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Le sanzioni di Pechino contro Londra e i doppi standard

Mentre a livello domestico la Gran Bretagna si prepara ad un graduale rilassamento delle misure restrittive anti-Covid a partire da lunedì 29 marzo, al di là dei confini la settimana è stata caratterizzata da un “incidente diplomatico” con uno dei principali attori dello scacchiere geopolitico: la Cina.

Le autorità di Pechino hanno infatti emesso sanzioni contro nove cittadini britannici – inclusi cinque parlamentari – e quattro entità pubbliche per aver diffuso “bugie e disinformazione” sul paese, riporta la BBC, ovvero dei rapporti su “violazioni dei diritti umani perpetrate contro la minoranza musulmana degli Uiguri.”

Campi di lavoro con persone bendate, madri e figli separati, raccoglitori di cotone sfruttati. Queste le accuse di Londra. Sempre secondo BBC, la Cina avrebbe rigettato le accuse per poi giustificare le proprie azioni come “lotta al terrorismo.”

La mossa di Pechino verso le sanzioni – contrariamente a quanto affermano gli analisti britannici con non chalance –  ha evidentemente colto di sorpresa sia le autorità britanniche che i media: è sorprendente infatti come il caso abbia occupato le piattaforme BBC (dalla radio al sito) per un giorno, venerdì 26 marzo, e poi sia improvvisamente sparito.

Questa è di per sé una notizia.

Contrariamente alla “guerra dei dazi” USA-Cina, o all’espulsione/sanzione dei diplomatici russi in seguito alla vicenda Skripal, che occuparono le prime pagine dei giornali per mesi, lo scontro Londra-Pechino sembra non interessare più di tanto le redazioni di tutto il mondo.

Come mai? Forse perché, come paesi occidentali, le sanzioni siamo abituati ad emetterle, non a subirle? C’è dell’altro.

Come abbiamo già affrontato in precedenza, la Gran Bretagna post-Brexit si trova nella difficile posizione di conquistarsi alleati e/o partner commerciali fuori dai confini europei, possibilmente senza incrinare i rapporti né con gli alleati NATO né con i partner d’intelligence dei Five Eyes, ma pure senza compromettere troppo le ghiotte opportunità economiche che come tanti rami spuntano dal tronco della Nuova Via della Seta.

Non che Londra si distingua da molti altri paesi occidentali per stare con un piede in due scarpe: tutti, da Berlino a Parigi passando per altri oltreoceano, con le mani commerciano con Pechino e con la bocca parlano di violazioni dei diritti umani perpetrate dalla stessa. L’ipocrisia è il pane quotidiano delle politiche liberali dell’Occidente, un piatto da cui tutti mangiano.

L’unica cosa che distingue i rispettivi paesi è: chi ha i fari puntati addosso al momento? Londra (o meglio, Oxford) ha già i fari puntati addosso per questioni medico-scientifiche, non ha certo bisogno di altra pubblicità negativa all’estero. Insomma, un bel grattacapo per il governo di Johnson.

Vediamo i dettagli. Lunedì 22 marzo il governo cinese ha emesso sanzioni contro diplomatici britannici ed alcune istituzioni , in primis il Think Tank britannico China Research Group, per le notizie diffuse sulla situazione nella regione nord-occidentale di Xinjiang.

Il Ministro degli Esteri britannico ha controbattuto: “Se Pechino vuole seriamente respingere le accuse, dovrebbe permettere l’accesso dell’Onu nella regione di Xinjiang”. Il Primo Ministro Boris Johnson ha poi commentato, “Coloro che sono stati sanzionati stavano facendo luce su palesi violazioni dei diritti umani.”

Vediamo un pò quindi chi sono i portatori di luce e per chi parlano.

Il Think Tank chiamato in causa da Pechino è il già menzionato China Research Group. Si tratta di una istituzione fondata dal Partito Conservatore britannico nel marzo del 2020.

Il sito dell’istituzione non specifica, come fanno altri think tank, quali siano i finanziatori. Ma appare ovvio che, essendo un’entità partitica, abbia poco di “indipendente”, un aggettivo che di recente è stato fin troppo abusato.

Presidente di tale istituzione è Tom Tugendhat, che è pure presidente della Commissione Parlamentare Affari Esteri. Ex militare coinvolto in missioni in Iraq e in Afghanistan, Tugendhat è noto per le sue esternazioni pro-Arabia Saudita e pro-Israele, con prese di posizione che sollevano legittimi dubbi su possibili doppi standard morali: tanto zelante ora nel proteggere i diritti umani dei musulmani Uiguri in Cina, nel 2018 egli scrisse un articolo di suo pugno in cui sosteneva che “il conflitto israelo-palestinese non ha importanza.”

Per amor di verità, l’intervento era nel contesto delle primavere arabe, di fronte alle quali, secondo l’autore, tutto il resto appariva irrilevante.

Tuttavia suona stridente come, a seconda dell’agenda del momento, vi siano evidentemente comunità musulmane di serie A e comunità musulmane di serie B, che “non hanno importanza”.

Nella prima categoria rientra anche il principe saudita Bin Salman, al quale Tugendhat dedicò parole di encomio sempre nel 2018. Probabilmente, il sangue dei giornalisti e dei principi sauditi dissidenti ha meno valore e rientra nella categoria B assieme ai musulmani palestinesi.  Non tutti i sanzionati da Pechino sono conservatori.

Fra essi, troviamo anche la laburista Helena Kennedy, che contribuì anche ad un report statunitense sugli Uiguri, co-scritto con Adrian Zenz. Quest’ultimo, come ci illustra una recente inchiesta del Gray Zone, è un ideologo evangelico di estrema destra formatosi presso un think tank della Fairfax University, ente universitario caduto in disgrazia nel 2019, e bollato dalle stesse autorità americane come entità fraudolenta con docenti privi di qualifiche .

Un ideologo di estrema destra si prende a cuore i diritti umani di musulmani che vivono all’altro capo del pianeta? Per motivi di spazio, risparmiamo al lettore il profilo degli altri diplomatici sanzionati. Di nuovo, qui non si tratta di disquisire sulla veridicità o meno dei rapporti sugli Uiguri, su cui ci siamo già soffermati in precedenza, si veda qui , e su cui emergono nuove inchieste.

Sta al lettore decidere di chi fidarsi o meno, considerando tutti i fattori che caratterizzano le fonti (conflitti d’interesse, deontologie professionali, agende politiche, etc). In questa sede c’interessa smontare le ipocrisie, i doppi standard e le doppie corsie che caratterizzano le mosse geopolitiche di questo delicatissimo momento storico.

Chi sanziona chi e perché? Come mai le violazioni dei diritti umani hanno più valore in alcune aree del globo piuttosto che in altre? E chi sono i portavoce dei diritti umani nei diversi contesti? Chi verifica la neutralità e indipendenza delle inchieste internazionali? 

Leni Remedios

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