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Recessione, ecco cosa ci dicono gli indicatori

I timori di recessione globale diventano sempre più una realtà: i mercati sono scossi non solo dalla rapidità del rialzo dei tassi da parte delle banche centrali, ma anche da una serie di indicatori che anticipano il collasso dell’economia. Il prezzo del petrolio schizza, l’impennata dell’inflazione non si arresta e di conseguenza il settore manifatturiero non riesce a ripartire. Oggi il quadro che arriva dall’Eurozona non è di certo rassicurante: gli indici Pmi manifatturieri, messi a punto da S&P Global, scendono nei maggiori paesi dell’Europa e nessuno supera la soglia di espansione di 50. Anche in Gran Bretagna il valore sale a 48,4 a settembre (contro il 47,3 di agosto ma al di sotto della stima flash di 48,5).

Ora c’è attesa per il dato degli Stati Uniti: alle 16 verrà reso noto l’indice Ism manifattura. Mercoledì invece, sia per la zona euro che per gli Usa, sarà la volta degli indici Pmi servizi. Nel dettaglio l’indice S&P Global Pmi manifatturiero dell’Eurozona di settembre è sceso a 48,4, da 49,6 di agosto, segnalando un nuovo peggioramento delle condizioni operative dei produttori e crollando ai minimi da giugno 2020. In Italia e’ rimasto pressoché invariato rispetto alla lettura di 48 di agosto, salendo leggermente a 48,3 a settembre, contro attese a 47,5: si tratta del terzo modesto peggioramento mensile consecutivo del settore.

“La pessima combinazione del settore manifatturiero in recessione e l’incremento della pressione inflazionistica aggiungono ulteriori preoccupazioni alle previsioni dell’economia dell’eurozona. – commenta Chris Williamson, Chief Business Economist presso S&P Global Market Intelligence – Escludendo le restrizioni pandemiche iniziali, i manifatturieri dell’eurozona non hanno mai osservato questi livelli di contrazione della domanda e della produzione dall’apice della crisi finanziaria di inizio 2009. La contrazione è stata principalmente causata dall’impennata del costo della vita, che ha ridotto la capacità di spesa colpendo la domanda. L’aumento dei prezzi energetici però sta sempre più limitando la produzione presso i manifatturieri ad alta intensità energetica”. E secondo S&P Global la situazione sembra destinata a peggiorare, “con gli ordini in calo ad un tasso significativamente maggiore rispetto a quello della produzione. Sono probabili altri tagli alla produzione nei prossimi mesi a meno che non ci sia una ripresa della domanda.

A settembre, la combinazione di costi più alti e crollo della domanda ha inoltre spinto la previsione delle aziende per l’anno prossimo di nuovo in forte ribasso, causando di conseguenza una riduzione degli acquisti di beni e una più bassa crescita occupazionale, in preparazione di un rigido inverno. La crisi energetica ha controbilanciato il rallentamento della pressione inflazionistica dovuta ai minori ritardi dei fornitori dei mesi recenti. Dopo quattro mesi di rallentamento della pressione sui prezzi, l’inflazione dei costi d’acquisto ha ripreso ad accelerare, ponendo ulteriore pressione al rialzo sull’inflazione dei prezzi al consumo”.

Venerdì altri elementi arriveranno dai dati sul mercato del lavoro Usa di settembre. Il rapporto mensile sulle paghe degli americani dovrebbe mostrare un altro mese di robusta creazione di posti di lavoro e un tasso di disoccupazione vicino ai minimi da 50 anni a questa parte. Su questo fronte sono attese buone indicazioni che rafforzerebbero lo scenario, sgradito ai mercati, di un ulteriore rialzo di 75 punti base da parte della Fed nella prossima riunione di inizio novembre. Non meno di rilievo gli impatti che deriveranno ancora dalla crisi energetica sul settore industriale: solo per restare tra gli appuntamenti di questa settimana in Germania, c’e’ attesa per la pubblicazione, giovedì, dei dati sugli ordinativi di fabbrica e venerdì per quelli sulla produzione industriale.

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