“Nei giorni scorsi il segretario del Pd Enrico Letta ha proposto che i capi dei partiti che sostengono il governo Draghi si incontrino per concordare, sotto la guida del presidente del Consiglio, una linea comune per difendere la legge di bilancio proposta dal governo nel sempre arduo passaggio parlamentare”, scrive l’ex premier Mario Monti in una lettera a La Stampa, ma “Dato che il presidente Draghi non ha finora tenuto riunioni di questo tipo, è nato un certo dibattito pubblico sui pro e contro di tale modalità di governo”, osserva lo scrivente, e “a questo proposito, è stato ricordato che nel governo da me guidato (2011-2013) invitai più volte a colloquio i leader dei partiti della maggioranza”.
Nel ripercorre le tappe di simili incontri, Monti annota che “nel mio caso, a differenza della situazione odierna, nessuno dei miei colleghi ministri apparteneva a partiti. All’atto del formare il governo avevo cercato, con la condivisione e l’appoggio del presidente Napolitano, di persuadere i leader del PdL (Berlusconi e Alfano), del Pd (Bersani) e del Terzo Polo (Casini) a consentire che alcuni esponenti dei loro partiti entrassero a far parte del governo” perciò , sottolinea Monti, “il dialogo con i partiti, indispensabile per avere i voti in Parlamento, non poteva avvenire attraverso questo o quel ministro, che a sua volta dialogasse con il capo del suo partito. Dovevo necessariamente vederli io. All’inizio, per di piu’, in colloqui separati, perche’ Alfano (a volte vedevo direttamente Berlusconi, anche per il riguardo dovuto all’ex presidente del Consiglio) e Bersani (Casini non aveva simili problemi) non volevano farsi vedere insieme neppure in una sala di Palazzo Chigi. Dopo qualche mese, scelsi un tema bipartisan, l’Europa, e su quello “imposi” loro di… maturare un po’ e di venire insieme”. Annota l’ex premier: “Devo dire che il metodo funzionò (al netto delle per me intollerabili nuvole emesse dai sigari di due dei tre tra Alfano, Bersani e Casini). Furono spesso conversazioni dure, a volte con la partecipazione di uno o due ministri a seconda del tema. Tempo perso? A volte forse per loro, quando cercavano di ammorbidire questo o quel provvedimento. Ma mai per il governo” e “fu anche grazie a questi incontri, circa ogni mese e mezzo, e al bilanciamento dei sacrifici (allora si trattava di prendere, non di dare) anche pesanti sulle diverse ‘constituencies’, che per un anno il Parlamento ha dato prova di grande responsabilità”.
Poi Monti rileva e conclude: “Vedendo la politica di oggi, trovo davvero notevole che i diversi partiti della maggioranza di allora abbiano consapevolmente accettato ognuno la sua parte di sacrifici a carico dei propri elettori: Bersani, con la riforma delle pensioni e l’inizio di quella sul lavoro; Berlusconi, con l’Imu, l’inasprimento degli strumenti contro l’evasione, il no a qualsiasi condono, un aumento ex post della penale sui capitali scudati per permettere di conservare piena copertura dall’inflazione almeno sulle pensioni più povere e, si’, le norme sulle incompatibilità e ineleggibilità nell’ambito della legge anticorruzione; Casini, aiutandomi a farli ragionare, in quel periodo, nell’interesse del Paese”.
“Aspettare che Draghi si autocandidi al Quirinale e’ una sgrammaticatura, perche’ nessuno dei dodici presidenti che abbiamo avuto si e’ mai autocandidato”, afferma in un’intervista a La Stampa il senatore dem Luigi Zanda, che racconta: “In un pranzo al ‘Passetto’ dietro Piazza Navona, Cossiga mi svelo’, due mesi prima di essere eletto capo dello Stato, che era stato chiuso un patto blindato tra Dc e Pci sul suo nome. Ma a parte questo, i nomi dei presidenti sono usciti fuori tutti qualche settimana prima del voto”. Dunque, secondo Zanda, Draghi “deve fare questo che sta facendo, il premier e deve accettare le decisioni del Parlamento. Se decidera’ di eleggerlo bene, se no, deve prenderne atto” ma la maggioranza che sorregge il governo “deve fare in modo di accordarsi a tempo debito per un nuovo Presidente: sarebbe corretto e serve un lavoro molto discreto per un accordo politico tra partiti e grandi elettori. Ma ci vuole qualcuno che prenda sulle spalle questo compito e penso che uno dei pochissimi che possa avere questo ruolo sia Enrico Letta. E’ stimato da tutti e nessuno può sospettare che abbia interessi personali: e’ segretario di un partito con il 12 per cento di parlamentari e non puo’ suscitare preoccupazioni di qualsivoglia egemonia”, conclude il senatore del Pd.
“Il Parlamento ha un ampio margine perchè quasi un terzo della manovra verrà scritto con le Camere, cioè il primo passo della riforma fiscale, per la quale ci sono 8 miliardi”, dice in un’intervista al Corriere della Sera la sottosegretaria all’Economia, Maria Cecilia Guerra, la cui componente, LeU, “è per il taglio del cuneo perchè i lavoratori dipendenti portano il peso maggiore dell’Irpef mentre non ritiene prioritario un taglio dell’Irap” mentre “per alleggerire il carico sulle imprese avrebbe invece senso togliere il contributo Cuaf visto che con la riforma dell’assegno unico sui figli esso è diventato universale e non più solo a favore dei lavoratori dipendenti”. Quanto invece al Superbonus, il cui tetto Isee potrebbe essere alzato di 25mila euro per le case unifamiliari, Guerra sostiene: “Credo che ci si possa ragionare, anche se non c’è uno spazio per grandissimi ampliamenti. Del resto, sui bonus il governo ha messo una trentina di miliardi, stabilizzando gli incentivi per un triennio, ma intervenendo anche per contrastare gli abusi che ci sono stati sulla cessione del credito ed estendendo il prezziario dal Superbonus agli altri bonus, per frenare l’aumento dei prezzi”.
“E’ utile che la politica si faccia sentire perchè con un governo di larghe intese come quello che abbiamo il Parlamento ha poche possibilità di incidere. Ma è giusto che i partiti possano dire la loro sul più importante documento di programmazione economica”. Lo sostiene in un’intervista al Corriere della Sera Riccardo Molinari, capogruppo della Lega a Montecitorio, che dice di apprezzare la proposta del segretario del Pd Enrico Letta di riunire i leader della maggioranza per trovare un’intesa su come spendere quegli 8-10 miliardi destinati alla riduzione delle tasse, tant’è che “proprio per questo e’ bene che ci si trovi per individuare su cosa è possibile trovare una convergenza. La Lega è da mesi che propone un confronto con le altre forze politiche sui principali temi che arrivano sul tavolo. Su alcuni temi (le pensioni) non ci sono margini di intesa. Su altri vediamo cosa si può fare”, aggiunge. Ma al avolo dei leader si parlera’ anche del Quirinale?, chiede il giornale: “Molto difficile, anzi direi che sarebbe caldamente da evitare – risponde Molinari – il tema agiterebbe ulteriormente le acque che già non sono tranquille. Meglio tenere distinte le questioni di governo dalle scelte istituzionali. Ora e’ solo una lotteria di nomi fine a se’ stessa”. Ma “dal mio punto di vista – sottolinea il capogruppo della Lega – è più importante che prima di arrivare a quell’appuntamento il centrodestra individui una posizione comune. Noi dobbiamo pensare anzitutto a tenere uniti tutti i nostri, anche perche’ come coalizione abbiamo la maggioranza relativa. Da questa dobbiamo partire per confrontarci con il centrosinistra”. E anche su Silvio Berlusconi possibile candidato comune del centrodestra, Molinari si cuce la bocca: “Ho detto che non è il momento di fare nomi, si figuri se me ne scappa uno…”, conclude.
“Come si temeva, i candidati alla mediazione si stanno moltiplicando: ognuno con il suo ruolo e grumo di interessi da difendere”, osserva Massimo Franco sul Corriere della Sera, e che “finiscono per proiettare sui provvedimenti da prendere e sul voto per il Quirinale di gennaio ombre di involuzione dei rapporti politici: proprio il contrario di quello che le buone intenzioni volevano ottenere e le esigenze del Paese richiederebbero”. Ovvero, “non esiste un ‘tavolo’ condiviso per trattare tutti insieme, ma più ‘tavoli’, spuntati per delegittimare gli altri. La preoccupazione e’ che aumentino le pressioni delle forze di maggioranza su Palazzo Chigi; e, quasi per inerzia, non la loro unita’ ma la conflittualità”. D’altronde, osserva ancora Franco, “l’avvitamento dei rapporti politici e’ in atto da tempo” e “a renderla scivolosa è l’incrocio tra azione di governo e scadenza del capo dello Stato” quindi “la prospettiva di arrivare all’inizio del 2022 con una coalizione slabbrata comporta un doppio rischio: che il governo si ritrovi accerchiato da partiti inclini a riprendersi i vecchi spazi di manovra; e che questo rimetta in forse quanto e’ stato fatto finora. E’ una deriva che una parte della maggioranza sembra non vedere. Si preferisce la parola d’ordine del ‘Draghi premier per sempre’: slogan che nasconde strategie agli antipodi, dalla voglia di prolungare la legislatura fino al termine del 2023, a quella inconfessabile di elezioni anticipate”. Conclude l’editorialista: “Risulterà dirimente anche il modo in cui il prossimo presidente della Repubblica sara’ scelto. Altrimenti, la prospettiva delle urne potrebbe prendere corpo davvero. E sarebbe necessario spiegare chi e perchè le insegue, uscendo da una maggioranza ritenuta fino al giorno prima tanto atipica quanto inevitabile. La foto di gruppo dei leader scattate ieri alla Confesercenti tentano di accreditare un simulacro di unità. Renderla credibile richiedera’ un grande sforzo supplementare”. “Spetta alla politica decidere chi deve presiedere il governo e chi fare il presidente della Repubblica. In ogni caso e’ fondamentale che alla guida del Paese vadano persone con la competenza necessaria per portare avanti un cambiamento difficilissimo, perche’ il rischio e’ di sprecare un’occasione storica che non si riproporrà”. E’ quanto sostiene Marco Tronchetti Provera, manager Pirelli, in un’intervista a la Repubblica, nella quale sostiene anche che “in questa fase noi vediamo gli effetti positivi di una ripresa di fiducia in Italia e in generale di una volontà di ripartenza dopo la fase piu’ acuta della pandemia. Questo e’ il contesto generale in cui l’elemento al centro e’ proprio la fiducia della gente nel futuro”.
Per Tronchetti “La fiammata dei prezzi delle materie prime ha una parte sana legata alla riduzione delle scorte durante la crisi pandemica, che in questa fase di ripartenza si traduce però in una domanda superiore all’offerta, con una pressione per tutta la filiera delle materie prime e dei trasporti. Mi pare un processo destinato a rientrare in un alveo naturale. L’energia, invece, lo vedrei come un capitolo a sè perchè e’ direttamente connesso a una complessa gestione della transizione energetica”. Poi Tronchetti sottolinea: “Credo che buona parte di questa crescita sia legata al rimbalzo, perche’ non abbiamo ancora fatto nulla dal punto di vista dell’utilizzo delle risorse straordinarie previste dal Pnrr. Ma dietro questo c’e’ fiducia, voglia di ripartire. L’Italia ha gestito bene la crisi pandemica. La gente dunque ha apprezzato la competenza e il senso di responsabilitàdi chi ci ha governato. Adesso parte la seconda fase, quella più consistente, dove i limiti delle nostre strutture burocratiche, amministrative, normative vengono messi alla prova. E’ chiaro che senza i cambiamenti, senza le riforme e gli investimenti nella giusta direzione la fiammata rimarrà tale e ci ritroveremo, in pochi mesi, a fare i conti con una realtà non più così positiva, con un debito non piu’ sostenibile. C’e’ la necessità di dare corpo a quello che è stato scritto e approvato da Bruxelles che e’ fatto di riforme e di investimenti”. Quindi il manager Pirelli conclude: “Credo che questa possa essere davvero un’occasione di svolta. Questo e’ un appuntamento con la storia. L’Italia si trova, per un insieme di circostanze, a essere il punto di equilibrio, o l’origine di ulteriori squilibri nel panorama geopolitico europeo e non solo. All’Italia sono state destinate le risorse maggiori del piano europeo. Se falliremo daremo ragione a quei Paesi che non vogliono condividere il bilancio europeo. Nella mia vita non ho mai visto una situazione di questo genere. La leadership italiana e’ riconosciuta non solo a livello europeo, ma anche a livello globale. In una Europa in trasformazione, con Merkel che lascia la scena in Germania e la Francia che si è riavvicinata all’Italia, questi tre Paesi possono rappresentare il cuore di un progetto europeo che va ben al di la’ del Pnrr”.
“Subito un referendum sull’immigrazione, con una modifica della Costituzione per garantire la primazia del diritto francese su quello internazionale. Bisogna fermare l’immigrazione illegale e anche quella legale, non sarò brutale nè avventata ma ferma”. E’ la priorità che Marine Le Pen, la leader del Rassemblement national francese indica in un’intervista al Corriere della Sera. Ma subito al secondo posto indica “il potere d’acquisto: i francesi sono schiacciati dalle spese obbligate, dalle bollette e dal pieno di benzina, e io farò abbassare l’Iva sull’energia dal 20% al 5,5%. Terzo dossier, cambiare l’Europa. Molti Paesi non allineati ai dogmi di Bruxelles si aspettano dalla Francia un progetto forte, in difesa della libertà, perchè fa parte della nostra storia. Andrò a Bruxelles a ristabilire la sovranita’ delle nazioni”. E’ in questa prospettiva che Le Pen ha infatti incontrato il premier ungherese Viktor Orba’n a Budapest, perchè – spiega – stiamo allargando lo spettro delle forze politiche che hanno una visione comune su questi temi, come è già il caso di Matteo Salvini in Italia. Non vogliamo rimpiazzare il modello unico attuale con un altro modello unico uguale per tutti. Ogni nazione potra’ prendere scelte autonome e riavràa’ la sua libertà”. Quanto alla situazione italiana, con un Salvini al governo di unita’ nazionale e Meloni all’opposizione, Marine Le Pen annota: “Si’, e’ un governo dove ci sono quasi tutti, tranne Giorgia Meloni. Comunque, Matteo Salvini ha spiegato già molte volte che la sua visione politica non si è adeguata a quella di Draghi, semplicemente sostiene il governo per il bene del Paese, e chi sono io per giudicare la politica interna italiana? Quel che so e’ che conosco Matteo Salvini da tempo e ho grande fiducia in lui. E’ un uomo onesto e leale con convinzioni sincere. In Europa non cerco dei cloni ma degli alleati, ma al tempo stesso e’ vero che Matteo Salvini ha fatto della Lega un partito fratello del Rassemblement national”. su Giorgia Meloni aggiunge: “Capisco bene che possa trovarsi in una forma di competizione, con Matteo. Ma dobbiamo riunirci, essere l’avanguardia della rifondazione europea. So che e’ cosi’ per Matteo, non so se e’ ancora così per Giorgia, ma bisogna che ognuno accetti di lavorare assieme in Europa. Può essere complicato specie in Italia, si è assieme poi non lo si è più, ma a livello europeo occorre che queste rivalità vengano messe da parte”. Però Leb Pen garantisce che rispetto alla nascita del nuovo gruppo al Parlamento europeo “stiamo avanzando, dopo la firma in luglio di una Carta per l’avvenire dell’Europa, con me, Matteo, Giorgia, il partito di Orban che è stata una novità importante, e altri. Non dobbiamo perdere l’appuntamento con la Storia”, conclude Marine Le Pen.
Introdurre il salario minimo, anche se la direttiva Ue non lo imporrà all’Italia, come suggerisce il ministro del Lavoro Orlando? “Non spetta alla Commissione decidere per gli Stati e non è mia intenzione cercare di convincere un governo a introdurlo. So che l’Italia sostiene la proposta e questo mi fa molto piacere. Non voglio interferire. Mi limito solo a far notare che l’Italia ha un sistema di contrattazione collettiva molto esteso, forse il più esteso dell’intera Ue, ma al tempo stesso ci sono salari molto bassi. Questo e’ un aspetto che va affrontato”, risponde in un’intervista a La Stampa il commissario Nicolas Schmit, che ha la delega al lavoro e ai diritti sociali. E secondo il quale “c’e’ un problema europeo di disallineamento delle competenze, più pronunciato in alcuni Paesi. In alcuni settori assistiamo a una carenza di manodopera e si tratta di un problema strutturale. Non lo potremo correggere nel giro di pochi mesi, ma è importante avere politiche del lavoro attive e aumentare gli investimenti nella formazione. Questo spetta alle autoritàa’ pubbliche, ma anche alle aziende. L’Ue e’ pronta a dare un supporto, come del resto succede con gli investimenti previsti dal Pnrr italiano. Si tratta di una questione che va affrontata massicciamente, attivamente e rapidamente. Deve diventare una delle priorità nei prossimi mesi e nei prossimi anni”. Quanto invece al reddito di cittadinanza Schmit spiega: “Credo sia uno strumento giusto per combattere la povertà e l’esclusione economica e sociale. La Commissione lo ha sempre difeso e per questo sostengo il governo nella sua decisione di mantenerlo. Ma sono d’accordo nel dire che devono esserci delle condizioni. Bisogna per esempio fare in modo che i beneficiari seguano corsi di formazioni e vadano alla ricerca di un lavoro: solo così li possiamo aiutare a reintegrarsi nel mercato del lavoro e nella vita sociale per essere autonomi. Un reddito di cittadinanza e’ importante per prevenire la povertà, ma non ci si può limitare al sussidio” mentre sulle pensioni annota: “Molto importante e’ avere un sistema sostenibile. L’Italia ha sofferto la stagnazione, l’alta disoccupazione, soprattutto giovanile, e una scarsa crescita: questo non è negativo soltanto per l’economia, ma anche per il sistema pensionistico. L’Italia deve dunque tornare a un’economia di crescita, che crei lavoro e renda il sistema pensionistico sostenibile. Oltre alla sostenibilità c’è però anche una questione di adeguatezza: le pensioni devono consentire di vivere in modo dignitoso”. “So che si sta parlando di una soluzione transitoria con le parti sociali e so benissimo che una riforma strutturale non può essere fatta in poco tempo. Per questo prendiamo atto della soluzione transitoria, ma l’importante è che si tenga un occhio sulle pensioni affinchè il sistema resti sostenibile nel medio-lungo periodo e gli assegni garantiscano una vita dignitosa”, conclude Schmit.
