di dollari negli Usa (pari al 3,4% del PIL e al 38% della spesa globale), 261 miliardi in Cina (1,9% del PIL e 14% della spesa globale) e 65 miliardi in Russia (3,9% del PIL e 3,4% della spesa globale).

Proviamo ora a effettuare un confronto servendoci del PIL a parità dei poteri d’acquisto (PPA): scopriamo che la spesa militare della Cina per il 2019 ammontava all’1,1% del PIL, quella degli Usa sempre al 3,4% e quella della Russia all’1,5%

L’amministrazione Biden ha fatto sapere che seguirà le orme dei suoi predecessori e che continuerà a spingere affinché anche gli alleati aumentino le loro spese militari (probabilmente fino a raggiungere almeno il 2% del PIL), sebbene l’economia occidentale versi in uno stato di degrado.
Ma quanto vale nell’arena mondiale la potenza militare Usa di fronte alla potenza dell’economia reale cinese?
Osservando la composizione del PIL (PPA) per settore economico, possiamo notare come il settore secondario contribuisca alla formazione del PIL cinese per il 40% circa e di quello statunitense per il 19% (dati del 2017).
Delocalizzando la propria industria all’inseguimento di manodopera a basso costo, l’Occidente si è trasformato in una autodefinitasi “società dell’informazione post-industriale”.
Peccato che l’informazione non sia commestibile e che macchinari e automobili non escano dai computer, ironizza il sito di informazioni russo Regnum .
Non è un caso se nel 2020 la Cina è diventata il primo partner commerciale dell’Unione europea per quanto riguarda lo scambio di merci, superando gli Stati Uniti.
E qui cominceranno i problemi per gli americani, nel momento in cui cercheranno di coinvolgere i loro alleati in imprese concrete dirette contro “l’officina del mondo”.
Una cosa è rilasciare un paio di dichiarazioni ad hoc sulle “violazioni dei diritti umani in Cina” per fare contenti i partner d’oltreoceano, altra cosa, invece, è rinunciare al richiamo di un mercato in continua espansione.
Ma lo US Indo-Pacific Command (INDOPACOM) non se ne sta con le mani in mano in attesa di risposte, e al fine di gettare almeno le basi per l’assedio del Dragone, lunedì 1 marzo ha chiesto al Congresso Usa di approvare un finanziamento extra di 27 miliardi di dollari da usare tra il 2022 e il 2027 in chiave anticinese.
Una richiesta simile a quella che aveva avanzato l’anno scorso .
Sulla lista dei desideri dell’INDOPACOM ritroviamo, infatti, l’anello difensivo da oltre un miliardo e mezzo di dollari sull’isola di Guam, sistemi radar ad alta frequenza da dispiegare a Palau, radar spaziali per 2,3 miliardi di dollari, oltre a strumenti di “contropropaganda” progettati per colpire la cosiddetta “influenza maligna” di Pechino nella regione dell’Indo-Pacifico.
Ma anche 3,3 miliardi in armamenti a lungo raggio da utilizzare nella costruzione di “reti di attacchi di precisione lungo la prima catena di isole”.
Tra le novità, 44 milioni in più per l’intelligence e per attrezzarsi in vista di una “guerra elettromagnetica”.
Difficilmente l’INDOPACOM riuscirà nell’intento di “assediare” la Cina senza la partecipazione della Russia all’impresa. Russia che, da parte sua, ha più volte ribadito di non essere interessata alle avances degli Stati Uniti, che hanno ben poco da offrirle in termini economici se non la “revoca delle sanzioni”.
Sarà forse per questo motivo che il Dipartimento del Tesoro ne sforna di continuo?
Molto più concreto, invece, è il rischio che scoppi una guerra in Medio Oriente contro l’Iran a causa di un’operazione false flag.
A tale proposito, nell’ambito dei colloqui del 27 febbraio tra il capo della diplomazia iraniana, Mohammad Javad Zarif, e il suo omologo iracheno, Fuad Hussein, Teheran ha chiesto a Baghdad di identificare i responsabili dei recenti attacchi missilistici contro l’ambasciata Usa e contro altri obiettivi occidentali in Iraq, definendoli “sospetti” e presumibilmente mirati a “compromettere i rapporti tra i due Paesi”.
In caso di conflitto, i giovani occidentali potranno finalmente mettersi al lavoro, mentre i loro coetanei cinesi saranno impegnati a costruire il futuro del loro Paese.

Giulia Zanette

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