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Quando il salario minimo e la contrattazione collettiva sono come un cane che si morde la coda

Da una parte la contrattazione collettiva che va salvaguardata perché strumento concreto e democratico tra parte datoriale e sindacale, ma che non sempre riesce a garantire paghe dignitose, dall’altra una proposta di legge che bypassa sindacati dei lavoratori e le organizzazioni dei datori di lavoro per cercare di stabilire un salario minimo legale e quindi un tetto minino di retribuzione mensile da cui non si può scendere.

Se da anni il potere di acquisto di molti italiani rispetto ad altri Paesi europei è in caduta libera, è un segnale. Poi c’è anche l’inflazione, ma è un altro discorso. Bisogna riformare la contrattazione? Bisogna incidere maggiormente sul taglio del cuneo per allentare la pressione fiscale e quindi distribuire di più al lavoratore?

Come la si pensi, c’è di certo la necessità reale di tutelare i troppi working poor che risiedono e lavorano in Italia, ma se è vero che nel nostro Paese l’occupazione aumenta, questa non può di certo andare a braccetto con il lavoro povero. Anche le forze parlamentari se ne sono accorte ed ormai il provvedimento sul quale le opposizioni, meno che i renziani, hanno trovato un accordo per un testo condiviso, andrà in Aula il 28 luglio.

Presto, perchè è stato predisposto un calendario dei lavori fitto. Ad ogni modo l’Inps, per cui era prevista un’audizione, invierà una memoria scritta; l’Inail non interverrà per mancanza di competenze sul punto, mentre i rappresentanti dell’Istat saranno ascoltati l’11 luglio. Il termine per la presentazione degli emendamenti è previsto per le 12 di venerdì 14 ed il voto di questi il 18 e 19; il via libera in XI commissione è poi atteso per mercoledì 26.

Il presidente della Commissione Lavoro Walter Rizzetto (in foto) dice di non comprendere la posizione “di chi non vuol arrivare a settembre per approfondire, completare il ciclo delle audizioni ed omogeneizzare le idee che la maggioranza proporrà” e la ministra Marina Calderone sostiene che “la risposta del governo non è un chiudere la porta o dire assolutamente no alla proposta delle opposizioni,  ma fare una valutazione complessiva sui temi e poi prendersi anche la responsabilità di individuare dei percorsi”.

Il tema rimane complesso perché valorizzare la contrattazione, quella che fino ad oggi ha garantito alcuni istituti fondamentali per il benessere del dipendente, resta fondamentale. Ma se si pensa a chi oggi una contrattazione non ce l’ha nemmeno od a chi ce l’ha, ma evidentemente non è cosi “di qualità”, come nel caso del comparto della sicurezza privata o degli operai agricoli per citarne solo alcuni, allora può sembrare un cane che si morde la coda.

Le relazioni industriali, nel tempo, hanno “prodotto” l’aumento dei compensi e forse il salario minimo per legge – 9 euro lordi l’ora – bisognerebbe applicarlo in quei contesti in cui il lavoratore non è tutelato, dove non può godere di una contrattazione collettiva, con dunque i suoi diritti depauperati e prospettive di chiaro sfruttamento. Secondo le ultime stime parliamo di circa il venti per cento di lavoratori in Italia, non pochi.

Rogero Fiorentino

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