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Attentato a Istanbul, Erdogan ne uscirà più forte?

Negli ultimi anni il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha mostrato tutto il suo acume politico mettendo in campo una grande abilità nel ribaltare a proprio favore avvenimenti che ne avrebbero dovuto minare forza e consenso. La stessa cosa è prevedibile avverrà ora, all’indomani dall’attentato terroristico che ha ucciso sei persone e fatto decine di feriti nel cuore della metropoli di Istanbul, sulla centralissima via Istiklal, luogo simbolo della città. Con l’economia a pezzi e l’inflazione superiore all’85% e delle cruciali elezioni previste per giugno prossimo il presidente turco si ritrovava indietro nei sondaggi fino a pochi mesi fa. Un piano di ripresa economica e il rilancio dell’immagine della Turchia sul piano internazionale, con i tentativi di mediazione tra Russia e Ucraina, ne hanno sicuramente rafforzato l’immagine, anche a livello interno. Erdogan non ha nascosto i problemi dell’economia, ma ha sempre ripetuto che uno dei risultati ottenuti dal proprio governo riguarda la sicurezza, la fine del terrorismo e della stagione della bombe che aveva drammaticamente caratterizzato il biennio 2015- 2016.

L’ultimo attentato su suolo turco aveva infatti avuto luogo nella discoteca Reyna di Istanbul, firmato dall’Isis: avvenne poco dopo la mezzanotte del 31 dicembre 2016 e costò la vita a 39 persone. La fine del terrorismo aveva rappresentato per la Turchia l’inizio di una lentissima ripresa del turismo, culminata con un record di presenze quest’anno, durante una stagione iniziata a marzo e che era ancora in corso al momento dell’esplosione di ieri: ossigeno puro per un settore che da solo in passato ha rappresentato quasi il 15% del Pil nazionale e che garantisce introiti in moneta straniera necessari a dare slancio alla moneta turca, la lira, che ha perso il 50% del proprio valore tra il 2021 e il 2022 e che negli ultimi mesi si era stabilizzata, pur senza recuperare terreno. Ora è prevedibile che l’attentato di ieri avrà ripercussioni su entrambi, la valutazione della moneta e l’industria del turismo. Allo stesso tempo la reazione di Erdogan di ieri, nella conferenza stampa prima della missione G20 a Bali, ha lasciato intendere che non si faranno sconti, sopratutto dopo che il leader turco ha sempre avuto nella sicurezza il proprio cavallo di battaglia. Con l’attentato Erdogan ha un’argomentazione in piu’ per giustificare la crisi economica e porsi come la panacea del male che affligge la Turchia. Un’operazione politico-mediatica facilitata dall’opposizione, impantanata in un eterno dialogo per la scelta di un candidato che ancora non c’è, mentre l’Akp del presidente e’ di fatto in campagna elettorale da due mesi. E’ quindi prevedibile che anche gli strascichi di questo attentato diventino argomento per corroborare un consenso che fino a qualche mese fa era zoppicante ed altrettanto prevedibile che Erdogan ne uscirà più forte.

 L’arresto dell’esecutrice dell’attacco e di altre 46 persone legate ai separatisti curdi del Pkk/Ypg di Kobane da un lato costituiscono una sconfitta per Erdogan e dell’enorme apparato di sicurezza turco, che ha permesso che un attentato pianificato nel nord della Siria colpisse il cuore della metropoli simbolo del Paese; dall’altro pero’ offrono al governo di Ankara lo spunto, se non una vera a propria arma, da utilizzare nei dossier ancora sul tavolo della politica internazionali. La querelle con Svezia e Finlandia in primis. Ankara ha da Maggio in poi negato il via libera all’allargamento Nato ai due Paesi scandinavi accusandoli di sostenere il Pkk, permettere manifestazioni e raccolte fondi sul proprio suolo e garantire asilo a terroristi di cui Erdogan pretende la consegna per dare il via libera all’allargamento. Inutile dire che l’attentato di ieri rende quasi inattaccabile la posizione di Ankara ed elimina qualsiasi possibilità che Erdogan ammorbidisca le proprie richieste. Interessante anche l’intervento del ministro degli Interni Suleyman Soylu: la partenza di Erdogan per Bali e l’agenda del G20 hanno infatti lasciato spazio a vicepresidente e ministri, da ieri ininterrottamente a lavoro. Soylu ha respinto le condoglianze giunte dagli Stati Uniti, definite inaccettabili alla luce degli anni di polemiche e accuse tra Ankara e Washington che hanno sempre avuto al centro proprio i curdi siriani dello Ypg e il Pkk.

Il fatto che l’attentato sia stato pianificato nel nord della Siria, nella citta’ a maggioranza curda di Kobane che con la Turchia confina, non fa che peggiorare le cose e irrigidire Ankara. Si tratta di un’area in cui la Turchia ha allargato la propria sfera di influenza scontrandosi proprio con la Casa Bianca, che ha utilizzato i curdi dello Ypg come fanteria contro gli Isis e a Kobane ha avuto una base per anni. “Finanziano i terroristi e gli mandano armi, respingiamo le condoglianze degli Stati Uniti”, ha detto Soylu. Parole che in questo contesto vanno valutate come se fossero uscite dalla bocca di Erdogan. Negli ultimissimi mesi tuttavia le polemiche con Washington avevano riguardato la Grecia e le armi americane che Atene ha dispiegato su isole vicinissime alla costa turca. Sullo sfondo le pressioni della Grecia sul Senato Usa, affinche’ blocchi la vendita di jet da guerra F-16 che Ankara ha gia’ pagato e che ancora attende. “Se non avessimo arrestato l’attentatrice oggi, sarebbe fuggita in Grecia”, ha detto Soylu stamane. Terroristi sostenuti dagli Usa, che nella Grecia trovano un approdo sicuro. Il messaggio del governo turco e’ stato lanciato per i mesi a seguire e non poteva essere più chiaro di così.

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