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Femminicidi a processo, lo studio dell’Università di Palermo sul linguaggio di genere nei processi e nella cronaca giudiziaria

Uno studio sulla violenza di genere pubblicato in un libro, “Femminicidi a processo: Dati, stereotipi e narrazioni della violenza di genere”, della Prof.ssa Alessandra Dino, docente dell’Università di Palermo, mette in luce, attraverso la selezione di 370 casi giudiziari, le distorte rappresentazioni sociali della violenza di genere nella cronaca giudiziaria e negli stessi procedimenti giudiziari.

Il volume riscontra un frequente uso di stereotipi, animati da secolari pregiudizi, diffusi anche tra i professionisti del settore, in tal modo confermando che il problema della violenza di genere, che colpisce a tutti i livelli sociali e a tutte le età, prima di tutto è culturale.

Le vittime in tal modo si ritrovano a essere doppiamente tali, in primis, per la violenza subita (che si verifica, in 7 casi su 10, all’interno di relazioni sentimentali o familiari), della quale invocano giustizia, e in secundis, della gogna mediatica cui a volte vengono sottoposte dopo aver avuto il coraggio di denunciare.

L’autrice riflette, così, sui pregiudizi socioculturali che emergono attraverso l’utilizzo, nella cronaca giudiziaria e in ambito processuale, di terminologie non appropriate, quali “gelosia incontrollata o morbosa” e “crisi di coppia”, che vengono persino utilizzate come una sorta di attenuanti.

Tali parole, utilizzate nella descrizione delle motivazioni degli assassini e dell’immagine della vittima, non vanno sottovalutate per i dirompenti effetti perversi che determinano: da un lato, veicolano un determinato tipo di immagine della donna e della violenza che influenza la pubblica opinione, dall’altro, è lo stesso sentire comune ad influenzare la formulazione della sentenza e la costruzione della motivazione del giudice, per la redazione della quale si avvale dell’ausilio di professionisti esperti, in quanto essere umano che vive all’interno di quello stesso contesto socio culturale.

Occorre, pertanto, attuare una efficace politica di educazione e formazione in quanto solo così si riusciranno a estirpare quei pregiudizi che restano radicati nel contesto culturale e sociale del paese. La formazione deve essere rivolta a tutti, anche alle stesse donne, che spesso non sono consapevoli di essere vittime di violenza, e deve essere effettuata a tutti i livelli, coinvolgendo le scuole, le università, le forze dell’ordine, la magistratura e le associazioni del terzo settore. Fondamentale, infine, è il sostegno economico alla vittima, che le offra concrete possibilità di inserimento lavorativo ed effettive prospettive di una vita autonoma, perché altrimenti si vedrà costretta a non denunciare.

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