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La sentenza della Corte di giustizia europea rafforza il principio sulla parità di retribuzione

Il principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile costituisce un aspetto importante del principio fondamentale della parità tra uomini e donne, tutelato dall’ordinamento dell’Unione europea, e può essere invocato nell’ambito di una controversia privata dinanzi al giudice nazionale. A tale principio, infatti, è riconosciuto un effetto diretto immediato.

In altre parole, obbligando ciascuno Stato membro ad assicurare l’applicazione di tale principio, l’ordinamento europeo riconosce ai singoli lavoratori il diritto di ricorrere al giudice nazionale nel caso in cui subiscano discriminazioni sul lavoro fondate sul sesso.

Lo ha ribadito di recente la Corte di Giustizia (sentenza 3 giugno 2021) che ha esteso l’applicazione del principio non solo alle controversie nazionali tra lavoratori di sesso diverso che svolgono uno stesso lavoro, ma anche a quelle tra lavoratori che svolgono un lavoro di pari valore.

In questo ultimo caso, il lavoro e la retribuzione di tali lavoratori possono essere messi a confronto anche qualora questi ultimi lavorino presso stabilimenti diversi, purché abbiano il medesimo datore di lavoro.

La causa che ha dato origine alla pronuncia è nata da un contenzioso instaurato nel Regno Unito da alcune migliaia di dipendenti della Tesco Stores, un rivenditore al dettaglio, che elargiva retribuzioni mediamente più alte ai lavoratori piuttosto che alle lavoratrici. Queste ultime avevano citato la società datrice di lavoro dinanzi al tribunale inglese, il quale successivamente, sollevando questione pregiudiziale, aveva chiesto alla Corte di Giustizia quale fosse l’interpretazione da dare alla norma europea sulla parità retributiva. Il giudice europeo ha avallato l’interpretazione invocata dalle lavoratrici.

Una svolta importante, che tuttavia, si ipotizza, produrrà inevitabilmente un aumento considerevole del contenzioso. Inoltre, in mancanza di criteri oggettivi finalizzati a stabilire quando le mansioni abbiano “pari valore”, si rischia di addivenire ad applicazioni non omogenee del principio. E il compito di comparare, di volta in volta, mansioni e attività diverse, ricadrà inevitabilmente sui giudici nazionali.

 

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