Una proposta “semplice”, non legata a rendite di posizione e che “porta con sé la lotta ai contratti a tempo determinato e al part time involontario”: 10 euro l’ora da prevedere come minimi salariali nei Ccnl. E’ questa la proposta che l’Usb gira al dibattito politico ed economico in corso su come assicurare maggior salario in busta paga per evitare il fenomeno del lavoro ‘povero’. “I minimi tabellari costituiscono la formula più semplice per evitare contenziosi e interpretazioni equivoche con i datori di lavoro.
Dall’approvazione della legge le parti avrebbero un tempo, da sei mesi a un anno, per adeguare i contratti alle nuove condizioni. La legge avrebbe pertanto un effetto immediato di impulso alla contrattazione nel segno del rialzo dei salari, e non solo di quelli minimi, giacché gli altri livelli andrebbero adeguati in proporzione”, spiega il sindacato.
“La legge dovrebbe prevedere un meccanismo di adeguamento annuale o biennale in base all’andamento del costo della vita, con un riferimento a indici dei prezzi in cui siano considerati tutti i beni essenziali che influiscono sulla vita di un lavoratore”, prosegue l’Usb. Accanto alla legge sul salario minimo altri due provvedimenti: uno di forte contenimento dei contratti a tempo determinato, che ne limiti l’uso e li vincoli a specifiche condizioni; e un altro che combatta l’uso del part time involontario e ne rialzi fortemente la soglia oraria minima. Sul fronte della rappresentanza infine, su cui da anni l’Usb si batte “a favore di una legge che garantisca a tutte le organizzazioni le stesse opportunità”, che sia democratica e pluralista, che non leghi le agibilità sindacali solo, servirebbe “un pacchetto di regole semplici ma poco digeribili sia per i padroni che per i sindacati concertativi, ma anche un campo di battaglia politica e sociale per ripristinare uno spazio di democrazia nei posti di lavoro”.