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“Se Putin avesse voluto invadere lo avrebbe già fatto, come in Crimea nel 2014”. L’analisi di Minniti sull’Ucraina

“La situazione attuale in Ucraina mi ricorda la crisi dei missili a Cuba nel 1962, con le armi sovietiche a una manciata di miglia dagli Stati Uniti e il mondo in tensione per la paura dello scoppio di una guerra atomica”. Lo afferma l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti in una intervista a Libero. E sostiene che “se Putin avesse voluto invadere lo avrebbe già fatto, come in Crimea nel 2014” afferma l’oggi presidente di Med-Or, fondazione creata da Leonardo per promuovere le relazioni con il Mediterraneo. “Tuttavia, se hai uomini armati in trincea e miliziani in circolazione, l’incidente, e la conseguente escalation bellica, non si possono escludere. Anzi! Per questo la tensione va, immediatamente, allentata”, “il tema è se la possibilità di un Paese di entrare nella Nato deve essere sottoposta, di fatto, all’approvazione di uno Stato che non appartiene all’Alleanza Atlantica. In tal caso, significherebbe riconoscere a Mosca il ruolo di minoranza di blocco nel mondo. E’ una partita cruciale per i rapporti tra le democrazie occidentali e la Russia” e la strategia di Putin “è perseguire, con un rischio calcolato, un progressivo slittamento delle posizioni occidentali, dai principi alle alleanze, al controllo dei territori. E’ una continua pressione geopolitica per far apparire possibile quello che, ieri, sembrava impossibile. Per questo l’Occidente non può perdere la partita ucraina”.

Con il ritiro in Afghanistan, evidenzia, “è apparso per la prima volta possibile che l’Occidente, se sottoposto a pressioni, finisca per accettare condizioni impensabili” e “dopo Kabul non ci può essere Kiev. L’Ucraina non può, non deve essere lasciata sola. È molto importante che, anche in queste ore Usa, Nato, Europa ed Uk stiano sviluppando il massimo di deterrenza”. Evidenzia poi che in Africa “Pechino sta conquistando economicamente e culturalmente il Continente” mentre la Russia gioca la partita politica e militare, “il Sahel francofono è sempre di più destabilizzato. In Burkina Faso c’è appena stato un colpo di Stato, in Mali ci sono state imponenti manifestazioni di massa, da Timbuctu a Bamako, antifrancesi e filo russe. Sul territorio sono già schierati i miliziani della Wagner, i mercenari russi guidati dall’ex cuoco di Putin. Già presenti in Cirenaica. Più ad est nel Corno d’Africa: in Sudan c’è stato, solo pochi mesi fa, un golpe ed in Etiopia siamo nel pieno di una guerra civile che può portare a una gravissima crisi alimentare e umanitaria”, “Putin sogna di ricostruire, almeno a livello di influenza, una Russia imperiale” e “per certi versi è andato finanche oltre. Ha esteso l’influenza russa sull’Artico e sul Mediterraneo, orientale e centrale, centrando obiettivi mai realizzati dell’impero zarista”. Tutto questo nell’indifferenza dell’Europa e degli Usa? “Più che altro nell’incapacità di incidere. La vicenda libica è illuminante” con “sullo sfondo lo spettro della divisione del paese in due zone d’influenza. Una sotto l’influenza russa ed egiziana, l’altra sotto quella della Turchia e del Qatar. E la Libia è dall’altra parte del Mediterraneo. Il Sahel è il confine meridionale dell’Europa” e “l’Africa sub-sahariana è ormai diventata tra i principali baricentri mondiali del terrorismo”.

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