“Spesso incontro persone che mi dicono: ‘Professoressa, io l’ho odiata. Ma poi ho capito'”. Lo afferma, in una intervista a La Stampa, l’ex ministra del Lavoro Elsa Fornero, che ripercorrendo la genesi del provvedimento previdenziale del governo Monti spiega che “il dissesto finanziario del Paese era percezione chiara e diffusa”, aggiungendo che “quando uno Stato ha bisogno di prestiti e riesce a ottenerli solo a tassi di interesse che, con lo spread, ne rispecchiano il rischio di insolvenza, si trova inevitabilmente in una situazione di pre-insolvenza ed è impossibile non intervenire su capitoli importanti della spesa pubblica”.
Ricordando le pressioni di quei giorni, l’economista evidenzia che “il Parlamento ne aveva compreso l’inevitabilità, ma una volta varata la riforma la politica non ha avuto il coraggio di sostenerla pubblicamente”, ammettendo al contempo che “quella mancanza di tempo ha impedito il dialogo con le parti sociali, con i cittadini. È mancata la partecipazione democratica alla riforma”.
Sul tema dei lavoratori esodati, Fornero chiarisce che “i numeri non erano conosciuti dall’amministrazione, perché quella degli esodi era in gran parte una trattativa privata tra datore di lavoro e dipendente, soprattutto nelle piccole imprese”, sostenendo sui costi futuri del sistema che “se un Paese non consente altro che salari poveri, è illusorio pensare di poter avere pensioni ricche”. Sulla tenuta complessiva delle regole, l’ex ministra conclude osservando che “se il vicepresidente del Consiglio Salvini avesse ogni tanto il tempo di leggere, gli sarebbe bastato scorrere qualche documento siglato dal suo ministro Giorgetti, là dove si dice che, con questa demografia, non si può tornare indietro”, mentre sulla posizione dell’opposizione rileva come “da sinistra non ci sono state tante bugie, però forse è mancato il coraggio”
