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Zaki libero. Ma la partita con l’Egitto non è chiusa

Dopo circa 670 giorni dietro le sbarre Patrick Zaki ha lasciato il carcere, ma la sua vicenda giudiziaria non si è ancora conclusa. Anzi, gli attivisti chiedono di usare “un cauto ottimismo”. L’accusa di diffusione di false notizie nel Paese e all’estero non è decaduta, e la Corte della seconda divisione del Tribunale di Emergenza per i reati minori di Mansoura – nel nord del Paese – ha stabilito di aggiornarsi l’1 febbraio prossimo. La buona notizia è che il ricercatore, dopo un’infinità di udienze in cui la carcerazione preventiva nel carcere di massima sicurezza di Tora al Cairo veniva regolarmente rinnovata, è potuto tornare a casa e riabbracciare la fidanzata, i genitori e la sorella Marise, trascorrendo con amici e parenti questo Natale. La cattiva, è che Zaki rischia ancora il carcere, inoltre troppe incognite pesano su un procedimento che secondo i difensori per i diritti umani non dovrebbe proprio svolgersi. Primo, perché lo studente è a processo per aver esercitato la libera manifestazione del pensiero, un diritto che la Costituzione egiziana salvaguarda. Zaki è infatti “reo” di un articolo pubblicato su un sito web nel 2019 in cui denunciava abusi, molestie e violenze di cui è vittima la minoranza a cui lui stesso appartiene, quella copto-cristiana.

Secondo, perché la sua vicenda giudiziaria è segnata da varie irregolarità, a partire dalla questione del sequestro di cui sarebbe stato vittima. Stando alla famiglia, Zaki è stato arrestato dagli agenti della National security agency – i servizi segreti egiziani – all’aeroporto del Cairo il 7 febbraio del 2020. Lo studente, iscritto al primo anno di un master europeo presso l’università ‘Alma Mater Studiorum’ di Bologna, stava rientrando per una breve vacanza dopo aver terminato la sessione invernale degli esami. Nei verbali ufficiali risulta invece che l’arresto è avvenuto l’8 febbraio a Mansoura, ossia il giorno dopo, nella sua città d’origine. Dove è stato Patrick nel lasso di tempo tra l’atterraggio dell’aereo e la detenzione a Mansoura? Per i suoi legali, nelle mani dell’Nsa, che è anche accusata di averlo percosso e usato l’elettroshock durante il primo interrogatorio.

Gli avvocati hanno chiesto alla Corte – senza ottenere risposta – di poter avere accesso ai video delle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto per sciogliere il nodo del sequestro. Una pratica che stando a un report di Amnesty International del 2016 (“Egitto: ‘Tu ufficialmente non esisti’. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo”) sarebbe “una tendenza che vede centinaia di studenti, attivisti politici e manifestanti, compresi 14enni, sparire nelle mani dello Stato senza lasciare traccia”. Di tali sparizioni Amnesty accusa l’Nsa. Gli avvocati, come apprende sempre la Dire, devono inoltre capire se è possibile prevedere qualche “eccezione”, come previsto per legge, al divieto imposto allo studente di lasciare il Paese, e se vige l’obbligo di pernottare nel più vicino posto di polizia dalle 18 alle 6. “Più di tutto però temiamo che possano arrestarlo nuovamente imputandogli nuovi capi d’accusa” spiega all’Agenzia Dire Amr Abdelwahab, amico di vecchia data di Zaki e membro del movimento Patrick libero.

Abdelwahab si riferisce al meccanismo noto come “porta girevole”, che alla Dire Giorgio Caracciolo, responsabile per l’area Medio oriente e Nord Africa per il Danish Institute Against torture (Dignity), definisce così: “Le autorità egiziane lo usano per evitare la scarcerazione di un detenuto: la decisione del rilascio emessa dal giudice viene ‘resa nulla’ aprendo un nuovo caso con nuove accuse. In questo modo il regime aggira le sue stesse norme – già molto dure, se pensiamo che la detenzione cautelare può essere rinnovata fino a due anni senza che le indagini o il processo partano nel frattempo – ed è una pratica che sfiora la tortura psicologia: basterebbe condannare l’imputato, invece si preferisce lasciarlo nell’incertezza, arrivando magari al rilascio o all’assoluzione per poi ricominciare tutto da capo”. Caracciolo però sul caso Zaki si mantiene ottimista: “Non credo che Zaki sarà nuovamente arrestato o incriminato- sostiene l’esperto- l’Egitto probabilmente vuole chiudere questa vicenda per riabilitare la propria immagine in Italia e all’estero”. Anche Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, è ottimista, sebbene oltre al processo celebrato a Mansoura restino ancora pendenti i reati contestati all’inizio, tra cui quello di sedizione, attraverso dei post su Facebook che secondo gli avvocati non sarebbero di Patrick.

“Al momento però- sottolinea il portavoce- ne’ le indagini né il processo sono iniziati quindi, pur usando una certa cautela, lo scenario che si è aperto oggi fa pensare che sia meno probabile che cominceranno ora”. Il processo per l’accusa di diffusione di “fake news” è invece partito a settembre scorso. Amnesty, come molte altre associazioni, chiedono quindi di continuare a mantenere alta l’attenzione, convinte che parlare di Zaki significhi continuare a denunciare un Paese in cui lo Stato di diritto sembra sempre più sotto attacco. Per gli esperti, almeno 25.000 cittadini egiziani come Zaki sarebbero in carcere per reati di coscienza. Un impegno rispettato in questi 22 mesi da migliaia di persone tra studenti, attivisti, intellettuali e politici, guidati dagli amici di Bologna del giovane ricercatore. Tanti poi i comuni che hanno conferito la cittadinanza onoraria allo studente egiziano appassionato di diritti umani e di genere, mentre la proposta approvata in Parlamento lo scorso aprile non ha ancora trovato seguito nel governo. Il ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale Luigi Di Maio su Twitter intanto ringrazia il corpo diplomatico: “Primo obiettivo raggiunto: Patrick Zaki non è più in carcere. Adesso continuiamo a lavorare silenziosamente”. Il papà George Michel invece su Facebook ringrazia tutti per “l’affetto e la vicinanza” e si gode la gioia del momento, dopo i “tanti giorni difficili trascorsi”.

Oggi Zaki, in un’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: “Non mi hanno annunciato che sarei stato rilasciato. All’improvviso mi hanno portato al commissariato, e hanno iniziato a prendermi le impronte. Non capivo cosa stesse succedendo, non c’erano segnali che mi stessero per scarcerare. Ero confuso. Non posso dire tutti i dettagli e preferisco non parlare delle condizioni di detenzione. Ma poi ho capito che c’era una speranza. È la speranza, sai, la cosa più difficile da tenere in vita quando ti tolgono la libertà”. Una delle cose che “più ti fa soffrire quando sei in carcere è il pensiero del dolore che provochi alle persone cui vuoi bene. Io devo solo dire grazie, grazie all’Italia per essere stata vicina a me e alla mia famiglia. Grazie a tutti quelli che hanno tenuto accesa la luce. E l’elenco è lunghissimo. L’Italia si è adoperata per il rilascio a più livelli: “Vedere in aula i vostri rappresentanti diplomatici durante le udienze mi ha dato forza. E sono sicuro che ci sono decine e decine di altre persone cui dovrò stringere la mano”. “Non dimenticherò mai – aggiunge – tutte le volte in cui durante le visite mi venivano raccontato delle manifestazioni, delle piazze. E di tutte le iniziative organizzate per chiedere il mio rilascio in questi quasi due anni”.

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