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Le parole di Letta accendono il dibattito sulle riforme, FI in tensione

Le parole di Gianni Letta sulla riforma del premierato che “fatalmente” ridurrebbe i poteri del presidente della Repubblica, alzano nuovamente l’attenzione politica sulle riforme, soprattutto nel centrodestra. Accanto a distinguo e rassicurazioni, c’è chi invita a riflettere sulle parole dello storico braccio destro di Silvio Berlusconi. A esprimersi sono soprattutto esponenti di Forza Italia. Segno delle fibrillazioni che covano nel partito di Antonio Tajani e della madrina della riforma, la ministra Elisabetta Casellati. Anche se è tutta la coalizione di governo a mostrare segni di tensione. Nel mirino ci sono alcuni aspetti della riforma, assenti nella prima versione del testo e aggiunti nel rush finale, che non convincono una parte del centrodestra. Ad esempio la soglia del 55% per il premio di maggioranza e in particolare la cosiddetta norma anti ribaltone. La stessa premier Giorgia Meloni ha ammesso che avrebbe preferito la formula del ‘simul stabunt simul cadent’ per cui se un premier eletto dovesse cadere perché sfiduciato, si tornerebbe alle urne.

Nel corso del confronto di maggioranza ha prevalso un’altra ricetta pro stabilità per cui, nella versione finale del ddl è previsto il subentro di un altro parlamentare eletto nella stessa maggioranza come candidato premier, nel caso di una crisi di governo, che può dare una seconda chance alla coalizione di formare un nuovo Esecutivo. La Lega non ha mai fatto mistero di difendere la norma com’è oggi, mentre proprio ora una parte di Fratelli d’Italia inizia a chiedersi se non sia il caso di fare qualche correzione alla norma antiribaltone.

Nel frattempo la marcia del disegno di legge costituzionale continua al Senato, trainata soprattutto dai meloniani. Lunedì pomeriggio riprenderanno le audizioni davanti alla commissione Affari costituzionali (in calendario alcuni giuristi e il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga) e andranno avanti per tutto dicembre. Ma già dai primi interventi di alcuni costituzionalisti non mancano critiche aperte e riserve. Di quel tono è apparsa anche la risposta di Letta, interpellato giovedì sera sulla riforma varata dal governo durante un premio che ha ricevuto a Firenze. “Parole travisate”, chiarisce secca la ministra delle Riforme, come aveva fatto il giorno prima Tajani. Altrettanto netto, nel ribattere, è Dario Parrini del Pd: “Spiace vedere la ministra Casellati impegnata a far dire a Gianni Letta quel che egli non ha detto. Le parole di Letta sono state chiarissime: ha bocciato il ddl Meloni-Casellati”. La ministra poi spiega che “l’ipotesi prospettata dall’ex sottosegretario riguarda un rapporto generico tra due poteri, ma non quello specifico del ‘premierato all’italiana’ da noi proposto”.

Insomma leggendola nel dettaglio, la riforma contiene in se i correttivi necessari per equilibrare i poteri – è il ragionamento – e anzi “nessuno dei rilevanti poteri del capo dello Stato, previsti in nove articoli della Costituzione, è stato toccato”. Ma è un altro forzista a invocare, invece, più cautela. Per Giorgio Mulè, il monito dell’ex consigliere di Silvio Berlusconi iva letto “con il rispetto che si deve a una figura con la sua esperienza e il suo vissuto”, sottolineando che “è un uomo delle istituzioni, non di parte” e che “le sue riflessioni vanno valutate e approfondite, come è giusto che sia e come deve fare il Parlamento davanti a una riforma costituzionale per cui non possono esistere delle bandiere da piazzare”.

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