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Un nuovo populista in città: come il generale Vannacci sta ridisegnando la destra

Il generale in pensione Roberto Vannacci è diventato un serio problema per il destra-centro. La sinistra editorial-televisiva lo adora perché con le sue sortite spacca la coalizione di Giorgia Meloni e Palazzo Chigi lo teme perché punta a conquistare consensi a destra; non solo a destra, a dire il vero: certi toni vannacciani ricordano il Beppe Grillo delle origini, sicché non sarebbe strano se tra i nuovi elettori di Futuro nazionale vi fossero anche ex elettori del M5s. Vedremo in futuro con l’analisi dei flussi. Resta tuttavia fermo un punto: le quotidiane incursioni dell’europarlamentare eletto con la Lega creano agitazione in tutta la compagine governativa. Forza Italia ne detesta l’impostazione illiberale e a sua volta è diventata il bersaglio privilegiato del teorico della “destra autentica”, secondo l’autodefinizione data da Vannacci a Otto e Mezzo nei giorni scorsi.

La contrapposizione fra questa destra “autentica” e una destra evidentemente fake, almeno secondo chi ha stabilito la dicotomia, sta producendo fibrillazioni in una coalizione che tutto sommato era stata tranquilla per quattro anni di governo. La stessa Lega non sa come gestire il generale in pensione. Vorrebbe rafforzare, pare, il ruolo dei presidenti di Regione del Nord, da Luca Zaia a Massimiliano Fedriga ad Attilio Fontana, per non perdere il patto con gli elettori storici. Un patto in realtà già indebolito se non diluito nel corso degli anni, da quando c’è stata la svolta nazionale e nazionalista del fu partito di Umberto Bossi. Ma i cosiddetti “governatori” non sembrano essere intenzionati a fare le foglie di fico e gli ultimi consigli federali non sono serviti praticamente a nulla, se non a certificare che un grosso problema c’è.

Nel frattempo cresce anche la pressione sul ministero dell’Interno. Salvini vorrebbe tornare al Viminale, non è una novità di oggi ma i retroscena quotidiani restituiscono un’intenzione ancora più vigorosa da parte dei leghisti. Viene tuttavia da chiedersi che senso avrebbe sostituire all’ultimo momento, dopo quattro anni di governo, l’attuale ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nominato in quota Lega nell’Esecutivo, in assenza di gravi responsabilità o impedimenti al suo lavoro. Salvini da ministro dell’Interno, pare essere il ragionamento di chi sostiene il ritorno al Viminale, rilancerebbe l’azione leghista sulla questione della sicurezza, cercando di stoppare sia Giuseppe Conte da una parte – che ha recuperato verve sull’argomento nelle ultime settimane, creando un problema di armonia, uno dei tanti, anche al Campo Largo – sia Vannacci, che alimenta un dibattito pubblico quotidiano su immigrazione e, soprattutto, remigrazione.

Insomma c’è un nuovo populista in città: il leader della Lega ha trovato uno sfidante degno di questo nome. L’avanzata dell’incursore-capo partito tuttavia mette in difficoltà anche la stessa presidente del Consiglio, che da quando è al Governo viene accusata da chi è più a destra di lei di aver tradito principi e aspettative. È il caso di Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, il cui movimento Indipendenza è confluito da pochi mesi in FN: “Il suo è il Governo più atlantista della storia, roba da far rimpiangere Moro, Fanfani e Craxi. Mi sono commosso nel vedere una giovane signora di destra a Palazzo Chigi, ma avevamo rotto già sull’atteggiamento sull’Ucraina. Tutto quello che ha fatto dopo ha tradito la nostra idea di destra”, disse l’ex sindaco di Roma nel 2023. Meloni dunque deve trovare un punto di equilibrio fra il suo ruolo istituzionale di presidente del Consiglio e l’avvio della campagna elettorale, nel corso della quale Vannacci resterà un elemento centrale. Non potrà dunque scoprirsi a destra, il che fa pensare che il rischio della radicalizzazione ed estremizzazione coinvolga tutta la coalizione di destra-centro con l’eccezione di Forza Italia, che semmai procederà in direzione opposta, tutelando principi liberal-democratici oggi sotto attacco della “destra autentica”. Magari Vannacci si sgonfierà da qui a un anno, ma per ora è come un cavallo scosso che recupera posizioni al Palio di Siena (D.A. Public Policy). 

 

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