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Corte europea dei diritti dell’uomo: Italia condannata per sessismo giudiziario e vittimizzazione

Pregiudizi e stereotipi discriminatori nei confronti di una ragazza in una sentenza della Corte d’Appello di Firenze, emanata, peraltro, da un collegio composto in prevalenza di donne.

Queste le motivazioni della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha condannato l’Italia per l’inadeguatezza e l’incapacità dell’autorità giudiziaria italiana in materia di contrasto alla violenza di genere. La sentenza censurata aveva assolto nel 2015 sette imputati, condannati in primo grado per violenza sessuale di gruppo, ai danni di una ragazza di 23 anni, utilizzando un linguaggio che la Corte europea ha ritenuto “colpevolizzante e moraleggiante, che scoraggia la fiducia delle vittime nel sistema giudiziario” e che trasmette “pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana e sono suscettibili di impedire l’effettiva protezione dei diritti delle vittime di violenza di genere”, pur in presenza di un quadro legislativo soddisfacente.

La Corte europea conferma, quindi, quanto sia fondamentale che gli strumenti legislativi vadano di pari passo con la diffusione di una cultura sulla parità, perché da soli, pur di per sé efficaci, se non supportati da una capillare informazione ed educazione sulla parità di genere, rischiano di non trovare adeguata applicazione.

Il vero grande freno all’affermazione di una effettiva eguaglianza non è l’arretratezza delle disposizioni normative, ma la mentalità retrograda e conservatrice della società, che resta arroccata su pregiudizi e stereotipi assurdi e pericolosi. Senza sostrato culturale, le disposizioni restano lettera morta.

Sono all’ordine del giorno, non solo nel linguaggio giudiziario, ma anche in quello giornalistico e più diffusamente nella vita di tutti i giorni, commenti, giudizi, etichette, categorie. Li utilizziamo quotidianamente, talvolta senza consapevolezza, e delle volte, addirittura, li poniamo alla base per giustificare fatti gravi e ingiustificabili: riferimenti ad atteggiamenti soggettivi, al carattere e al temperamento di una persona, agli abiti indossati, al suo orientamento sessuale, alla sua intimità, alla modalità di conduzione della sua vita e della sua sessualità, ad un eventuale stato di ubriachezza,  trasformato in  pericolosa attenuante (come se la scelta di ubriacarsi implichi di aver accettato il rischio di subire violenza), ad un eventuale iniziale consenso all’atto sessuale, pericolosamente concepito come fosse irrevocabile. Si tratta di riferimenti che pesano come macigni, specialmente quando entrano nella motivazione di una decisione giudiziaria e ne determinano il dispositivo, un dispositivo fondato su moralismi, sul modo di essere della persona, che rievoca un diritto penale dell’autore, anzi della persona offesa, del reato e non fondato, invece, come dovrebbe, sui fatti oggettivamente accaduti.

“Ciò che più fa tristezza è che nessuno ha vinto. Non hanno vinto loro, gli stupratori, la loro arroganza. Abbiamo perso tutti. Ha perso la civiltà, la solidarietà umana quando una donna deve avere paura e non fidarsi degli amici, quando si giudica la credibilità di una donna in base al tacco che indossa (…) Quello che vince, invece, giorno per giorno è la voglia di non farmi intimidire, di non perdere la fiducia in me stessa”. Queste le parole della ragazza poco dopo la pubblicazione della sentenza di assoluzione.

Oggi la Corte europea le ha reso giustizia e forse le ha fatto riacquistare fiducia. “Le definizioni definiscono colui che definisce, non colui che è definito” .

S.D.

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